di Emmanuel Carrère*
La Repubblica, 13 dicembre 2021
Autisti per caso o fiancheggiatori? Tra gli imputati ci sono anche Abdellah Chouaa, Hamza Attou e Ali Oulkadi, comparse di un processo più grande di loro.
È sempre sera quando Abdellah Chouaa esce dal palazzo di giustizia. È da quando è a Parigi che ha in mente di andare a vedere gli Champs-Élysées, ma è lontano, non osa, ha paura di perdersi o di essere riconosciuto e per il momento si attiene strettamente a quell'unico tragitto: la linea 14 fino a Saint-Ouen, la 13 fino a Basilique-de-Saint-Denis e poi l'autobus 53 per arrivare a casa sua. Casa sua è un capanno da giardino sul retro del villino di una vecchia signora di cui è obbligato ad attraversare il salone. Dieci metri quadri, 600 euro al mese.
Solo, senza conoscenze, senza busta paga e con dei problemi difficili da confessare, non avrebbe trovato niente del genere senza l'aiuto del suo avvocato e si può dire che almeno da questo punto di vista un pò di fortuna l'abbia avuta. Ma ha un altro affitto da pagare in Belgio, 700 euro, a cui bisogna aggiungere la benzina per il tragitto andata e ritorno tutti i fine settimana, il cibo (anche se fa la spesa a Bruxelles, dove costa meno) e tutte le spese di una famiglia di tre bambini.
Sua madre e sua sorella lo aiutano un pò, 50 euro ciascuna al mese, ma non durerà in eterno. Prima aveva un vero mestiere, consegnava all'aeroporto i blocchi di ghiaccio che si mettono nel vano portabagagli degli aerei; oggi vende nei mercati, la domenica, vestiti scaricati dal camion. In nero, confessa alla corte, che non ha il cuore di rimproverarglielo. Il giorno della nostra conversazione aveva appena venduto la sua automobile: 3.700 euro con cui dovrà tirare avanti fino alla fine del processo, a maggio. Sempre, naturalmente, che alla fine del processo non lo rimettano in galera: sarebbe una catastrofe tale che preferisce non pensarci.
Come Hamza Attou e Ali Oulkadi, Abdellah Chouaa compare al processo sotto controllo giudiziario, imputato ma non detenuto e obbligato a essere presente a tutte le udienze. Giorno dopo giorno, questi tre trentenni di Molenbeek, abbonati alla piccolissima delinquenza e soprattutto alla scalogna, se ne stanno seduti davanti alla gabbia di vetro dove si trovano i quattordici "veri" imputati. Lui, Abdellah Chouaa, non si gira mai per guardarli o parlare con loro. Non vuole avere niente in comune con loro, soprattutto con il suo ex amico Mohamed Abrini, pezzo grosso del dossier: è per colpa sua che si trova qui.
Abrini, Abdellah Chouaa ha avuto la sfortuna di accompagnarlo a bordo della sua auto all'aeroporto di Bruxelles-Zaventem il 23 giugno 2015, poi di andarlo a cercare a Parigi il 16 luglio. Nell'intervallo, ha ricevuto spesso telefonate da lui, provenienti da numeri esotici in Laos, in Bhutan, in Guinea, in Russia, ma in realtà da call center in Siria. Ha giurato nel corso dell'istruttoria che non sapeva che Abrini stava partendo per la Siria, che credeva che fosse in vacanza in Turchia. Ma Abrini, invece di minimizzare il ruolo dell'amico, come avrebbe potuto facilmente fare, ha aggravato costantemente la sua situazione: come poteva Chouaa ignorare lo scopo di quel viaggio e la sua radicalizzazione, visto che lo sapevano tutti a Molenbeek?
Non voglio pronunciarmi sul merito, ma se hanno rimesso Chouaa e gli altri due in libertà dopo qualche mese di detenzione, si vede che è vero che le loro malefatte sono poca roba. Sufficienti, tuttavia, per essere rinviati a giudizio e per trasformare la loro vita in un incubo. Abdellah Chouaa dice al figlio più grande, che ha dieci anni, che il motivo per cui rientra a casa solo nel weekend è che ha trovato un lavoro a Parigi, nel settore della sicurezza; ma c'è tutto il tempo perché un amichetto, a scuola, veda la sua foto sul giornale o alla televisione e riveli al piccolo, di fronte a tutti: "Ma allora il tuo papà è un terrorista?". Forse dovrebbe fare come Ali Oulkadi, che si è fatto coraggio e ha spiegato alla sua figlia più grande, dieci anni anche lei, che certi signori hanno fatto una grossissima stupidaggine e che papà conosceva uno di quei signori e per questo adesso si trova in guai seri.
Ali Oulkadi è l'uomo dell'ultimo chilometro, quello che la mattina del 14 novembre 2015 ha portato in giro per Bruxelles Salah Abdeslam, che Hamza Attou (insieme a un terzo ladrone, Mohamed Amri) aveva riportato indietro da Parigi durante la notte. Nessuno li sospetta veramente di essere dei terroristi, ma è innegabile che, per amicizia, abbiano aiutato un terrorista a fuggire. Hamza Attou e Ali Oulkadi frequentavano il famoso caffè Les Béguines gestito da Brahim Abdeslam, a Molenbeek. Passavano la maggior parte del tempo a fumare hascisc, occasionalmente a venderlo, e Abdellah Chouaa, anche se pure lui ha qualche macchia sulla fedina penale, ci tiene a distinguersi con discrezione dai suoi due compagni di sventura.
Mentre tutti gli imputati coltivano lo stesso look tuta e scarpe da ginnastica, lui indossa un completo chiaro, troppo leggero per la stagione, e sotto la camicia bianca un maglioncino dolcevita, pure quello bianco: ha l'aria di un impiegato rispettabile, non di un delinquente. Ogni giorno si ritrovano tutti e tre alle undici e trenta davanti al palazzo di giustizia, dove entrano scortati dai gendarmi e seguiti da sguardi curiosi, che li spaventano. Ali Oulkadi non ha la fortuna di avere un tetto fisso come Abdellah Chouaa. Naviga da un hotel Formule 1 (da quattro soldi, ndr) all'altro, a seconda delle offerte promozionali, e qualche volta, quando non ce la fa più, Abdellah Chouaa lo ospita nel suo capanno da giardino. Riscaldano un piatto di pasta, Abdellah Chouaa si fa la sua puntura di insulina perché è diabetico e poi si coricano tutti e due nel letto e si raccontano la vita che sognano di avere quando sarà finito tutto questo: una casa, un giardino, un lavoro più o meno fisso, veder crescere i loro figli, qualche spinello solo nel fine settimana.
Ne so di meno su Hamza Attou, l'unico dei tre che ha rifiutato di parlare con me, non per diffidenza, credo, quanto perché era stato preso da una di quelle terribili botte di depressione che li stendono tutti, a turno. In questo momento il processo attraversa una fase noiosa: peraltro, è proprio perché non ne potevo più di guardare i PowerPoint con voce fuoricampo degli investigatori belgi che ho cercato di saperne di più su questi tre uomini persi ai margini di una storia più grande di loro. Noiosi per noi, questi momenti rappresentano una tregua per loro, dopo cinque settimane di testimonianze delle parti civili. Trecentocinquanta vittime o parenti di vittime, uno tsunami di orrore e sofferenza. Quasi ogni giorno qualcuno, un padre o una madre in lutto, si girava verso il recinto degli imputati e li apostrofava mettendo tutti nello stesso sacco, come se loro, Abdellah Chouaa, Ali Oulkadi e Hamza Attou avessero falciato i loro figli a colpi di Kalashnikov. Dovevano reprimere la voglia di alzarsi e gridare: "Ma non sono con loro, io! Io non ho fatto nulla!".
Io e Ali Oulkadi, l'altro giorno, approfittavamo di una sospensione dell'udienza per discutere, seduti su una panca in un corridoio del palazzo di giustizia. Lo aiuta a reggere, mi spiegava, seguire il dibattimento, prendere gli appunti più minuziosi che può su un taccuino. Una signora mi si è avvicinata per dirmi che leggeva e apprezzava le mie rubriche. Era una parte civile e voleva sapere se mi ricordavo della sua testimonianza. Sfortunatamente no, forse era capitata in uno dei miei rari giorni di assenza. Sperando di rinfrescarmi la memoria, ha detto: "Sono venuta a deporre con i miei due nipoti". Ali Oulkadi allora ha sussurrato: "Nino e Marius". Non so se la signora l'abbia riconosciuto oppure no, ma in ogni caso gli ha sorriso e ha confermato: "Sì, Nino e Marius". Mentre si allontanava, uno sprazzo di gioia pura ha rischiarato il viso di Ali Oulkadi, perché qualcuno gli aveva parlato normalmente, e ha ripetuto "Nino e Marius" con dolcezza, come se i nomi di questi ragazzini figli di un uomo assassinato al Bataclan fossero quelli dei suoi figli e gli fosse stato accordato, fugacemente, forse per errore ma è già qualcosa, il diritto, come tutti, di piangere per loro.
*Traduzione di Fabio Galimberti









