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di Marco Barzelli

Il Messaggero, 30 agosto 2024

“Stava male, ma lo hanno lasciato solo”. Il 35enne di Ceccano si è tolto la vita un anno fa nell’istituto penitenziario di Frosinone, il ricordo di parenti e amici. La famiglia vuole giustizia. Antonio Di Mario, 35enne di Ceccano, è morto suicida nel carcere di Frosinone esattamente un anno fa. La sorella Laura continua la sua battaglia giudiziaria per il riconoscimento del concorso di colpa del sistema penitenziario. Venerdì 13 settembre si terrà l’udienza preliminare per l’emanazione del provvedimento sulla richiesta di archiviazione del procedimento da parte del pubblico ministero. Quel suicidio, però, è un “gesto preannunciato” secondo la perizia di parte voluta dall’avvocato Marco Maietta per conto della sua assistita. “Il pm ha solo confermato le circostanze di morte - dichiara Laura Di Mario - ma lui non doveva stare solo in cella e doveva essere assistito per via dei noti problemi di dipendenza e disagi psichiatrici. Non rispondono alle nostre domande. Temo che lo Stato non ammetterà le proprie responsabilità”.

Di Mario si è tolto la vita intorno alle ore 22, impiccandosi con la cintura dell’accappatoio. “Alle 17.30, mio fratello aveva già chiesto aiuto in infermeria ed è tutto registrato - precisa la sorella del 35enne -. Aveva già commesso atti di autolesionismo ed era un soggetto a rischio, da non lasciare solo. Non è morto a casa ma in un carcere, dove doveva essere di per sé sorvegliato. È successo alle dieci di sera e io sono venuta a saperlo alle 10 della mattina seguente, dodici ore dopo. Ero a lavoro e l’ha saputo mio marito per caso, tramite passaparola del personale ospedaliero. Anche questo, di per sé, è già uno scandalo”.

Di Mario è uno dei 71 detenuti suicidatisi l’anno scorso negli istituti penitenziari. Oggi pomeriggio, alle ore 18.30, sarà officiata la messa di suffragio nella chiesa di santa Maria a fiume. A un anno dalla morte, dall’addio con lo striscione con su scritto “Resterai sempre nei nostri cuori”, anche un “Memorial di carpfishing” al lago di Canterno. Un torneo, quello del 7 e 8 settembre, organizzato dagli amici del “Lepini fishing club” in ricordo suo e della passione per la pesca sportiva. Tutti i suoi cari chiedono la verità, spalleggiati dal Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa. “Ora l’anniversario, poi il memorial organizzato dagli amici e, infine, il giorno della verità - commenta Laura -. È un mix di emozioni contrastanti e sono già abbastanza provata. Ma è importante parlarne, perché voglio che venga riconosciuta la responsabilità della morte di mio fratello”.

Antonio, ribattezzato “Struzzo”, non era più quello di un tempo. Le porte del carcere, in attesa di giudizio, si erano riaperte dopo la rapina perpetrata il 26 marzo 2023 davanti all’ufficio postale di Ceccano scalo. Si faticava ormai a riconoscerlo, devastato da droga e ricorso alla delinquenza. Prima dell’ennesima ricaduta, però, aveva trovato lavoro in fabbrica e ricominciato a Pescara. Poi la brusca fine di una relazione e la scomparsa del padre malato, dopo aver perso la madre da bambino. Un “macigno”, tra le colpe che pagava, che lo ha schiacciato. “Era in attesa di trasferimento in una comunità di recupero - racconta la sorella - dopo tanti ricoveri per le crisi dovute alla dipendenza.

Mio fratello è stato arrestato nel reparto di psichiatria e portato in carcere malgrado i suoi problemi. Una volta lì, non avrebbero dovuto acconsentire alle sue richieste di stare in cella da solo. Aveva già minacciato di suicidarsi”. Si è strappato alla vita, malgrado disperati tentativi di soccorso in ambulanza e ospedale. Nella casa circondariale “Giuseppe Pagliei”, non è stato l’ultimo suicidio della serie. Il 27 giugno scorso, è stata la volta di un giovane italiano di seconda generazione. Il 21enne ha inalato gas da una bomboletta da campeggio finché non se n’è andato.