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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 30 ottobre 2022

Blindare l’ergastolo ostativo, rinviare (dopo l’allarme di magistrati e avvocati) l’entrata in vigore della riforma della giustizia penale di Marta Cartabia e anticipare la fine dell’obbligo vaccinale per i sanitari. Saranno questi - più, molto probabilmente, la nomina della squadra di viceministri e sottosegretari - i primi provvedimenti del governo Meloni.

La squadra dell’esecutivo li varerà nel corso del Consiglio dei ministri previsto per il 31 ottobre, alle 12. Partire con l’ergastolo ostativo - il carcere senza sconti e benefici per i condannati per mafia che non collaborano con la giustizia - è al tempo stesso un segnale identitario e una necessità. Un segnale identitario perché è un modo per ribadire che il governo considera il carcere duro “uno strumento essenziale nel contrasto alla criminalità organizzata”, di cui si è discusso anche durante la fiducia alle Camere.

Una necessità, perché, la Consulta - che ha affermato che l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario non è costituzionale ma deve essere il Parlamento a cambiarlo - l’8 novembre deciderà se dare ancora tempo al legislatore di fare il suo dovere o dichiarare incostituzionale l’articolo. Trovandosi però con un decreto legge approvato, che quindi sarà convertito entro la fine dell’anno, non potrà che concedere ancora qualche altre settimana alle Camere. Il testo che Meloni presenterà ai suoi ministri ricalca la proposta di legge che ad aprile scorso era stata approvata alla Camera. Il meccanismo è più o meno il seguente: permettere l’accesso ai benefici penitenziari al condannato che non ha collaborato con la giustizia solo ad alcune condizioni.

“Una corsa contro il tempo - è il ragionamento del governo - per garantire sicurezza sociale e impedire che ai detenuti mafiosi possano essere concessi benefici pur in costanza del vincolo associativo”. Sulla questione è intervenuto anche Matteo Salvini: “Bene, anche sulla Giustizia finalmente si cambia. Avanti così”. La prospettiva non piace alle Camere penali, che hanno convocato una giunta d’urgenza: sarebbero d’accordo con un rinvio (parziale) della riforma Cartabia, ma sono in allarme per l’ergastolo ostativo.

Il paradosso è che la proposta sul carcere duro potrebbe piacere all’opposizione - il testo da cui trae ispirazione è frutto dell’unificazione di tre proposte firmate Lega, M5s e Pd - ma non essere particolarmente apprezzata, oltre dagli esperti che già l’hanno abbondantemente criticata, dalle parti di via Arenula. Carlo Nordio, infatti, non ha mai fatto mistero di non essere un fan del carcere a vita: “Non ho mai detto di esser contrario all’ergastolo. Ho detto che l’ergastolo è come l’inferno: esiste, ma può essere svuotato dall’Onnipotente”, ha detto, in maniera sibillina, solo pochi giorni fa. Era stato molto più esplicito parlando con Claudio Cerasa nell’ultimo libro del direttore del Foglio. In quell’occasione aveva definito l’ergastolo ostativo “un’eresia contraria alla Costituzione” e aggiunto “il fine pena mai non è compatibile, al fondo, con il nostro Stato di diritto”. Al momento da via Arenula non trapela nulla. Non si rivendica la partecipazione alla stesura del decreto, nè si palesa disappunto. Il ministro Nordio, però, nell’unica dichiarazione della giornata parla dell’emergenza dei suicidi in carcere: “In queste ore, nell’esprimere il mio cordoglio ai familiari di chi è arrivato a scelte così estreme, confermo la mia decisione di visitare al più presto più istituti tra quelli maggiormente in difficoltà. Il carcere è per me una priorità assoluta: riconosco il grande impegno di chi mi ha preceduto e dell’amministrazione penitenziaria, che ha diffuso anche una circolare specifica sul tema dei suicidi”. Quest’ultimo passaggio è significativo, dal momento che Lega e FdI hanno invece sempre molto criticato il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Carlo Renoldi.

Ma cosa prevede il decreto? Come si evince dalla relazione introduttiva, al condannato all’ergastolo ostativo che vuole accedere ai benefici penitenziari non basterà dimostrare la pur necessaria buona condotta in carcere e di aver partecipato a un percorso di rieducazione. Né basterà una “mera dichiarazione di dissociazione dall’organizzazione criminale di eventuale appartenenza”, perché le evidenze dovranno essere più, per dirla come la direbbe chi ha pensato il provvedimento, forti. Il magistrato di sorveglianza, ad esempio, dovrà accertare che il condannato ha fatto iniziative “a favore delle vittime, sia nelle forme risarcitorie che in quelle della giustizia riparativa”, dovrà tener conto dei motivi per cui ha scelto di non collaborare e dovrà valutare se il detenuto ha fatto una “revisione critica” dei reati commessi. Bisognerà inoltre dimostrare, con l’acquisizione di “congrui e specifici elementi”, che il condannato non abbia più collegamenti con la criminalità organizzata. E che non ci siano rischi sul ripristino di rapporti futuri. Nel fare ciò, il magistrato di sorveglianza dovrà fare accertamenti anche sulla famiglia del detenuto. Riguardo a cosa? Alla situazione patrimoniale, ad esempio, al tenore di vita, al lavoro e alla situazione giudiziaria. Questa indicazione potrebbe risultare scivolosa, perché un giudice potrebbe decidere di non concedere il beneficio penitenziario a un detenuto anche se un parente con cui non ha rapporti da molti anni (data la sua condizione di detenuto all’ergastolo ostativo) commette un reato connesso con la mafia. A meno che, punto altrettanto interessante, non sia il condannato in prima persona a “fornire idonei elementi di prova contraria”. Di solito le prove le cercano le toghe, in questo caso si chiede al detenuto di portarle. Tutto questo iter di analisi della richiesta deve finire entro un mese, ma può esserci una proroga per un altro mese.

Quanto ai reati punibili con l’ergastolo, mentre negli altri casi la liberazione condizionale si può chiedere dopo 26 anni, il decreto dispone che i condannati all’ergastolo ostativo che non hanno collaborato con la giustizia dovranno aspettare 30 anni. Queste regole varranno per i condannati per reati di mafia, ma anche per chi ha commesso atti terroristici, reati relativi alla tratta di esseri umani e al traffico internazionale di droga. Non solo: come conseguenza della legge “Spazzacorrotti”, entrano nella sfera dei reati per cui i benefici penitenziari in caso di mancata collaborazione sono banditi anche i reati - che non prevedono l’ergastolo - come la corruzione e la concussione.

Se il decreto sull’ergastolo ostativo è una prerogativa di Palazzo Chigi, gli uffici di via Arenula in questi giorni stanno lavorando alacremente per rinviare l’entrata in vigore della riforma del processo penale. Che, secondo i piani iniziali, avrebbe dovuto essere operativa dall’1 novembre. Il ministero ha accolto l’appello dell’Anm e degli organi dell’avvocatura, che temevano il caos. Come hanno spiegato all’HuffPost più fonti dell’Anm, infatti, il sistema giustizia non è pronto per far funzionare una riforma che è una piccola rivoluzione del processo penale. Ad esempio: ci sono delle questioni interpretative non ancora risolte, c’è bisogno di adeguare l’ufficio del giudice per le indagini preliminari, che avrà più incombenze, di trovare dotare gli uffici dei mezzi informatici che con la riforma serviranno e che ancora non hanno, e di capire se le nuove norme - come l’udienza filtro, che dovrebbe servire a velocizzare il rito monocratico - si applicano anche ai processi in corso o a quelli che arriveranno. C’è poi la questione di alcuni reati, come i furti, che non saranno più perseguiti direttamente dallo stato, ma solo in seguito alla querela della parte lesa. Questa abbatterà significativamente il numero dei processi per reati minori, ma necessità di un minimo di un tempo minimo di adeguamento. “Il provvedimento intende rispettare le scadenze del Pnnr e consentire la necessaria organizzazione degli uffici giudiziari”, spiega palazzo Chigi. La legge - tutta e non una parte come era stato prospettato in precedenza - entrerà in vigore il 30 dicembre. Nordio, quindi, parte con un atto di apertura nei confronti della magistratura - che guardava con diffidenza l’arrivo dell’ex collega in via Arenula - ma dovrà digerire la norma sull’ergastolo ostativo. Contribuendo, magari, a qualche limatura, ma con ben poco margine di manovra.

In linea con una gestione molto meno restrittiva del Covid, il governo anticiperà quindi lo stop alla vaccinazione obbligatoria per i sanitari. È altamente probabile, infine, che durante la riunione dei ministri si chiuda la partita dei sottosegretari. Le caselle sono quasi tutte riempite, anche se la premier ha posto l’attenzione sulla necessità di una maggiore presenza di donne. Per la Giustizia viene fatto il nome di Francesco Paolo Sisto come viceministro di Nordio e di un leghista - nelle ultime ore sono salite le quotazioni di Giulia Bongiorno - come sottosegretario. Al Viminale dovrebbe essere confermato Nicola Molteni della Lega, che molto probabilmente sarà affiancato da Paolo Barelli di Forza Italia. All’Editoria, a grande richiesta di Silvio Berlusconi, dovrebbe andare il forzista Alberto Barachini. Claudio Durigon, invece, dovrebbe andare al Lavoro, Edoardo Rixi alle Infrastrutture. A Fratelli d’Italia, azionista di maggioranza, andranno più caselle rispetto agli alleati. Giorgia Meloni, che oggi è andata a Palazzo Chigi subito dopo l’omaggio al Milite ignoto, è al lavoro per le ultime limature. Con il rischio, non ancora del tutto scongiurato, di scontentare gli alleati. Forza Italia, infatti, dopo il braccio di ferro per il governo, ha già fatto capire che non accetterà altri veti. Ma le figure da piazzare sono di più dei posti disponibili. La partita è meno difficile rispetto a quella giocata per i vertici dell’esecutivo, ma non meno delicata.