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di Simona Buscaglia

Corriere della Sera - La Lettura, 30 novembre 2025

Da quarant’anni impegnato nel volontariato, il chitarrista Franco Mussida, ha composto un brano che diverse comunità - da Kayròs al Progetto Arca fino a Scampia e a tre carceri - hanno interpretato insieme: “La musica ci offre equilibrio emotivo e ci fa rinunciare all’odio”. E infatti il titolo è “Love Street”. “A volte la musica arriva come un regalo, in modo diretto, senza sforzo. Quando capita, sai già di avere tra le mani qualcosa di prezioso che deve raggiungere il pubblico più ampio possibile. Questo brano è uno strumento per dare voce a chi, in questi tempi bui, prova a tenere una luce sempre accesa per chi vive la strada, per chi assiste chi è in difficoltà”. Franco Mussida, chitarrista e compositore, per quasi mezzo secolo membro della Premiata Forneria Marconi, fondatore del Cpm Music Institute di Milano (diventato Istituto di Alta formazione artistica e musicale), da circa 40 anni lavora nelle carceri e nelle comunità.

Conosce bene lo smarrimento di chi ha avuto una vita poco gentile, di chi ha provato, con i mezzi a disposizione, a riempire un vuoto interiore, a volte incolmabile. Questo rende ancora più evidente l’importanza di chi invece apre una porta, tende una mano, accende una speranza. Da qui nasce Love Street. Gente che la vita... non si butta via, una canzone di Natale composta e scritta da Mussida, che contiene al suo interno le voci di molte realtà associative che hanno incrociato il suo cammino. Un lungo lavoro collettivo, un’opera creata da diverse registrazioni che diventano un solo racconto, una sola traccia finale realizzata con i ragazzi della comunità Kayròs di don Claudio Burgio, con gli operatori del Progetto Arca, con il coro Millecolori di Scampia, con chi partecipa ai laboratori musicali di ascolto emotivo consapevole nel carcere di San Vittore, insieme al coro dell’Associazione Amici della Nave, con gli atleti di Vero Volley, senza dimenticare gli studenti del Cpm che, oltre a operare con queste associazioni, è da sempre impegnato nell’uso terapeutico della musica, come nel Progetto CO2 (Controllare l’Odio), iniziativa che ha portato la musica all’interno di dodici istituti penitenziari italiani, tra cui San Vittore, Opera e Rebibbia.

Il brano, che comincia con il contributo dei Layers, ensemble vocale interamente formato da studenti dei corsi accademici del Cpm, ruota intorno a un messaggio, che suona più come una rivelazione: “Lo sai che l’odio è nostalgia d’amore”, frase cantata nel ritornello. Gli interventi rap si alternano al canto a cappella, a un racconto cantato articolato e ai diversi cori, oltre a un assolo di chitarra eseguito da Mussida. Lo stimolo creativo è partito quest’estate, dalla partecipazione al corso di Formazione alla Spiritualità nella Musica e nella Danza “Zipoli”, la cui sesta edizione era dedicata alla capoeira brasiliana: “Chiedemmo a Franco una mano a livello musicale per poter realizzare la serata di opening e lui ha risposto scrivendo dei brani inediti”, racconta padre Eraldo Cacchione, della Rettoria Santa Maria della Speranza dei Gesuiti di Scampia, tra i promotori del coro interetnico di bambini e giovani, rom e napoletani, provenienti dalle zone più marginali del quartiere napoletano di Scampia. Che aggiunge: “L’aspetto più toccante per noi del Coro Millecolori è stata la richiesta di partecipare al canto e alla registrazione. Esperienza straordinaria per i nostri bimbi”.

Quella danza brasiliana, e ciò che simboleggia, cioè la continua ricerca d’equilibrio tra amore e odio, ha ispirato il processo che ha portato alla realizzazione del brano: “La capoeira - spiega Mussida - è il simbolo di una lotta fisica che mantiene l’intenzione di aggredire l’avversario, ma che sceglie di fermarsi un attimo prima di colpirlo, di fargli del male. Volevo rimarcare il senso della lotta interiore che ci riguarda tutti; parlare dell’istinto a far morire e a far vivere. Raccontare dell’odio e dell’amore come parti integranti della vita. Offrire una visione laica, a-confessionale dell’amore come energia che costruisce futuro”. Da qui il passo successivo: “Pensavo al Natale e alle persone che si dedicano a portare conforto a chi vive la strada, a tutti questi anni di lavoro in carceri e comunità. Ho immaginato fosse la canzone giusta per rappresentare questo impegno. Per suonarla e cantarla non ho pensato a celebrità, ma a bravi musicisti, a gente intonata che canta per il piacere di farlo, a chi la strada l’ha provata e vissuta. Ho chiesto agli amici delle associazioni con cui collaboriamo. L’abbiamo fatta suonare e cantare agli studenti della Scuola, agli operatori delle associazioni, ai ragazzi che cercano aiuto per superare l’invisibile, doloroso diaframma emotivo-esistenziale che separa l’adolescenza dall’età adulta. Considero Love Street un regalo speciale: spero possa entrare nel cuore di tutti”. Quando si riferisce al brano, Mussida parla anche di “una carezza da mettersi in tasca”, soprattutto per chi sta attraversando un periodo difficile: “Il lavoro con i detenuti e con i ragazzi con problemi di tossicodipendenza continua a essere una fonte di ispirazione, mi fa capire come possiamo essere utili davvero. Oggi i giovani sono sempre più distanti: le droghe sono diventate, ancora più di prima, un ulteriore elemento d’isolamento, anche perché l’egoismo e la solitudine si sono amplificati. In questo mondo meccanico, sovrastimolante, si perde sempre più la libertà emotiva, la capacità di emozionarsi con autonoma sincerità per qualcosa che davvero ci interessa”.

La musica diventa così un veicolo fondamentale per mantenere un legame con il proprio sentire, soprattutto per quei giovani attratti dalla violenza come via di fuga immediata dal dolore: “Ci dimentichiamo sempre - prosegue Mussida - che la musica è un’arte non verbale, è puro codice sonoro avulso da concetti legati alle lingue parlate, la manifestazione delle nostre intenzioni emotive. È attraverso la musica che si vivono i sentimenti nella loro totale purezza. Si tratta del più straordinario strumento per la comunicazione emotiva che l’uomo abbia mai creato, dietro al quale c’è un mistero meraviglioso che la rende un linguaggio universale. La disumanità che siamo costretti ad assimilare ogni giorno ha effetti negativi su di noi, sui ragazzi, e anche per questo il lavoro delle realtà coinvolte nel progetto è cruciale. Mai come adesso serve sviluppare la nostra intelligenza emotiva, dando ai ragazzi nuovi strumenti per coltivarla, la musica è tra questi. Non si può mettere un cappotto di piombo al nostro cuore, prima o poi si ribellerà con conseguenze negative”. La lavorazione del brano è stata vissuta con entusiasmo e stupore: “Da subito - sottolinea l’ex chitarrista della Pfm - non si sono più liberati del ritornello. Uno dei ragazzi di don Burgio a un certo punto è come se si fosse svegliato. Si è avvicinato e mi ha chiesto in studio: “Come si fa a scrivere una cosa così?”. Con quella domanda rivelava di aver colto la profondità del messaggio. Non si capacitava di come fosse possibile. Gli ho risposto: “Ho 78 anni, hai tanto tempo, potrai scrivere cose ancora più profonde”.

A confermare l’importanza del percorso anche don Burgio: “Da anni i ragazzi della comunità Kayròs sono coinvolti in laboratori e progetti musicali perché abbiamo compreso che l’arte può contribuire in modo formidabile al loro cambiamento e alla loro capacità di comunicare. Siamo certi che i nostri adolescenti trarranno beneficio da questa esperienza immersiva fatta di ascolto e di cura, da questo progetto musicale e dal valore profondamente spirituale”.

Sono stati chiamati a partecipare alle registrazioni audio video operatori e mediatori culturali di diverse nazionalità: siriani, afghani, egiziani, indiani, tutti rapiti dal ritornello. In alcuni momenti gli interpreti si sono sorpresi a cantare anche senza la base, per il gusto di cantare insieme: “Nutrirsi di musica - dice Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca - significa nutrirsi di bellezza, e per noi la bellezza è ciò che accende il cambiamento. Tutti noi del progetto Arca, soprattutto gli operatori che vivono la strada accogliendo migranti richiedenti asilo e persone senza fissa dimora, desideriamo ringraziare di cuore l’amico Mussida e il Cpm per averci coinvolti nel progetto Love Street e per il cammino condiviso con il progetto delle “Audioteche per il ristoro emotivo”, luoghi in cui la bellezza della musica diventa ascolto interiore, strumento di benessere e cura per le persone che accogliamo”.

Il brano sarà accompagnato da un video, girato durante le registrazioni insieme alle diverse realtà che hanno partecipato attivamente al coro. Brano e video verranno pubblicati e presentati tra il 2 e il 4 dicembre. Per il fondatore del Cpm la canzone è un po’ una sintesi di quasi quarant’anni di lavoro e relazioni con le persone fragili: “L’amore lo associo a un concetto ampio. Lo ribadisco all’inizio del brano: “Non ha Paese, Stato, partito, religione”. Lo percepisco come un fiume che pervade tutto il vivente, la vita stessa. Sull’amore si appoggia tutto, a partire dai nostri sentimenti e desideri, l’essenziale che invita all’azione. È su questa essenzialità che agisce la musica, nutrendoci della medesima vibrazione vitale di cui siamo costituiti. I tanti anni di relazione con persone che vivono le loro fragilità mi hanno arricchito di un’energia che da sempre provo a restituire. La stessa che pervade il brano Love Street; quella che mi fa vedere il futuro della musica con la certezza di avere di fronte un’opportunità da non perdere. Quella di educare attraverso di lei l’intelligenza emotiva, e con questa conoscere per conoscersi sempre più a fondo”.