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di Gianluca Di Feo


La Repubblica, 5 maggio 2021

 

I governi europei in gara tra loro per firmare contratti miliardari con l'Egitto: dai caccia ai sottomarini, dalle fregate ai missili. Aumentando il potere dell'apparato militare del Cairo. E' una gara soprattutto tra europei, con Francia, Germania e Italia che sgomitano per arrivare primi nella grande corsa agli armamenti egiziana. L'America si è fatta da parte e solo la Russia sembra capace di prendere parte alla sfida. In palio ci sono contratti di valore stratosferico, inferiori solo a quelli assegnati dall'Arabia Saudita. La spesa militare del Cairo negli ultimi cinque anni infatti è più che raddoppiata: tra il 2016 e il 2020 gli investimenti sono aumentati del 136 per cento, finanziando l'acquisto di tecnologie avanzate e i piani per costruire un'industria bellica locale dominata dai generali. Nessuno dei governi occidentali ha minimamente tenuto presente la questione dei diritti umani: il dramma degli attivisti rinchiusi in carcere con accuse pretestuose, come Patrick Zaki, o le responsabilità degli apparati egiziani nell'omicidio di Giulio Regeni sono state ignorate nel momento di sottoscrivere commesse a nove zeri.

L'ultima è quella di Parigi, che ha annunciato la vendita di trenta caccia Rafale. "Un successo cruciale - ha commentato su Twitter la ministra Florence Parly - che garantirà settemila posti di lavoro nei prossimi tre anni". "Firmando un mega contratto con al Sisi mentre spiana i diritti umani - ha replicato Benedicte Jeannerod, direttrice di Human Rights Watch - la Francia incoraggia questa spietata repressione". Lo Stato francese ha finanziato l'operazione con un prestito decennale: gli importi non sono stati comunicati ma si parla di 3,75 miliardi di euro, che saranno restituiti in più rate a un pool di banche. Gli aerei si aggiungeranno ai 24 dello stesso modello, frutto di un accordo risalente al 2015. Assieme ai velivoli, stando alle fonti egiziane, ci saranno le armi più moderne: missili aria-aria Mica Ng e Meteor, costruiti dal consorzio europeo Mbda per un valore di altri duecento milioni.

La flotta del faraone - Lo scorso 18 aprile nelle acque di Alessandria c'è stata l'esibizione muscolare dello shopping di Al Sisi: una colossale parata navale, per mostrare la potenza della nuova flotta egiziana. In prima fila le due fregate Fremm made in Italy. Il governo Conte le ha passate direttamente dai ranghi della nostra Marina: per 991 milioni sono state fornite due navi pronte al combattimento, con la dotazione completa di radar, missili, cannoni, siluri, ricambi e munizioni. Nel pacchetto abbiamo incluso persino un assortimento di piccoli droni, alcuni volanti e altri naviganti. Anche in questo caso, la trattativa è rimasta nell'ombra praticamente fino al momento della consegna: soltanto la relazione annuale sull'export bellico ha permesso di conoscere cifre e dettagli. Aprendo un piccolo mistero. Inizialmente si era parlato di una commessa da 1.200 milioni. Si è ridotta strada facendo o i trecento milioni di differenza sono stati destinati ad altre mercanzie militari? Più fonti hanno parlato della vendita da parte di Leonardo di 24 elicotteri Aw149 e 8 Aw189: circolano anche foto di questi mezzi con i colori egiziani, ma l'opacità dei documenti ufficiali impedisce di fare chiarezza.

Deutche uber alles - Le immagini della parata navale testimoniano la volontà di uguagliare i fasti dei faraoni, mostrando una flotta capace di dominare il Mediterraneo orientale fronteggiando l'espansione turca. E subito dietro le Fremm italiane c'erano tre sottomarini realizzati dai cantieri tedeschi: un quarto sta venendo completato nell'impianto di Kiel e sarà pronto tra pochi mesi. Sono figli di un contrattone voluto da Angela Merkel nel 2015, poi integrato nel corso degli anni: i quattro battelli del modello 209/1400 hanno equipaggiamenti elettronici allo stato dell'arte e dovrebbe poter lanciare missili americani Harpoon restando in immersione. Il costo resta imprecisato, ma è sicuramente superiore a un miliardo di euro.

In teoria, la Germania ha le regole più rigorose nell'esportazione bellica. E infatti dal 2018 ha bloccato le vendite all'Arabia Saudita perché le sue forze armate sono impegnate nella guerra civile yemenita. Nello scorso novembre però dieci navi ordinate dalla monarchia saudita ai cantieri Lurssen - valore 130 milioni - sono state girate all'Egitto. Si tratta di pattugliatori per il controllo delle coste: mezzi acquistati proprio in vista dell'impiego in Yemen, dove le milizie filo-iraniane Houthi lanciano frequenti incursioni dal mare. L'opposizione tedesca ha criticato la transazione, temendo che comunque le navi finiranno per prendere parte al conflitto. E diversi analisti internazionali sostengono che comunque queste potenti vedette sarebbero state gestite dagli egiziani, visto che i sauditi non hanno personale sufficiente per mandare avanti tutti gli strumenti militari che acquistano. In sostanza cambia solo la bandiera, non la destinazione finale. Dimostrando quanto sia forte l'ipocrisia nell'export bellico.

Meno chiara la sorte delle corvette Meko 200, un altro dei best seller dell'industria tedesca. Berlino nell'autunno 2018 ha annunciato di averne vendute ben sei alla marina di Al Sisi, per un importo di due miliardi e 300 milioni; poi il numero è stato ridotto a quattro e quindi l'intera questione si è inabissata. Nello scorso settembre però i Cantieri di Alessandria, interamente posseduti dal ministero della Difesa, hanno comunicato di avere cominciato la costruzione della prima Meko 200. Quindi l'operazione sembra essere proseguita, prevedendo però di realizzare le corvette in patria. In questo modo il sistema di potere del Cairo ne ha un duplice vantaggio: non solo accresce le sue forze armate, ma aumenta il radicamento della rete di imprese e affari nelle mani della nomenclatura militare.

L'alternativa russa - Lo show della flotta comprendeva altri prodotti francesi. Sono le corvette Gowind, tre delle quali allestite dagli stessi Cantieri di Alessandria. In questo caso, l'operazione ha fruttato all'industria transalpina un miliardo e 400 milioni, inclusi ovviamente missili, radar e sonar mentre i cannoni sono gli Oto Melara italiana. E davanti ad Al Sisi ha sfilato anche la fregata "Tahya Misr" ossia "Lunga vita all'Egitto": inizialmente si chiamava "Normandie", ma è stata passata dalla marina di Parigi al Cairo nel 2015, parte dell'accordo da cinque miliardi di euro che comprendeva i primi 24 aerei da caccia Rafale. Pure le due navi portaelicotteri Mistral - somiglianti a portaerei in scala minore - vengono dalla Francia: originariamente erano state realizzate per la Russia, unico caso di navi da guerra europee acquistate da Mosca, ma l'occupazione della Crimea ha paralizzato la cessione. Allora si è fatto avanti l'Egitto e le ha ottenute per un miliardo d'euro, un prezzo d'occasione. I russi in fondo sono stati contenti, perché sono riusciti a piazzare al Cairo gli elicotteri da combattimento previsti per quelle unità: ben 46 Kamov Ka-52, subito ribattezzati "Coccodrilli del Nilo".

In questa inesauribile corsa agli acquisti, i generali egiziani sono sempre pronti a guardare a Mosca. Così dal 2013 sono arrivati 44 Mig 29 M, l'ultima versione del cacciabombardiere russo, e batterie di missili terra-aria S-300. Poi lo scorso anno di fronte alle resistenze statunitense di fornire aerei moderni come l'F-35, hanno speso due miliardi di dollari per ordinare 24 Sukhoi Su-35, il più potente velivolo russo. Adesso, la prima linea dell'aviazione schiera caccia francesi, russi e F-16 americani: una scelta che complica l'addestramento dei piloti e i costi di manutenzione, ma dà la certezza che nessun embargo potrà fermare le squadriglie del Cairo, visto che ci sarà sempre modo di trovare un Paese amico disposto ad aiutarlo.

Shopping compulsivo - La frenesia egiziana nel fare incetta di armamenti non conosce limiti. Grande sorpresa ha destato la scorsa estate la decisione di comprare dalla Grecia cento veicoli blindati di terza mano: cingolati BMP-1, prodotti dall'Unione sovietica per la DDR e regalati da Berlino ad Atene dopo la caduta del Muro. Difficile capire a cosa servano macchinari così vetusti, visto che il Cairo dispone di mezzi molto più evoluti. Un'ipotesi è che siano destinati all'Uganda: uno strumento per la politica estera africana del nuovo Faraone. Anche in questo caso, ci sono state critiche al governo di Berlino, che ha risposto di non potersi opporre: "Li abbiamo dati ai greci ventitré anni fa, non possiamo influire sulle loro decisioni".

Che si tratti di residuati bellici o di intercettori hitech, le capitali europee non hanno remore. Lo ha detto con chiarezza Emanuel Macron, rispondendo a una domanda sulla repressione dei diritti umani in Egitto: "Non subordinerò accordi di cooperazione economica e militare a questi contrasti". Per poi presentare la sua linea: "Penso che sia più efficace il dialogo che le sanzioni che ridurrebbero la capacità di uno dei nostri partner nella lotta al terrorismo e nella stabilità regionale". Sono più o meno gli stessi argomenti usati dal governo Conte per giustificare la vendita delle fregate, superando di colpo l'assenza di collaborazione per avere giustizia sull'uccisione di Giulio Regeni e la mobilitazione per la scarcerazione di Patrick Zaki.

Una realpolitik che privilegia la tutela dell'occupazione, permettendo a Fincantieri e Leonardo di aumentare il fatturato, e l'attenzione agli equilibri nel Mediterraneo orientale, dove le minacce di Erdogan alle concessioni petrolifere europee fanno più paura delle persecuzioni di Al Sisi. E la storia non è finita. Perché ci sono tante altre trattative aperte con il Cairo. In Germania, in Francia e pure in Italia. Se il decollo vincente dei caccia Rafale sembra cancellare l'ipotesi di piazzare gli Eurofighter, ci sono discorsi avviati per ulteriori fregate Fremm, per jet d'addestramento e persino per un satellite da spionaggio, tutto Made in Italy. Inutile aspettarsi trasparenza: se andranno in porto, si saprà a cose fatte. Anche nelle democrazie europee, i segreti del potere - quelli che nel medioevo si chiamavano "arcana imperii" - continuano a dominare le esportazioni di armamenti.