di Marco Procopio
rainews.it, 27 dicembre 2023
È l’unico penitenziario del Piemonte a custodia attenuata, in cui i detenuti possono muoversi liberamente. Non c’è sovraffollamento e negli anni sono stati avviati tanti progetti di reinserimento lavorativo. Babbo Natale con gli occhiali da sole e una renna in ferro battuto fanno capolino dal cancello. Superati i controlli, scopriamo che a realizzarli sono stati i detenuti del corso di saldo-carpenteria.
“Oggi è l’ultimo giorno di lezione, stanno sostenendo l’esame finale di pratica per conseguire la qualifica”, spiega Antonella Ragno, responsabile dell’area trattamentale a Fossano. Con la direttrice, ci accompagna tra i laboratori che negli anni lo hanno reso un carcere modello. 97 detenuti su 136 posti, una struttura decorosa e integrata nel tessuto urbano.
Dalla carpenteria alla ceramica - Il corso di saldo-carpenteria va avanti grazie all’agenzia formativa della Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri di Torino. Proseguendo la nostra visita, arriviamo al laboratorio di ceramica, gestito dalla cooperativa Perla. “Diversi ragazzi si stanno cimentando nell’attività, uno di loro è stato inserito prima in tirocinio formativo e poi assunto direttamente dalla cooperativa”, chiarisce Ragno. “Ho sempre avuto la passione del disegno, cosa che avevo trascurato nella mia vita e che ho ritrovato qua in carcere”, racconta un detenuto. “Magari potrebbe tornarmi utile dal punto di vista lavorativo in futuro”.
Cosa significa “custodia attenuata” - Salendo poche rampe di scale, si arriva alle celle. Questo è l’unico carcere a custodia attenuata del Piemonte. Significa che durante il giorno i reclusi possono muoversi liberamente. “La sorveglianza non è statica ma dinamica, c’è un gruppo di agenti che gira per le sezioni e i vari spazi a sorvegliare i detenuti”, chiarisce il sostituto commissario Marino Spinardi. Un modello simile a quello del carcere di Bollate, in Lombardia, che però non è facile da replicare in altri contesti.
Un modello difficile da replicare - Qui infatti non arrivano persone in arresto, i numeri sono contenuti e c’è una selezione all’ingresso. “Verifichiamo tutti i requisiti che ha un detenuto, ad esempio un fine pena non lungo, un comportamento rispettoso e anche non particolari problemi di salute perché qua non abbiamo un servizio medico h24”, dice la direttrice della casa di reclusione, Assuntina Di Rienzo. Da quando è arrivata nel 2019, la direttrice sta portando avanti nuovi progetti insieme alla sua squadra. Il faro è l’articolo 27 della Costituzione: non punire, ma rieducare i condannati. “Le professionalità che acquisiscono qua dentro, ci fa piacere quando sono davvero spendibili all’esterno”, aggiunge. “Perché se hai fatto una detenzione fine a se stessa e non hai una buona rete familiare, è molto facile che torni a delinquere”.
I numeri di chi lavora all’esterno - L’obiettivo di tutto lo staff è dunque quello di favorire il reinserimento sociale e ridurre il rischio di recidiva. “In questo momento abbiamo 24 persone che escono per fare delle attività, presso cooperative, aziende, oppure nei comuni”, chiarisce Antonella Ragno. “E poi c’è chi va a fare volontariato, come i detenuti in pensione”. Dentro il carcere è attivo anche un laboratorio di cucina, dove si lavorano gli ortaggi coltivati in cascina Pensolato, alle porte di Fossano. E poi c’è il laboratorio di panificazione gestito dalla coop Panatè, che ha già assunto due persone. “Qua è stata la fortuna, il mio riscatto”, spiega ai nostri microfoni un detenuto, nato in Albania e dagli anni ‘90 in Italia. “Io ho sempre cercato di vedere il lato positivo nella disgrazia e qui sono riuscito a entrare in un’azienda seria”.
Il progetto di un negozio aperto a tutti - Il nostro giro termina in uno spazio ancora spoglio, ma che presto diventerà crocevia tra chi vive dentro e chi vive fuori da queste mura. “È in fase di realizzazione, entro il primo semestre 2024, un punto vendita dove venderemo i prodotti realizzati qui ma anche in altre carceri”, conclude Antonella Ragno. “Un modo per abbattere ulteriormente quelle barriere e quei pregiudizi che ci possono essere tra l’interno e la comunità esterna”.










