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di Cristina Rogledi

Oggi, 23 giugno 2022

Chiedono aiuto per salvarli da un destino segnato: carcere o morte. E provano a scappare da quella Calabria senza futuro. Qualcuno le assiste ma tanti le inseguono per riportarle a casa e “salvare l’onore”.

“Sono la madre di un ragazzo di 15 anni e uno di 13. Temo che possano finire in carcere o essere ammazzati come è successo a mio padre, mio fratello e mio suocero... Per favore, mi aiuti”. Sono proprio i figli, e il desiderio di assicurare loro un futuro lontano da prigione e morte, il filo conduttore fatto d’amore che unisce le storie delle donne di ‘ndrangheta che si rivolgono al programma “Liberi di scegliere”, il protocollo governativo creato nel 2012peroffrire ai minori di famiglie mafiose la possibilità di una seconda vita lontano dalla criminalità organizzata. La liberazione dalla malavita e la rinascita passano anche attraverso il coraggio delle donne, quasi sempre madri, quasi sempre vittime di matrimoni combinati tra clan per espandere il sistema delle alleanze strategiche, un complesso mosaico di parentele.

Le donne delle ‘ndrine sono cruciali: hanno il compito di garantire la discendenza, di crescere i figli che saranno i futuri capi e possono preservare o sfaldare l’unità del nucleo. “Significa essere l’elemento che consente la prosecuzione del governo mafioso perché genera i figli maschi, perché insegna loro l’odio e come e perché va compiuta la vendetta quando si subisce un torto”, scrivono Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica al Tribunale di Catanzaro, e Antonio Nicaso ne La malapianta (Mondadori, 2010).

“Spesso hanno il marito in carcere per reati mafiosi e quando capiscono che quello è il futuro che attende i loro ragazzi, vengono da noi. Arrivano di nascosto e sono spaventate”, racconta Giuseppina Surace, giudice esperto del Tribunale minorile di Reggio Calabria, la città in cui l’ex presidente dello stesso Tribunale, Roberto Di Bella, ha creato il programma Liberi di Scegliere quando ha capito che la mafia si eredita.

“Mi sono trovato a giudicare i figli di minorenni che avevo condannato vent’anni prima”, spiega il procuratore Di Bella che ha portato il suo protocollo a Catania, dove è presidente adesso, e in altre città. “Questa circostanza mi ha spinto a chiedermi cosa fare per prevenire il fenomeno dell’ereditarietà criminale tenendo conto che la ‘ndrangheta si fonda sul legame di sangue, familiare, a differenza di Cosa nostra dove prevale il vincolo del mandamento”.

“In questi 10 anni abbiamo aiutato circa 30 donne e 70-80 figli. Anche qui a Catania sta iniziando a funzionare il nostro protocollo ma con modalità diverse perché la mafia ha meccanismi molto differenti dall’ndrangheta”, valuta Di Bella. “Aiutare queste persone a fidarsi di noi è difficile perché sono intrise di paura e sospetto. Noi chiediamo loro di fare un salto nel buio recidendo tutti i rapporti di parentela e amicizia. Vivono un travaglio profondo”, racconta la Surace.

“Io sono la prima persona che incontra le donne che intraprendono questo percorso”, dice l’avvocato Enza Rando, attivista, vicepresidente di Libera, la principale rete associativa contro le mafie in Italia che collabora con Liberi di scegliere. “Non sono collaboratrici di giustizia né testimoni, per questo chiediamo una legge specifica. Per ora dobbiamo aiutarle noi a rifarsi una vita in una città lontana ma con lo stesso cognome, a trovare una casa, un lavoro o a riqualificarsi. Paghiamo tutte le spese e la nostra rete di volontari le sostiene nelle incombenze quotidiane, dall’aprire un conto in banca all’iscrizione dei figli a scuola. Le sosteniamo per ricrearsi delle radici perché anche la libertà è faticosa se non ti è stata insegnata”, aggiunge la Rando.

Che cos’hanno in comune queste donne? “Sono vedove bianche. La loro vita è scandita dalle visite in carcere al marito, ai fratelli, ai figli. Sono condannate anche loro. Alcune avevano ruoli chiave, potere e soldi, eppure non godevano di alcuna libertà. Se il marito non c’è, sono controllate dalle suocere o altri parenti.

Subiscono una doppia violenza: un’esistenza immersa nella brutalità delle regole del clan e la minaccia costante da parte della “famiglia” perché le prime persone che danno loro la caccia per ammazzarle, quando se ne vanno, non sono i mariti: sono i padri che vogliono salvare l’onore del cognome”, continua la Rando, che ha incontrato decine di queste signore del coraggio.

“La realtà mafiosa è immutata ma loro sono cambiate nel tempo. Hanno accesso a internet, seguono la tv e hanno maturato una consapevolezza: il diritto alla felicità. La storia di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa per vendetta dall’ex compagno, e il film su di lei (Lea, di Marco Tullio Giordana, 2015, ndr) hanno avuto un effetto dirompente per loro, ne parliamo spesso. Inizialmente quando arrivano da noi si comportano da mafiose, persino nella postura e nel linguaggio. Eppure col passare dei mesi tutte si accorgono di non avere mai sperimentato prima cosa fosse una vita “normale”.

“Finalmente riesco a respirare”, è la frase più frequente. Nessuna, in dieci anni, è mai tornata indietro. Sono donne rigenerate, anche nel pensiero”, spiega la Rando.

“Stiamo seguendo la storia di una ragazza figlia di un professore universitario e nipote di un magistrato. Ha 27 anni ed è distrutta. Ha interrotto gli studi per sposarsi col rampollo di una famiglia importante, il classico ragazzo belloccio e pieno di soldi. Dopo le nozze sono cominciati i guai ma lei ha voluto nascondere tutto alla sua famiglia. Il marito la picchiava e la ricattava usando il figlio: “Se parli, se scappi…”.

La ragazza ha iniziato a soffrire di anoressia e a quel punto i genitori l’hanno convinta a confidarsi. Il marito è finito in carcere e lei ha potuto riflettere e rendersi conto che viveva un inferno anche perché mentre lui era dietro le sbarre era controllata dal clan. Quando è venuta da noi a denunciare, tremava così tanto da non riuscire a stare sulla sedia. Sua madre e suo padre sono stati grandiosi. Le hanno detto: “Lasciamo tutto, casa e lavoro, andiamo via”.

Sono tante le storie rimaste nel cuore del giudice Surace, quelle che Di Bella segue a distanza da anni e quelle che la Rando non molla mai. “Ammiro tutte queste donne. Però c’è una ragazza a cui sono molto legata: suo fratello, in carcere come anche il padre, anni fa ha ucciso la madre e lei è sola. Finito il liceo si è iscritta all’università ed è bravissima.

Mi dice spesso che le manca la mamma, anche perché non è mai stato fatto ritrovare il corpo e questo la fa soffrire. Quando i suoi amici fuori sede ricevono la visita dei genitori per lei è un momento difficile ma poco tempo fami ha confidato: “Mia madre mi ha insegnato che ci possono essere tante mamme, persone che ti stanno vicino. Aveva ragione”. Ora è in Inghilterra a fare un corso e mi ha scritto: “Per la prima volta nella vita mi sento spensierata”.

Viste spesso come l’anello debole della catena, le donne possono essere quello più forte perché lo spezzano. “La madre di due bambini ha scelto il nostro percorso mentre il marito era in carcere e lei in attesa di una sentenza di condanna”, prosegue la Rando. “Quando le abbiamo consigliato di lasciare che i piccoli si avvicinassero subito a una famiglia affidataria, ha rifiutato. Era infuriata con noi. Poi ha riflettuto: “È vero, per loro sarà più semplice così”.

I bimbi stati dati a una coppia di professori, persone dolcissime. Due anni dopo, quando è arrivata la condanna, la mamma ha spiegato ai figli: “Ho fatto degli errori e devo andare in prigione ma fidatevi di queste persone che vogliono aiutarci”. Quando la signora ha riavuto la libertà, il legame con la famiglia affidataria era così stretto, il suo senso di gratitudine così intenso, che ancora oggi trascorrono le feste e le vacanze insieme”.