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di Giovanni Del Giaccio

Il Messaggero, 30 giugno 2024

Sarà l’autopsia a stabilire le cause del decesso del detenuto di 24 anni, morto nella sua cella a Frosinone giovedì pomeriggio. La prima ipotesi è che si sia tolto la vita inalando il gas della bomboletta del fornello da campeggio, regolarmente in uso nei penitenziari. L’altra è che lo stesso gas spesso viene inalato per “sballarsi” e forse il giovane ha esagerato. Quello che non si spiega è perché il ragazzo (originario del Brasile ma nato e cresciuto in Italia) fosse detenuto nonostante aspettasse di essere processato per minacce - non parliamo di carcere preventivo per un omicidio o una violenza sessuale, per capirci - e soprattutto nonostante i problemi di salute mentale che lo affliggevano.

In molti, a cominciare dal garante per i detenuti, si chiedono se fosse proprio necessario tenerlo recluso. Da considerare, inoltre, che nei giorni precedenti alla morte il ragazzo era stato in ospedale per un trattamento sanitario obbligatorio, quindi era tornato in carcere dove aveva svolto i colloqui previsti con l’équipe psicologica. Non è chiaro se il giorno prima o sempre giovedì, invece, avesse incontrato anche la mamma. Nulla, da quanto emerso finora, faceva presagire un gesto estremo ma è noto che le “avvisaglie” quando si decide di farla finita non ci sono. L’esame sulla salma consentirà di capire meglio l’accaduto che dalla ricostruzione effettuata finora fa propendere, appunto, per un suicidio.

Il detenuto era da solo in cella e gli agenti di polizia penitenziaria lo tenevano monitorato. Proprio uno di loro lo aveva visto entrare in bagno, poi si era insospettito perché non usciva, né rispondeva. A quel punto l’agente ha deciso di entrare e ha scoperto il corpo ormai senza vita. C’è stato l’intervento anche del personale sanitario che si trova presso la casa circondariale, ma non si è potuto fare altro che constatare il decesso.

Mentre la Uil chiede di potenziare l’organico degli infermieri in servizio (provvedimento che la Asl sta adottando attraverso le stabilizzazioni) il Sappe sottolinea come ci sia un’alta concentrazione di detenuti psichiatrici e tossicodipendenti: “Dai dati in nostro possesso sappiamo che quasi il 30% delle persone, italiane e straniere, detenute in Italia, ossia uno su tre, ha problemi di droga. Per chiarezza va ricordato che le persone tossicodipendenti o alcoldipendenti all’interno delle carceri sono presenti per aver commesso vari tipi di reati e non per la condizione di tossicodipendenza. Non vi è dubbio che chi è affetto da tale condizione patologica debba e possa trovare opportune cure al di fuori del carcere e che esistano da tempo dispositivi di legge che permettono di poter realizzare tale intervento”.