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di Irene Famà

La Stampa, 15 novembre 2025

La vedova del conduttore televisivo: “Giudici e pm, così eviteremo altre persecuzioni”. “Sono felice di questo sprint finale per il sì alla separazione delle carriere. Nel nome di Enzo”. Francesca Scopelliti parla come giornalista, ex senatrice e come compagna di Enzo Tortora, uno dei conduttori più noti della tv italiana finito vittima di un grave errore giudiziario. Scopelliti non ha nessun dubbio su cosa votare al referendum: “Sono impegnatissima per convincere i cittadini che questo è finalmente il momento di inizio per avere una giustizia più giusta”.

 Meno potere ai magistrati?

“No. Questa riforma non è contro i magistrati, ma in loro favore. Perché, come diceva Enzo, scinde i giudici di potere dai giudici di giustizia”.

 Il 17 giugno 1983 Tortora venne arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. L’assoluzione arrivò dopo sette mesi di reclusione e tre gradi di giudizio...

“Ha vissuto proprio sulla sua pelle la familiare complicità tra la procura e la Corte”.

 Lei ha detto più volte che è stato commesso un crimine giudiziario. Definirlo semplicemente errore è scorretto?

“Il crimine è proprio nella consapevolezza di avere di fronte un innocente. Lo sapevano e lo hanno perseguito comunque”.

 Nessuna prova?

“Enzo era noiosamente pulito. La classica persona per bene che paga le multe e non evade le tasse. A quel punto lo hanno costruito camorrista con l’aiuto di ben diciotto pentiti che trovarono nel carcere di Paliano, proprio dove c’era il famoso pentitificio. C’è un aneddoto particolarmente significativo”.

 Può raccontarlo?

“Durante l’interrogatorio, condotto con tono arrogante, i magistrati gli mostrano una lettera”.

 Cosa diceva?

“Caro Tortora, la roba che le abbiamo mandato non è stata pagata e nemmeno restituita”.

La firma?

“Era di Domenico Barbaro, ma l’estensore era Giovanni Pandico, uno dei pentiti che lo accusava. Enzo, la risposta la trovò tra i suoi carteggi e diceva così: “I suoi centrini non si trovano più, però l’ufficio della Rai la rimborserà adeguatamente”.

 La consegnò alla procura?

“Certo. A quel punto ci fu il silenzio: il cancelliere smise di scrivere, i magistrati di parlare. Avrebbero dovuto chiedere scusa”.

 Invece lo mandarono a processo...

“E uno dei pm gli disse: “Beh Tortora, buona fortuna”“.

 Con questa riforma crede che verranno commessi meno errori?

“Non è la panacea di tutti i mali della giustizia, ma è un primo passo che dimostra che il potere legislativo può correggere le distorsioni di un ordine fondamentale come quello di chi amministra la giustizia”.

 Nessun timore che la politica possa controllare la magistratura provocando altre storture?

“I governi cambiano perché sono soggetti a un giudizio popolare. La magistratura no, perché non ha nessun controllo”.

 Favorevole al sorteggio dei membri del Csm?

“Riuscirà a bloccare l’obbrobrio delle correnti. Anche l’Alta corte disciplinare penso sia fondamentale”.

 Perché?

“Sino a che il magistrato verrà giudicato da altri magistrati, è chiaro che non ci sarà una verità di giudizio”.

 Tentativo di coprirsi a vicenda?

“Come si spiega che su migliaia di errori giudiziari all’anno, il 98% dei togati viene valutato come eccellente?”.

 Errare è umano. I magistrati non possono sbagliare?

“Nessuno si preoccupa di correggere l’andazzo”.

 Gli errori giudiziari sono frutto di sbadataggine o senso di onnipotenza?

“C’è anche la superficialità. E il desiderio di trovare per forza un colpevole, così da fornire risposte all’opinione pubblica”.

 Tortora, da Regina Coeli, le scrisse molte lettere. Confidava ancora nella giustizia?

“No, si faceva coraggio. Capì subito che la questione non si sarebbe risolta facilmente. Me lo scrisse: “Qui è lunga. Perché loro hanno già deciso, cercando nella spazzatura delle lettere anonime qualcosa che mi possa rendere colpevole. Per salvare la loro faccia, fottono me”. E così è stato. Trovava conforto nei libri”.

 Quali letture?

“Dostoevskij. E mi chiedeva quella precisa traduzione perché la considerava più brillante”.

 E lei crede ancora nella giustizia?

“No, ma penso che gli addetti ai lavori si possano svegliare da questo sonno della ragione”.

 La sua speranza?

“Che i magistrati comincino a dire che le riforme non sono contro di loro, ma a loro favore, per rendere la giustizia uguale per tutti”.