di Errico Novi
Il Dubbio, 11 marzo 2026
Si fa difficile, molto. Anche se Giorgia Meloni ci aveva provato. Aveva vinto la ritrosia a giocarsi tutto sul referendum. Dopo una lunga attesa, lunedì mattina aveva finalmente pubblicato sui social il video con il messaggio fatidico: “È importante che si vada a votare, e che si voti Sì”. Ma è chiaro che le parole di Giusi Bartolozzi, la clip video in cui la capo Gabinetto di Carlo Nordio - il ministro che ha scritto la riforma sottoposta a voto popolare - dichiara “votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione”, continuano a suonare sinistre per le prospettive di vittoria del governo. Mai la partita sulla separazione delle carriere, per l’Esecutivo e la sua maggioranza, era stata così in salita. Ed è in salita anche per un episodio che ha del paradossale. L’espressione di Bartolozzi, ha detto ieri Nordio a Torino, “può essere stata interpretata in modo improprio, ma sono certo che lei se ne scuserà e che non rappresenta il suo pensiero”.
Sempre ieri mattina l’altra figura chiave del governo nella sfida sulla magistratura, Alfredo Mantovano, è stato più netto: la frase pronunciata dal “capo di gabinetto del ministro della Giustizia è una frase infelice, come lo stesso ministro Nordio ha sottolineato, ma la cosa importante adesso è esaminare il merito della riforma, un merito che è l’oggetto del referendum”. Anche Mantovano è un magistrato. Esattamente come Bartolozzi, che è sì assegnata a un incarico fuori ruolo ma fa ancora giuridicamente parte dell’ordine giudiziario. Di certo il sottosegretario alla Presidenza sa, come lo sa Nordio, che la ricorsa alla vittoria nel referendum è adesso molto complicata.
Evaporata una prima iniziale e rabbiosa reazione, a Palazzo Chigi non si pensa a un regolamento di conti con Nordio e la sua capo di Gabinetto. Non avrebbe senso. Meloni sa di non avere scelta: deve continuare a battersi pancia a terra fino al momento della verità, il 22 e 23 marzo. Ma avvalorare con un’iperbole illogica, “votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”, le più nefande previsioni dell’Anm e del centrosinistra, non è solo un infortunio: è l’equivoco attorno a cui ora ruota in gran parte il destino della consultazione. Non solo e non tanto perché le frasi pronunciate dalla dirigente di via Arenula si siano trasformate in un boomerang mediatico, ma perché segnalano, in modo distorto, un aspetto positivo che nella separazione delle carriere c’è, vale a dire il riequilibrio dei rapporti fra politica e magistratura.
È qui la vera chiave dell’incidente televisivo di sabato scorso - Bartolozzi aveva parlato dagli studi dell’emittente catanese Telecolor, durante un dibattito sul referendum costituzionale. È indiscutibile, ma lo si dice sempre un po’ sottovoce, che la separazione delle carriere, e soprattutto il sorteggio stronca-correnti, siano concepiti per affrancare i giudici, i gip innanzitutto, dal controllo che i pm, egemoni nell’Anm, esercitano anche sulle carriere di coloro, i magistrati giudicanti, di fronte ai quali dovrebbero essere solo una “parte” al pari dell’avvocato. È chiaro che un giudice - soprattutto il giudice impegnato nella fase preliminare del procedimento - libero dal timore che una linea poco favorevole alla Procura gli costi penalizzazioni professionali guarirebbe il processo penale anche dalle derive mediatiche. È chiaro che proprio nelle fasi preliminari, in cui - tra arresti e intercettazioni invasive - i pm lucrano un’enorme popolarità per le loro tesi, si costruisce lo sbilanciamento fra accusa e difesa, e si realizza anche la delegittimazione della politica per via giudiziaria, quando a difendersi dalla macchina infernale della sentenza televisiva è un parlamentare o un assessore. È indiscutibile insomma che, dietro le insostenibili parole di Bartolozzi, vi sia una verità, e cioè che un giudice più forte tutelerebbe tutti gli indagati, politici inclusi, dallo strapotere dei pm, e in questo senso rimetterebbe anche in equilibrio i rapporti fra partiti e magistratura.
Ma si tratta, tanto per essere chiari, dell’indicibile, a maggior ragione nella chiave proposta da Bartolozzi. E infatti già lunedì sera il più scaltro fra i leader del No, Giuseppe Conte, ha immediatamente trasformato la frase della capo Gabinetto di Nordio in un formidabile gol in contropiede: “Votiamo No al referendum salva-casta che serve solo a controllare politicamente la giustizia evitando inchieste scomode per chi è al potere”. Perfetto, dal punto di vista del leader 5S. Assai meno dal punto di vista di Meloni. La quale non può certo permettersi di rivendicare la tesi dello scudo che la riforma opporrebbe alle intemperanze processual-mediatiche delle Procure. E non può farlo, a maggior ragione, nella versione proposta da Bartolozzi.
Il No era già dato in vantaggio da alcuni sondaggi. Ora potrebbe andare letteralmente in fuga. Ed è tutto da stabilire se la rincorsa di Meloni basterà. Poi certo, va ricordato pure il contesto entro cui l’errore della dirigente di via Arenula è maturato: un dibattito in cui si è trovata a fronteggiare da sola, in studio, tre esponenti dello schieramento anti-riforma, cioè la senatrice di Avs Ilaria Cucchi, il marito di quest’ultima, e avvocato, Fabio Anselmo e il togato Csm di Unicost Marco Bisogni. Sotto pressione, Bartolozzi ha detto una cosa fuori luogo. La sfida di Meloni ora è risalire la corrente al punto da azzerarne l’effetto, e riportare i Sì al vantaggio che sembrava netto solo fino a due settimane fa.










