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di Marina Tomarro

L’Osservatore Romano, 6 dicembre 2025

A Venezia la mostra “I Volti della povertà in carcere”. Quando entri per la prima volta nel Convento delle convertite, oggi Casa di reclusione femminile della Giudecca, la cosa che ti colpisce è l’odore. Non quello di cloroformio e disinfettante, come succede nelle altre strutture detentive, ma lì dentro profuma di salmastro, perché fuori c’è il mare. Da alcuni anni però la Cappella di Santa Maria Maddalena è diventata un luogo d’arte, un padiglione speciale della Biennale di Venezia, dove le detenute si trasformano in guide artistiche aiutando i visitatori a fare un percorso tra le opere esposte.

In questo luogo è stata inaugurata il 5 dicembre la mostra fotografica I Volti della povertà in carcere, ispirata all’omonimo volume di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero (Edb, 2024) che, previa prenotazione, sarà visitabile fino al prossimo 19 dicembre. E saranno loro proprio queste donne a guidare i visitatori tra gli scatti in un crudo bianco nero del carcere di San Vittore, offrendo lo sguardo di chi vive e conosce bene cosa sia la mancanza di libertà e il dolore della detenzione. “Attraverso i volti e le storie narrate nel volume e nelle foto - ha spiegato l’autrice Rossana Ruggiero - è stato possibile “ridare cittadinanza” a chi è stato emarginato, anche la più dimenticata, un volto su cui posare lo sguardo. Su questo sentiero, ci siamo fatti strumento per restituire voce a chi non ha voce, per ricucire pezzi di vita necessitanti di rammendo, rivelando una sorprendente ricchezza nella povertà”.

In occasione della mostra, nella biblioteca del carcere si è svolto l’incontro Riflessione ad alta voce, dove le protagoniste sono state proprio le donne detenute nella struttura. Ad aprire il messaggio del sindaco della città lagunare Luigi Brugnaro, letto dall’assessore alla sicurezza Elisabetta Pesce. “Alla Giudecca - ha spiegato il sindaco nel messaggio - nei volti e nelle storie delle donne detenute si intrecciano ferite profonde che spesso hanno preceduto il reato. Il nostro dovere è trasformare la pena in possibilità di riscatto. Per questo credo che il lavoro, la formazione, il contatto con il mondo produttivo siano la chiave: ridanno dignità, responsabilità, futuro”. E il carcere deve essere un luogo non solo di detenzione ma soprattutto deve essere anche il segno di un riscatto, di una ripartenza, di una rinascita, come ha ricordato monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia. “È importante il lavoro e il contributo di ognuno - ha sottolineato Moraglia - dalle istituzioni preposte a tutte quelle realtà che possono intervenire positivamente attraverso varie forme e modalità di coinvolgimento che toccano gli aspetti fondamentali del lavoro e della formazione ma anche utilizzano il linguaggio e i canoni della bellezza, dell’arte, del teatro, della comunicazione”.

Quella del carcere è una realtà estremamente complessa, perché è una sorta di mondo a parte all’interno delle città, che non sempre viene capito da chi ne vive distante. “Questo progetto che portiamo avanti - ha spiegato Giacinto Siciliano, provveditore regionale degli Istituti penitenziari di Lazio, Abruzzo e Molise, presente all’incontro - vuole far capire a chi è fuori cosa c’è dietro quel divisorio. Quando ti trovi a lavorare in carcere ti rendi conto che ti trovi a gestire la fragilità delle persone con i loro problemi. La cosa da fare è metterci in gioco noi per primi, senza negare i limiti che una struttura può avere, perché è questo che crea rispetto e porta chi è dentro ad osservare le regole”. All’incontro hanno raccontato le loro esperienze anche un gruppo di detenute della struttura carceraria. Storie di vita e di sofferenza, come quella di Monica, una giovane madre di due bambini, che a causa della sua tossicodipendenza le sono stati tolti e che lei sogna di riabbracciare un giorno, quella di Fanta che dalla Sierra Leone è arrivata in Italia piena di speranze che sono crollate una dopo l’altra portandola a commettere degli errori che sta pagando con la sua detenzione, eppure non ha perso la speranza di vivere una vita migliore, oppure Amalia, che sogna di essere trasferita nel carcere di Trieste dove vive l’uomo di cui è innamorata, perché quando uscirà “lui sarà lì ad aspettarmi con un mazzo di rose”.