di Fulvia Caprara
La Stampa, 26 ottobre 2025
La regista in “Illusione “parte da un caso di violenza contro una ragazzina: “La piaga dei femminicidi è antica, finalmente adesso se ne ha coscienza”. In una Perugia fredda e piovosa, teatro plumbeo di affari ignobili, in testa quello di ragazzine giovanissime, rapite e obbligate a prostituirsi, Francesca Archibugi ambienta il suo nuovo film Illusione ispirato a un fatto di cronaca filtrato dalla sua speciale sensibilità, e, quindi, capace di diventare molto altro: “L’idea mi è venuta da un trafiletto sul Corriere dell’Umbria in cui si parlava di una ragazza trovata in un fosso, creduta morta e poi, invece, scoperta viva, molto probabilmente legata alla tratta delle bianche, perché, purtroppo, Perugia è un centro di smistamento di molti traffici. Questo germe è stato lì, a crescere per anni, in modo del tutto inconsapevole, ogni tanto ripensavo a quella ragazzina nel fosso, a chi era e a che cosa poteva esserle accaduto. Ogni tanto guardavo su Internet, per capire se ci fossero stati sviluppi dell’indagine, ma niente. Evidentemente quel ritrovamento non era considerato importante”.
Con Laura Paolucci e Francesco Piccolo, la regista ha immaginato la vicenda del film, ieri alla Festa del Cinema, concentrando il racconto su Rosa Lazar (Angelina Andrei), moldava, neanche 16 anni, vittima di violenza brutali, sulla sostituta procuratrice Cristina Camponeschi (Jasmine Trinca), sul vicequestore Pizzirò (Filippo Timi) e sullo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino) che cerca di far affiorare la verità nella mente confusa e disturbata della ragazzina, affetta da una grave forma di rimozione. L’inchiesta potrebbe trascinare nel fango notabili del luogo, uomini rispettati, che hanno in mano le redini del potere. “Ho avuto voglia istintivamente - spiega Archibugi - di uscire un po’ dalle case, di entrare nel logos pubblico, forse perché la situazione esterna è talmente forte e per certi aspetti inedita...Non volevo fare un film sociologico, piuttosto scoprire una persona, quella biondina abbandonata su una strada, capire chi era, cosa aveva fatto, qual era stato il suo percorso all’interno di quel mondo. Gli altri personaggi sono venuti fuori insieme a lei”.
Eppure, come recitava il vecchio detto femminista, “il personale è politico”, e quindi Illusione non è solo un thriller in cui si cercano i responsabili di un crimine, ma anche un film che parla di rapporti tra uomini e donne, mette il dito nella piaga dei femminicidi e sul fatto che, in passato, l’attenzione su certe morti, fosse meno alta di adesso: “Le mie amiche femministe - dichiara la regista - mi hanno detto che è tutta una questione politica, e io mi sono cosparsa il capo di cenere. Facciamo film sulla vita, sull’umanità, sperando di raccontare qualcosa dell’esistenza, magari smuovere questioni gigantesche come i rapporti tra i sessi. Credo che il problema dei femminicidi non sia peggiorato, è solo che adesso se ne ha più coscienza e che, per tutte noi, sia diventato più insopportabile. Se ne parla di più, delle violenze che sfociano nel femminicidio, ma anche di tutti gli altri tipi di violenze che non arrivano a quel punto, ma che noi, come donne, siamo costrette a subire, nella nostra vita quotidiana, in tutti i lavori che facciamo”. Sui casi di Perugia, legati al proliferare della “mafia slava che si è infiltrata dappertutto”, è stata aperta, fa sapere Archibugi, “un’inchiesta che si chiama “Infinito”. L’ha iniziata la Boccassini, io stessa, ignorantissima, non ne sapevo niente, ma forse, mi chiedo, c’è anche un problema nell’informazione?”.
Di sicuro c’è, più in generale, un nodo profondo, che riguarda la consapevolezza femminile, un traguardo che richiede sforzi e tempi di maturazione: “Quando ho iniziato a fare questo mestiere - osserva Archibugi - volevo solo essere accettata, fare la brava bambina. Poi passano gli anni, e, a un certo punto, capisci che tu, non solo non vuoi più fare la brava bambina, ma non vuoi nemmeno che la facciano le ragazze giovani di oggi”. Nel caso di Archibugi la presa di coscienza “è stata lenta”, non perché fosse del tutto assente, ma perché la professione di regista ha sempre occupato uno spazio molto grande: “Il mio lavoro è sempre stato, dentro di me, qualcosa di gigantesco, ha riempito tutti i buchi, così sono andata avanti senza mai farne una questione femminile. Mi sembrava quasi inelegante, quando pensi di non essere abbastanza all’altezza, non vuoi avere alibi. Però poi arriva un momento in cui dici a te stessa che forse, senza vergogna, puoi cercare di raccontare quello che ci succede, da sempre, a tutte quante”.
Nel bel mezzo della Festa del cinema è arrivata, pochi giorni fa, la notizia dei tagli al Fondo per l’Audiovisivo: “Sono senza parole - commenta Archibugi -, non solo perché vedo, intorno a me, la disperazione delle troupe, dell’enorme indotto che il cinema comporta, e il fatto che nessuno si muova. Quello che mi colpisce è l’assoluta miopia della politica culturale. Non si capisce che un Paese che svuota il racconto di se stesso, è un Paese che, pian piano, diventa sempre più piccolo e marginale. Oggi, in Italia, si sta tornado indietro, in un modo incredibile, e questo perché non si crede e non si punta sul suo potenziale di espressione culturale. È una cosa che mi provoca dolore”.











