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di Francesca de Carolis

ultimavoce.it, 30 aprile 2022

“Sono da tempo affascinato dalle icone, che silenziosamente mostrano, per mezzo della rappresentazione, ciò che le sacre scritture ci comunicano attraverso la parola e l’udito”.

Così mi scriveva anni fa Giovanni Lentini, dal carcere di Fossombrone. Tanto affascinato che infine disegnatore di icone è diventato. Anzi, “scrittore di icone”, mi correggerebbe. Perché le icone si “scrivono” e non si dipingono, mi ha insegnato, perché espressione della parola della rivelazione, che con attenta fedeltà viene scritta, come preghiera silenziosa per entrare in comunicazione col divino…

Tanto affascinato che l’iconografia in carcere è stato il tema della sua tesi di laurea, alla facoltà Teologica ortodossa “San Gregorio Magno”, e il 30 aprile è fra i relatori all’inaugurazione, presso la fondazione Monte di Pietà di Fossombrone, di “Sguardi verso il cielo”, mostra di icone sacre realizzate dal laboratorio “Luce dentro” della casa di reclusione del centro marchigiano.

E merita di essere ascoltato, Giovanni Lentini, con la storia del suo lungo percorso di studio, e di ricerca di sé, iniziato, dal buio della sua lunga pena, più di quindici anni fa nel carcere di Bologna, dove per la prima volta aveva avuto l’opportunità di frequentare un laboratorio di icone e avviare uno studio mai più abbandonato.

“Nella ripetitività stordente delle mie giornate carcerarie, in cui cerco di scappare e di ridipingere nuovi orizzonti di tipo esistenziali, sono riuscito a ritagliarmi, nel laboratorio Luce dentro, spazi di libertà. A volte mi chiedo se si tratta di quella libertà spirituale di cui parla l’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “il Signore è lo spirito e dove c’è lo spirito del Signore c’è libertà”.

La ripetitività stordente delle giornate carcerarie… Una ripetitività che tutto ottunde. Il rischio di esserne sopraffatti, di perdersi, di diventare quella “cosa” che il sistema vuole (indipendentemente dalla buona volontà di tanti che vi lavorano) è enorme. Continuo a non capire, e ad ammirare moltissimo chi vi riesce, come si possa migliorare circondati dalla bruttezza che il carcere sempre e ovunque è.

Così, nei colori, nella purezza delle linee, nel garbo dei gesti, di sguardi verso l’alto delle icone sacre… Giovanni Lentini racconta di essere riuscito a trasformarsi. E’ riuscito, soprattutto spiega, a recuperare due cose che la vita carceraria annulla: la libertà e la bellezza. Quella bellezza che, ricorda, Dostoevskij scrisse “salverà il mondo”. E mi sembra che questo pensiero, che è desiderio, sia già tutto lì, nella raffigurazione di “San Giorgio”. Nella serenità soffusa del volto, nel gesto del braccio, gentile e forte, accompagnato dall’eleganza e dalla purezza del bellissimo cavallo bianco che trafigge, sconfiggendolo, il drago. E con lui, tutta la bruttezza del mondo. Non sarà un caso che sia stato uno dei suoi primi lavori a segnare la direzione del cammino.

Molto deve Giovanni Lentini, e sempre le ringrazia, alle persone che in questo cammino lo hanno aiutato e accompagnato. Pensando, fra tanti, al suo primo maestro, Antonio Calandriello che da Bologna ha continuato a seguirlo nonostante la lunga distanza che separa Bologna (città in cui vive) da Fossombrone, “per farmi visita, per darmi nozioni artistiche, seguirmi e fornirmi del materiale necessario per realizzare i miei lavori”.

Adesso Gianni (mi permetto dopo tanto tempo di scambio epistolare il suo più familiare nome) sa essere anche lui “maestro”. “L’iconografia mi ha fatto riscoprire che non sono l’uomo ancorato al mio passato deviante, o soltanto il detenuto abituato sempre e solo a ricevere dagli altri, ma un uomo capace di mettere a disposizione degli altri il mio sapere”. E lo fa, condividendo il suo sapere e la sua esperienza artistica con altri detenuti, e non solo. In attesa, e sperando, in un ribaltamento del sistema, che passi da una pena retributiva, che restituisce al male altro male, “ad una concezione riparativa nella quale chi ha commesso reato diventi soggetto attivo del cambiamento”.

Pensando alle prime lettere che ci siamo scambiati, prima ancora di ottenere di essere trasferito a Fossombrone, più vicino alla sua famiglia, prima che il suo percorso lo portasse ad ottenere i primi permessi… in quei momenti difficili Gianni mi raccontava di quanto gli mancasse il mare, lui che amava fare immersioni da sub. Mare che lo scorso anno, durante uno dei permessi, ha potuto rivedere. E penso che immergersi, come ha saputo fare, nell’impegno d’arte e di fede che tanta forza gli ha donato deve essere stato anche anticipo della libertà immensa infine ritrovata riabbracciando il mare. Per un tuffo nella bellezza della preghiera silenziosa delle icone, per provare a percepire i percorsi di vita che sono dietro ogni tratto, ogni colore, ogni volto… e magari trovare percorsi di pace, che di questi tempi non sarebbe male… ‘Sguardi verso il cielo’, dunque. Per chi si trovasse nei paraggi, dal 30 aprile al 21 maggio, nell’atrio della Fondazione Monte di Pietà di Fossombrone.