di Emmanuel Carrère*
La Repubblica, 10 novembre 2021
Il processo contro i terroristi che colpirono Parigi il 13 novembre del 2015 ha un'ambizione smisurata, che non è soltanto rendere giustizia, ma esporre nel dettaglio, da tutte le angolazioni, dal punto di vista di tutti i protagonisti, quello che è successo quella sera. Per quattordici giorni, come prima cosa, è stato fatto il punto della situazione. Poliziotti, gendarmi, esperti sono venuti in aula a descrivere quello che hanno visto. Questi uomini agguerriti piangevano. Ora si entra in un'altra dimensione: le testimonianze delle parti civili, vale a dire i sopravvissuti e i congiunti delle vittime. Le persone a cui quella cosa là è successa.
Ci sono una quindicina di testimonianze ogni giorno, di un'intensità sconvolgente. È cominciato da quattro giorni e ci sembra che vada avanti da un mese. Le udienze iniziano a mezzogiorno e mezza e finiscono in teoria alle sette e mezza di sera, spesso più tardi, e visto che è complicato uscire e poi rientrare, perché bisogna ripassare per tutti i controlli di sicurezza, in pratica non vediamo più la luce del giorno: alle 18 crediamo che siano le 3 del mattino. Il resto della vita si allontana, una cena tra amici diventa completamente fuori tema. Il presidente, di cui tutti elogiano la fermezza e il tatto, ha detto una frase poco felice, di cui si è peraltro scusato: per non ingolfare troppo il calendario delle udienze, gli avvocati delle parti civili avrebbero dovuto concertarsi, fra loro e con i loro assistiti, per "evitare le ripetizioni inutili".
Cosa vorrebbe dire, evitare le ripetizioni inutili? Certo, ci sono delle cose che tutti quelli che erano nei ristoranti colpiti dagli attentatori (perché questa settimana era dei ristoranti che ci si occupava) dicono: che in un primo momento hanno creduto di sentire dei petardi, poi di essere finiti in mezzo a un regolamento di conti, prima di comprendere quella cosa assurda e cioè che degli uomini erano usciti da una macchina con armi da guerra in pugno per ucciderli; che quando è finito, quando la macchina è ripartita, c'è stato quello che a volte viene chiamato, senza pensarci, un silenzio di morte, ma in quel caso era davvero un silenzio di morte e dopo sono cominciate le urla; che era una carneficina, un mattatoio, un groviglio di corpi con buchi enormi da cui usciva sangue, carni, organi, e quando i primi soccorsi sono arrivati si sentiva ripetere questa frase: "Occupatevi dei vivi".
Ma non ci sono e non ci possono essere ripetizioni inutili, perché quegli stessi istanti ognuno li ha vissuti con la sua storia, con i suoi strascichi, con i suoi morti, e ora li racconta con le sue parole. Non sono dei fatti che vengono enumerati fino a inaridirsi, ma delle voci che si dispiegano e ognuna di queste voci ha il suo modo inconfondibile di suonare giusta, perché tutte suonano giuste. Tutte hanno l'accento della verità. La loro lingua stessa ha l'accento della verità, perché ognuno parla la sua e non, o molto raramente, quella dell'epoca, dei social, della convenzione sociale.
È questo che rende questa lunga sequenza di testimonianze non solo terribile ma anche magnifica, e non è per curiosità morbosa che noi che seguiamo il processo non scambieremmo i nostri posti con qualcun altro per niente al mondo e siamo agitati all'idea di mancare per un giorno. Ho letto, sentito dire e qualche volta pensato che viviamo in una società vittimaria, che coltiva una compiacente confusione fra lo status di vittima e quello di eroe. Forse è così, ma tantissime delle vittime che ascoltiamo giorno dopo giorno a me sembrano eroi, a tutti gli effetti.
Per il coraggio di cui hanno avuto bisogno per ricostruirsi, per il loro modo di vivere quell'esperienza, per la potenza del legame che li tiene annodati ai morti e ai vivi. Non so trovare un modo meno empatico di dirlo: di questi giovani - perché sono quasi tutti giovani - che si succedono sul banco dei testimoni vediamo l'anima. E ce ne sentiamo riconoscenti, spaventati, accresciuti.
Alice e Aristide sono fratello e sorella. Si assomigliano: capelli neri, visi scolpiti, corpi snelli, tutti e due molto belli. Lei aveva 23 anni, lui 26. Lei è una circense professionista: un'acrobata. Il suo mestiere consiste nel lanciarsi in aria all'indietro, sorretta per le mani da un portatore, ma lei lo descrive in un altro modo: "Il mio lavoro è far sognare la gente con le braccia". Aristide, invece, è un rugbista, anche lui professionista, e gioca e vive in Italia. Tutti e due sono atleti di alto livello, l'allenamento rigoroso che si impongono lascia loro poco tempo per vedersi, e allora quando si ritrovano per una cena a Parigi è una festa. Vanno al Petit Cambodge, perché i bo bun sono ottimi, ma i tavolini fuori sono pieni di gente, e dentro anche, perciò sono lì che ragionano su un piano B.
È in quel momento che un'auto da spacciatore, con i vetri oscurati, si ferma sul bordo del marciapiede e scende un uomo che assomiglia enormemente a uno dei migliori amici di Aristide, se non fosse che ha in mano un Kalashnikov, e lo tira su e comincia a sparare. Alice non ha visto niente, ha solo sentito i primi colpi e già si ritrova per terra. Aristide, con i suoi riflessi da rugbista, l'ha placcata giù, le si è gettato sopra e la protegge con tutto il suo corpo. È il caos, è assordante, dura qualche secondo o qualche minuto, non si sa. A un certo punto lei sente un dolore come non immaginava che potesse esistere: il suo braccio evidentemente sporgeva dal corpo di Aristide, che si prende, lui, tre di quelle pallottole mostruose. Alice dirà che lui le ha salvato la vita gettandosi su di lei, lui dirà che Alice gli ha salvato la vita riuscendo, nel caos dei primi soccorsi, dei gemiti, delle agonie, a farlo trasportare in ospedale dove gli diagnosticano uno stato di "morte imminente".
Lei sarà operata due volte nella stessa notte, in due ospedali diversi, e dopo sarà operata altre cinque volte ancora: riusciranno a salvarle il braccio ma non a consentirle di recuperarne l'uso. Aristide, da parte sua, aveva ferite ai polmoni, danni cerebrali gravi e gli avevano detto che la sua gamba destra era salva nel senso che non gliel'avrebbero amputata, però che non avrebbe più potuto camminare. Qualche mese dopo aveva cercato di correre malgrado tutto, ma il dolore era tale, lo sconforto era tale che si era ritrovato per mesi nell'ospedale psichiatrico.
Smettere con il rugby è stato un processo lungo e doloroso, ancora oggi non riesce ad avvicinarsi a un televisore che sta trasmettendo una partita: la tristezza lo sommerge. Anche Alice è rimasta menomata, non può più fare leva sulle braccia, "ma continuo a fare questo mestiere", dice. "Invento con i miei portatori nuovi metodi, facendo leva sui piedi. Voglio continuare a far sognare le persone. È difficile". Ripete "è difficile", c'è un silenzio, il mento le trema, la bocca si contrae e poi da quella contrazione esce fuori un sorriso miracoloso. Raccontano anche, tutti e due, quello che raccontano tutti gli altri, l'ipervigilanza, gli incubi, la perdita definitiva della spensieratezza, ma anche che sono grati al destino: la moneta è caduta dal lato giusto, sono vivi.
Combattono, ma non contro qualcuno. Per loro stessi, con loro stessi, con gli altri. Non sono le chiacchiere vuote del positive thinking che stiamo ascoltando, è una verità che hanno pagato a caro prezzo per poterla dire. Aristide: "Ho cercato di capire che cosa può portare dei ragazzi a decidere di sparare su altri ragazzi, in quel modo. Non capisco, forse non c'è niente da capire. Ma sono felice che possano essere ascoltati. Sono felice che questo processo abbia luogo. Penso che la mia generazione e quella futura abbiamo un bisogno enorme di credere nella giustizia". Guarda un istante verso il banco degli imputati, alla sua sinistra, ma si rigira subito. Guarda la corte davanti a lui, dritto in piedi, sulle due gambe. Noi li guardiamo, lui e Alice. Il fatto che ci parlino è già giustizia.
*Traduzione di Fabio Galimberti









