sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Salvo Palazzolo

La Repubblica, 24 aprile 2022

Quarant’anni fa la mafia uccise il segretario regionale del Pci. Il figlio racconta: “Aveva visto in faccia i boss a Palermo”. “Mi ricordo un pomeriggio, nel giardino della nostra casa del quartiere Matteotti, a Palermo: papà discuteva con Girolamo Li Causi, e io intanto giocherellavo attorno.

Avrò avuto quattro anni. Fu la prima volta che sentii parlare di politica, la nostra casa era sempre aperta”. Franco La Torre è tornato in città per le riprese del documentario di Walter Veltroni su suo padre Pio, il segretario regionale del Partito comunista ucciso da un commando di mafia il 30 aprile 1982, quarant’anni fa, assieme all’amico e collaboratore Rosario Di Salvo. Si guarda attorno e dice: “Quella Palermo degli anni Sessanta mi sembrava una città felice. Il volto di papà era intenso e sorridente, le sue parole diventavano appassionate quando si occupava dei problemi degli altri. Questo voleva dire per lui fare politica”.

Che papà è stato Pio La Torre?

“L’educazione che abbiamo ricevuto io e mio fratello era impostata su due valori: libertà e responsabilità. Avevamo grande spazio per le nostre uscite, ma se tornavamo con il ginocchio sbucciato oppure in ritardo al pranzo della domenica dovevamo farci carico di tutte le conseguenze. Una domenica ci scappò pure un ceffone”.

Come raccontava suo padre gli anni giovanili?

“Frequentando l’istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele aveva scoperto l’impegno politico: un professore gli aveva aperto gli orizzonti. E col suo amico Pippo Fuschi aveva iniziato ad andare ai comizi dei comunisti. Poi si mise a diffondere l’Unità nel suo quartiere, Altarello di Baida, una zona ad alta densità mafiosa. E la cosa non piacque affatto a certi personaggi, che finirono per bruciare la porta della stalla di suo padre”.

Andavate qualche volta a trovare i parenti ad Altarello di Baida?

“Fra quelle strade tortuose papà suonava sempre il clacson. E mamma diceva: “Perché?”. Lui sussurrava: “Così mi riconoscono”.

I mafiosi avevano imparato di certo a riconoscerlo. Nella sentenza di condanna della Cupola, i giudici scrivono che anche altri soggetti - esterni a Cosa nostra - erano interessati alla morte di Pio La Torre. Chi secondo lei?

“Il vertice mafioso si teneva aggiornato sull’andamento dei lavori parlamentari per l’approvazione della legge sulla confisca dei beni. Ma a tenere sotto controllo mio padre c’erano anche i servizi segreti, da lungo tempo; proseguirono fino a quindici giorni prima del suo omicidio. Il giudice Giovanni Falcone, deponendo in commissione Antimafia, disse che fra i delitti politici quello di Pio La Torre era il più denso di significati e motivazioni. Un delitto eseguito da killer mafiosi, su ordine della Cupola. Ma devono esserci state altre cointeressenze, legate agli scenari più diversi. Con la battaglia per la pace, contro i missili di Comiso, mio padre si era messo di certo in una posizione difficile”.

Quando lo vide per l’ultima volta era preoccupato?

“Ci siamo incontrati cinque giorni prima, a Roma, dove la famiglia si era ormai trasferita dal 1969, lui veniva ogni settimana. Mi raccontò che aveva preso il porto d’armi, parlammo della grande marcia di Comiso, che lo aveva entusiasmato”.

Il lunedì di Pasqua aveva detto a Emanuele Macaluso: “Dopo Mattarella e Reina, adesso tocca a noi”. Nonostante fosse un obiettivo ormai prevedibile, Pio La Torre non aveva la scorta.

“A volte, per esorcizzare la paura ci si scherzava anche su. Mimì Bacchi diceva che mio padre non sapeva tenere in mano la pistola, e che avrebbe finito per spararsi ai piedi”.

C’è una costante negli omicidi eccellenti di Palermo, la consapevolezza delle vittime di andare incontro a un destino già scritto, spesso in solitudine. Eppure, nonostante questo, continuavano a immaginare un futuro possibile. C’era un progetto che stava particolarmente a cuore a suo padre?

“Aveva comprato un pezzetto di terra ad Altavilla Milicia, nel 1981, e sognava di costruirci una casetta, accanto a quella realizzata dal fratello. Un pezzetto di terra da dove si vede il mare, che amava tanto. Camminava sempre con il costume in macchina, papà era un grande nuotatore”.

Quanto è difficoltoso percorrere la strada per arrivare alla verità?

“Noi figli abbiamo raccolto il testimone di mamma, che si è impegnata davvero tanto, è stata anche parlamentare regionale, in un periodo in cui fare l’antimafia vera non era davvero facile”.

Il nonno materno è un’altra figura importante nella vita di suo padre...

“Nonno Zacco faceva il medico, era un aristocratico anomalo. Era repubblicano e comunista. A casa sua si riuniva la Palermo democratica di ispirazione comunista. Papà raccontava che quando chiese la mano di mamma al nonno, lui prima lo visitò, poi gli chiese: “Compagno La Torre, dove andrete a vivere?”. E lui rispose: “Compagno Zacco, a casa tua”. All’epoca, papà era un funzionario della Camera del lavoro, non poteva certo permettersi una casa con il suo stipendio. Così, andarono a vivere in quella casa col giardinetto del quartiere Matteotti, in cui ho tanti ricordi. A Palermo la famiglia restò fino al 1969, quando io avevo 13 anni”.

Ci racconti un altro ricordo a cui è legato...

“Un giorno, avrò avuto cinque anni, mamma mi aveva rimproverato non ricordo per cosa, e io avevo deciso che sarei andato in ufficio da papà, alla Federazione comunista, in via Caltanissetta. Sapevo che sarei dovuto arrivare a piazza Croci. Ma sotto l’arco di largo dell’Esedra mi fermai a parlare col fruttivendolo. Mi disse: “Dove stai andando?”. Risposi: “Da mio padre”. Aggiunse: “Ti ci porta Gaetano”, che era il garzone. In realtà, Gaetano mi portò in giro a fare le consegne di quella mattina. Intanto, mamma aveva chiamato papà, e pure i carabinieri: quando tornai a casa, ricordo l’abbraccio dei miei genitori”.

Il progetto di legge sulla confisca preoccupava tanto i mafiosi, ma suo padre denunciava anche le collusioni fra esponenti della Dc e Cosa nostra. Cosa ha fatto scattare la condanna a morte?

“Credo che restino ancora valide le parole pronunciate dal prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, nel corso dell’ultima intervista. Quando Giorgio Bocca gli chiese: “Perché fu ucciso il comunista La Torre?”, lui rispose: “Per tutta la sua vita”. Papà aveva imparato a riconoscere i mafiosi ad Altarello di Baida, li aveva visti in faccia. E loro avevano visto lui”.

Quarant’anni dopo, quanto è viva la memoria di Pio La Torre nella politica e nell’antimafia?

“La sua è un’eredità che andrebbe coltivata un po’ di più. Non solo nel giorno dell’anniversario della morte, è la vita che deve essere ricordata. Per quell’impegno che è stato una costante nella sua esistenza. Impegno per le battaglie concrete, mai per slogan vuoti, come quelli di certa antimafia. Mio padre era finito in carcere per aver sostenuto la battaglia dei braccianti che occupavano le terre. Le sue battaglie sono state sempre concrete, per i problemi reali della gente. Questo dovrebbe essere oggi la politica”.