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Ristretti Orizzonti, 12 gennaio 2015

 

"Non c'è dubbio che crescere per strada mi abbia aiutato in questo mestiere: io conoscevo la psicologia dei boss mafiosi, capivo cosa pensassero quando dicevano qualcosa in un determinato modo. È stato un vantaggio, anche se le minacce o i momenti di paura non sono mancati".

Il mestiere è quello di giornalista, a raccontare una carriera che poteva essere da killer della mafia e invece è stata da fattorino dell'Ansa fino al traguardo di diventare un grande giornalista è Francesco Viviano, inviato di Repubblica e autore del libro "Io, killer mancato". E il suo racconto venerdì 16 gennaio Viviano lo porterà nella Casa di reclusione di Padova, e si confronterà con la redazione di Ristretti Orizzonti, e con chi, a quel bivio tra diventare malavitoso e cercare disperatamente (perché in Sicilia non è così facile vivere nella legalità) la strada dell'onestà, non ha saputo o non ha voluto o non ha potuto fare la scelta giusta.

Con l'occasione, presentiamo una recensione del libro di Francesco Viviano fatta da Carmelo Musumeci, ergastolano e "giornalista mancato", che insieme alla redazione di Ristretti aspetta l'incontro con Francesco Viviano per parlare di vite difficili, di scelte sbagliate, di regimi come il 41 bis, che al male pensano di rispondere con altrettanto male, di mafia e di una "cultura" mafiosa che forse può essere sconfitta proprio con una idea diversa di giustizia.

 

Recensione di un ergastolano di "Io, Killer mancato" di Francesco Viviano

 

"Oggi è l'ultimo giorno dell'anno. Ed io mi sento già stanco come se avessi già vissuto e sofferto anche per questo nuovo anno che verrà". (Diario di un ergastolano, www.carmelomusumeci.com).

 

Nella riunione della redazione di oggi nel carcere di Padova il direttore di "Ristretti Orizzonti" ci ha comunicato che il 16 gennaio 2015 avremo la visita dello scrittore e giornalista Francesco Viviano inviato di Repubblica. Poi Ornella Favero ha tirato fuori dalla sua grande e profonda borsa nera, che sembra il pozzo di San Patrizio, il libro del giornalista fresco di stampa. E ci ha chiesto chi lo leggeva per primo. Di solito non mi tiro mai indietro quando c'è da fare una buona lettura, ma non mi sono fatto subito avanti perché sto preparando l'esame universitario di "Storia della filosofia morale". Ed ho pensato al libro di Immanuel Kant "Critica della ragion pratica" posato sopra lo sgabello della mia cella accanto alla mia branda che mi aspettava. Poi però Ornella ci ha letto il titolo "Io, killer mancato" (edito da "Chiarelettere") e mi sono subito incuriosito perché fin da bambino avevo sempre sognato di fare da grande il giornalista, invece mi è toccato fare l'ergastolano, ma questa è un'altra storia. Quando poi Ornella ha aggiunto che il giornalista scrittore era siciliano, non ho avuto più dubbi ed ho alzato la mano. Sono rientrato in cella con il libro di Francesco Viviano ed ho iniziato subito a leggerlo. Quando sono arrivato all'ultima pagina ci sono rimasto male che era già finito, perché le parole dell'autore mi hanno fatto sentire il profumo e vedere i colori della mia terra. E mi hanno fatto ricordare la mia infanzia di un bambino criminale. Poi mi hanno fatto anche riflettere che mentre io ero nato colpevole e avevo fatto di tutto per diventarlo, lui, pur nascendo colpevole, era riuscito a diventare innocente. Ed ho pensato che per fortuna uno su mille ce la fa. Penso che spesso in Sicilia, come in buona parte del profondo sud, i forti riescono a diventare persone perbene, mentre i deboli diventano mafiosi, eppure sia uno che l'altro hanno le stesse radici e la stessa cultura. E spesso abitano nello stesso quartiere e frequentano gli stessi luoghi.

Francesco, nel tuo libro leggo "La mia esperienza di strada e la consuetudine con i mafiosi", "Sapevo come avvicinarmi ai mafiosi perché capivo la loro psicologia" e queste frasi mi confermano che nella nostra terra si nasce quasi sempre culturalmente mafiosi, poi alcuni riescono a non esserlo, altri invece come me non ce la fanno. Tu però sai che nella nostra terra si può rispettare la legge ed essere disonesti, mentre si può violare la legge ed essere onesti, ma anche questa è un'altra storia. Francesco, nel tuo libro ho trovato nomi di spessore che ho incontrato quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis nell'isola del Diavolo, come chiamavamo noi l'Asinara, dove ho visto tanto, di tutto e di più: uomini trattati alla stregua di bestie da altri uomini. Ed io sono fortemente convinto che dal male può nascere solo il male. In quel periodo imparai e scoprii che a volte lo Stato si comporta uguale al nemico che combatte. E non credo che il fine giustifichi i mezzi perché senza legalità, perdono e umanità la mafia vincerà sempre. E ti chiedo già da adesso, in attesa di poterlo fare a voce, se pensi che il regime di tortura del 41 bis o la condanna alla "Pena di Morte Viva" (la "Pena di Morte Nascosta" come la chiama papa Francesco), serva a sconfiggere la cultura mafiosa, perché ti confido che a volte mi sembra che sono proprio i "baroni" mafiosi che urlano e fingono di lottare contro la mafia. E spesso mi domando perché nell'isola dell'Asinara, e in tutti gli altri carceri, non ci ho mai trovato politici, banchieri e notabili di Chiesa e di Stato, ma solo carne da cannone come te o come me. Un sorriso fra le sbarre.

 

Carmelo Musumeci