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di Ilaria Sacchettoni

La Lettura - Corriere della Sera, 5 luglio 2026

Cristina (nome di fantasia) era a Rebibbia da cinque giorni quando venne celebrato il primo matrimonio tra due donne. Entusiasmo? Scandalo? La regista Francesca Tricarico, che da anni porta la recitazione in carcere, fece uno spettacolo da Shakespeare. La caduta ha l’odore di una cella al secondo piano di Rebibbia, dove il corpo si fa strada un po’ a dispetto. Dall’autunno del 2017 a ora, Cristina (nome di fantasia), ha incontrato le altre e trovato sé stessa, imparando a guidare la propria voce oltre le sbarre. La voce narrante di Desdemona studio I messo in scena lo scorso 4 giugno al Teatro nazionale di Roma, ha scontato quindici mesi per truffa ed è rinata per ostinazione e autodisciplina.

Dopo avere scoperto William Shakespeare non se n’è più separata e oggi lavora stabilmente per la compagnia teatrale delle Donne del Muro Alto. Di giorno è addetta al settore amministrativo della Sapienza Università di Roma, la sera lascia che il Bardo abbia cura di lei. “Sono stra-fortunata” giura, accettando di raccontarsi dal precipizio su su fino agli spazi aperti.

È una donna di 56 anni, capelli biondi, corpo morbido, sorriso aperto. In carcere, spiega, ha trovato il prossimo: “All’inizio mi misero in cella con una ragazza di quattordici anni più giovane di me. Aveva 34 anni ed era entrata a 20. Lei ha saputo rispettare i miei tempi, i miei silenzi e i miei pianti e mi ha guidato quando ha visto che ero persa. La ringrazierò sempre. Ora ha una misura alternativa, quindi è fuori con l’affidamento in prova, lavora e tutto quanto, però non ha ancora completato il suo percorso giudiziario”. Mai avrebbe pensato di dover ringraziare: “Ero piuttosto altezzosa, dentro mi chiamavano “snob”. Era vero”, ride.

Cristina collocava sé stessa a latitudini incompatibili con la detenzione. “Ero entrata - racconta - con tutti i pregiudizi del mondo. Intollerante. Razzista. Di più. Due giorni prima dell’arresto alcuni nomadi avevano distrutto la casa di mia sorella e divelto dal muro la cassaforte. Li soffrivo. Devi sapere che a Rebibbia l’ottanta per cento è popolazione rom. Inorridii. Non avevo mai frequentato una persona rom nè tossicodipendente. Per me al liceo chi si faceva una canna era un drogato. Ero ignorante”.

Istruita, elegante, lessico appropriato, Cristina affrontava la vita a colpi di cliché, come spesso accade. Si occupava di gestione del risparmio per gruppi bancari italiani e stranieri. In sede processuale risultò un’aggravante. La truffa, dissero, era certificata. Suo figlio, all’epoca undicenne, fu inconsolabile. La separazione, drammatica. La letteratura la salvò. “Tutto iniziò - spiega - con Ramona e Giulietta, un adattamento dal Romeo e Giulietta scespiriano nato da un avvenimento. La celebrazione del primo matrimonio civile tra due donne a Rebibbia, appena cinque giorni dopo il mio ingresso. Il penitenziario era diviso tra chi approvava e chi era furioso. Ma il vero problema era che il carcere negava l’affettività. Si affrontava per la prima volta questo tema. Francesca (la regista Francesca Tricarico che da anni porta il teatro all’interno delle mura carcerarie, ndr) trasformò la rabbia in entusiasmo e facemmo quello spettacolo”. La sua voce e la sua postura risultarono particolarmente felici. La metamorfosi di Cristina era già iniziata. Recitava. Dava un senso alle letture (“Ho sempre amato i libri, tre giorni dopo il mio ingresso in carcere avevo già divorato mezza biblioteca”). Incontrava suo figlio tra il pubblico degli spettacoli. Il training teatrale dava i suoi frutti. La regista pretendeva. Cristina e le altre le andavano dietro. “Ero entrata senza strumenti. Mi portavo dietro la mia vecchia vita. Ricordo la borsa che avevo con me il primo giorno. C’erano le felpe con il cappuccio e le scatole di assorbenti non sigillate. Tutto inutile, non fecero entrare nulla. Mi furono dati pigiama, assorbenti e il resto. Quello che mi serviva era già qui”. La sua compagna di cella, sempre lei, la iscrisse al corso di teatro: “Mi disse: “Vediamo cosa sai fare”“.

La valigia dell’attrice, oggi, include l’empatia: “Il teatro in carcere è democratico, accetta tutti. Anche chi sta sotto psicofarmaci. È stato bello - commenta - vedere come alcune persone, grazie al teatro, grazie a chi gli dava fiducia, siano riuscite a salire sul palco. Nessuna esclusione, niente primedonne. Tante persone di etnie diversa, cultura diversa. Rom che imparano la parte a memoria senza sapere né leggere né scrivere. Il teatro ti aiuta perché è un relazionarsi con l’altro... la compagna di avventura, il pubblico... Shakespeare aiuta molto in questo”.

La molteplicità raffigurata, l’umanità che racconta, l’animo che descrive, tutto restituisce gradazioni di colore ad ambienti neutri, soffocanti, afflittivi. Il Bardo si presta a spiegare la realtà di detenute che si amano (Ramona e Giulietta) o di donne sacrificate (Desdemona Studio I). Ma le Donne del Muro Alto hanno messo in scena anche il terrore del giacobinismo con Olympe De Gouge, tributo al femminismo ante litteram in terra di Francia. La regista Tricarico aggiunge un ingrediente essenziale alla realizzazione di tutti questi lavori: “Mettiamo in scena il potere della parola che in carcere risuona ancora più forte, come cambia la tua vita a seconda delle parole che pronunci nei confronti delle tue compagne o delle istituzioni? Ecco: Shakespeare, ad esempio, ha alcuni rumori di fondo dalla guerra che echeggia nell’Otello alla potenza della parola appunto”.

Nessun timore degli occhi del pubblico nel buio, Cristina? “Tutte noi siamo già state giudicate. Non abbiamo questa paura. Poi, forse, ci sono aspetti tecnici da tenere presente. Quasi non incontriamo il pubblico perché abbiamo i riflettori puntati contro di noi. Una luce fissa che esclude quelle persone, almeno mentre recitiamo la parte. Qualche volta capita di intravederle entrando in scena dalla platea ma è appena un accenno”. Benvenuti a teatro. Quello autentico. “Non solo noi, anche il pubblico cambia idea nel corso dello svolgimento dello spettacolo. Al principio prevale la diffidenza. Detenute. Vediamo questo mostro a tre teste, pensano. Poi ci ragionano. Capiscono. La tensione si allenta. Applaudono”.

Cristina continua a vedere il bicchiere mezzo pieno: “Sono fortunata. C’è sempre qualcuno che mi dà fiducia. Il carcere è una buona scuola, insegna a capire la gente. Ho continuato ad andare avanti, il magistrato folle più di noi ha creduto in questo progetto. E siamo andate avanti. È l’unico modo che ho per poter dire: almeno se ne parla. Altre mie compagne di avventure hanno difficoltà con la casa in affitto perché vengono chiesti i carichi pendenti... Se non trovano un lavoro nessuno glielo offre. La seconda possibilità non gliela danno. Ringrazierò sempre la mia educatrice. Mi era stata offerta la possibilità di uscire prima, con un progetto per pulire i parchi di Roma e lei mi disse: “Cristina, non ti ci metterò mai. Dobbiamo trovare un progetto che prosegua dopo il tuo fine pena”. Fummo allora assunte da una cooperativa per un numero che gestiva call center. Rispondevamo dal carcere. Nessuno lo sapeva. Era il contact center dell’ateneo. Ci dicevano “la prossima volta che vengo a Roma ci prendiamo una pizza” e noi ne ridevamo con le altre. Come no”. Tutti immaginano, nessuno sa mai la verità. A teatro. Nella vita.