di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 15 gennaio 2015
Anche in Italia c'è il rischio che si diffonda questa convinzione che solo isolando si contrastino le idee jihadiste. Ma il solo modo è migliorare le condizioni dei detenuti.
Prigioni speciali per i detenuti musulmani "radicalizzati", onde evitare il rischio del proselitismo all'interno delle prigioni. È ciò che ha annunciato il primo ministro francese Manuel Valls, davanti all'Assemblea nazionale: "Entro la fine dell'anno creeremo ali specifiche nelle prigioni per i detenuti radicalizzati".
Gli fa eco il capo dell'antiterrorismo Ue, Gilles de Kerchove, lanciando l'allarme; "Non possiamo prevenire nuovi attacchi al cento per cento", aggiungendo che la soluzione non può essere quella di imprigionare normalmente i cosiddetti "foreign fighter" perché le prigioni "sono incubatori di una massiccia radicalizzazione".
Del resto lo ha dimostrato anche la vicenda di uno dei tre terroristi francesi che hanno sconvolto Parigi la scorsa settimana: prima di entrare in prigione, il franco-algerino Cherif Kouachi nutriva forse qualche simpatia per la causa islamica, ma non era certo organico al peggiore settarismo. Al contrario: per stile di vita, interessi e compagnie, era molto integrato nella società francese. È proprio in prigione, invece, tra il 2008 e il 2009, che Cherif incontra il classico "cattivo maestro".
Viene indottrinato e reclutato nel carcere di Flcury-Mérogis: è lì che avviene l'incontro che gli cambia la vita. Perché la cella accanto alla sua è abitata da Djamel Beghal, teorico della jihad. Lo stesso che successivamente convertirà anche Amedy Coulibaly, il terzo attentatore di Parigi. Ma la storia di quest'ultimo è esemplare perché dimostrerebbe, ancora una volta, che l'istituzione carceraria produce terrorismo a causa del suo degrado.
L'attentatore Amedy Coulibaly ha partecipato ad un documentario trasmesso nel 2009 da Envoyé special su Frane e 2 sulla vita carceraria. Nel filmato, Coulibaly e altri quattro detenuti denunciano le condizioni di detenzione a Flcury-Mérogis, la prigione più grande d'Europa. Mentre era in carcere con l'accusa di rapina, Coulibaly aveva introdotto una videocamera all'interno e con gli altri aveva girato in segreto la vita quotidiana per denunciare le condizioni scarse di igiene, testimoniare il sovraffollamento delle celle e mostrare "le viscide pareti" delle docce, come riporta Le Monde.
Da questo documentario è nato un libro, Reality-Taule audelà des barreaux [Reality-Gattabuia, al di là delle sbarre). L'autore della strage a Porte de Vincennes appare di schiena sulla copertina del libro nel quale viene fuori una realtà carceraria fatta di droga, denaro, regolamenti di conti, suicidi e videogiochi.
C'è il rischio che l'idea francese venga adottata anche in Italia? Come abbiamo già denunciato su questa pagina, esiste già una carcerazione "speciale" per i detenuti sospettati di terrorismo, ma secondo gli addetti ai lavori non basterebbe. A denunciarlo è il segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (il Sappe) Donato Capece.
Egli ricorda come: "Le indagini condotte negli istituti penitenziari di alcuni paesi europei tra cui Italia, Francia e Regno Unito hanno rivelato l'esistenza di allarmanti fenomeni legati al radicalismo islamico, che anche noi come primo Sindacato della polizia penitenziaria abbiamo denunciato in diverse occasioni. Tra questi fenomeni, vi è la radicalizzazione di molti criminali comuni, specialmente di origine nordafricana, i quali, pur non avendo manifestato nessuna particolare inclinazione religiosa al momento dell'entrata in carcere, sono trasformati gradualmente in estremisti sotto l'influenza di altri detenuti già radicalizzati.
Un po' come accadde ai tempi del terrorismo, quando la consistente detenzione di molti terroristi - in particolare delle Brigate Rosse - portò delinquenti comuni ristretti in carcere ad "abbracciare" la lotta armata in carcere".
Il Sappe evidenzia infine che "nel periodo giugno-settembre 2004 l'ufficio per l'attività ispettiva e del controllo dell'amministrazione penitenziaria ha effettuato un primo monitoraggio, teso a verificare la possibilità e le modalità d'incontro, sia di natura casuale (rientrante nella normale vita d'istituto) sia quelli finalizzati alla professione della fede religiosa, costituzionalmente garantita, il cui esito ha permesso di venire a conoscenza che il carcere rimarcava fedelmente la realtà geografica strutturale esterna.
E le regioni con una maggiore concentrazione di ristretti musulmani sembravano essere quelle del Nord e la Campania o comunque altre località le cui realtà esterne rilevavano una forte presenza della comunità islamica rappresentata da centri islamici e moschee".
Nel frattempo qualcosa si muove. Il dipartimento di giustizia del ministero guidato da Andrea Orlando, ha inviato un documento, firmato dal commissario Gaetano Diglio, agli agenti penitenziari - in particolare quelli operanti nel carcere napoletano di Poggioreale - con cui si invita "a prestare massima attenzione alla circolazione di materiale jihadista, tipo cd, libri e riviste".










