di Emily Menguzzato
Il Manifesto, 4 settembre 2025
I campi estivi dell’associazione antimafia Libera nei beni confiscati del casertano, affidati ad associazioni e cooperative sociali. In viaggio all’ora arancione del tramonto, lungo la strada statale campana che collega Casalnuovo di Napoli a Casal di Principe, il paesaggio scorre tra colline che di dolce hanno poco perché fanno subito pensare a cumuli di rifiuti sotterrati. Marzia Caccioppoli porta nei suoi occhi, scuri e profondi, il carico di una sofferenza collettiva. Indica, oltre il finestrino aperto che lascia entrare un odore acre, alcuni siti sospetti e racconta di suo figlio Antonio, morto a nove anni per un glioblastoma multiforme. Un tumore, secondo i medici che lo hanno seguito, riconducibile al danno ambientale della Terra dei Fuochi: l’area di 1.474 chilometri quadrati tra Napoli e Caserta rinominata così da Legambiente a causa degli sversamenti tossici, guidati da camorra e parti oscure di industria e istituzioni, che contaminano da decenni il suolo, l’acqua e l’atmosfera.
“Antonio era affetto da una malattia che colpisce le persone anziane, non i bambini - ricorda Marzia - All’ospedale Gaslini di Genova mi chiesero se abitassi vicino a un sito radioattivo e mi dissero che potevo fare qualsiasi analisi genetica, ma il tumore era correlato all’ambiente”. LA Forza di marzia, oggi, sono i figli degli altri. “Nel 2013, assieme ad altre mamme, dopo il grande dolore per la perdita dei nostri bambini, decidemmo di fondare l’associazione Noi genitori di tutti per aiutare e sostenere le famiglie che vivevano il nostro stesso dramma. Fondamentale fu l’aiuto di Padre Maurizio Patriciello: I figli di questa terra sono ancora figli tuoi, mi disse qualche giorno dopo il funerale di Antonio”. E proprio qui, dove vive Marzia, in Campania, nella regione più giovane d’Italia secondo i dati dell’Istat, chi paga il prezzo più alto di questo scempio ambientale sono i bambini.
Nonostante alcuni studi, come quello del Registro tumori infantili della Campania istituito dalla Regione (ma fermo all’anno 2021), abbiano mostrato che l’incidenza dei tumori pediatrici nella regione sia sovrapponibile a quella nazionale, altre voci come il progetto Epica, che coinvolge una settantina di medici di famiglia dei comuni della Terra dei fuochi, sostengono che sia in corso un abbassamento dell’età dei malati oncologici. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità, con il report Sentieri del 2015, metteva in luce un “quadro di criticità meritevole di attenzione, in particolare eccessi di bambini ricoverati nel primo anno di vita e per tutti i tumori nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14 anni”.
L’altra faccia della medaglia di questa drammatica situazione è una lenta rivoluzione fatta in gran parte di battaglie civili che ripartono proprio dai più giovani, dando nuova vita ai beni tolti alla camorra e restituiti alla collettività. Tra gli attivisti c’è Beatrice Paolis, 23 anni, studentessa all’Orientale di Napoli, originaria di Castel Volturno. Seduta al centro di una tavolata, nel giardino di una villa confiscata appartenuta alla camorrista Pupetta Maresca, è circondata da un gruppo di ragazzi di Bergamo, Potenza e Firenze che trascorreranno qui una settimana, dormendo nelle tende all’ombra di alcuni alberi di limoni.
Beatrice sta coordinando le attività di quella che oggi è La casa di Alice, l’unico centro di aggregazione di Castel Volturno, (nella zona di Baia Verde) gestito dalla Cooperativa Sociale Esperanto e dall’Associazione Jerry Essan Masslo, che in estate apre le porte ai giovani - anche minorenni - che provengono da tutta Italia, talvolta anche dall’estero, per partecipare ogni settimana ai campi di volontariato e formazione nei beni confiscati. La casa di Alice diventa così un luogo di incontro con i ragazzi locali, alcuni di loro volontari del servizio civile. “Io credo che i giovanissimi di oggi siano più preparati di quanto lo fossimo noi”, osserva Beatrice.
Il campo di Baia Verde fa parte del progetto nazionale E!State Liberi! promosso da Libera, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti che coinvolge ogni anno centinaia di realtà sociali in tutta Italia con l’obiettivo di sensibilizzare i volontari sui temi dell’antimafia sociale. Nella provincia di Caserta sono stati organizzati altri campi estivi di Libera, grazie ad associazioni e cooperative principalmente legate al Comitato don Peppe Diana e alla Nuova Cooperazione Organizzata, a Sessa Aurunca, Casal di Principe - San Cipriano d’Aversa, Teano, Carinola, Aversa e Casapesenna. Tra le attività previste ci sono incontri con i testimoni di giustizia, laboratori di agricoltura sociale, visite alla Fattoria sociale Fuori di Zucca all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Aversa e alla Spiaggia Libera Stefano Tonziello, un bene sequestrato e in attesa di confisca che è stato affidato al Comitato Terra dei Fuochi, impegnato nelle battaglie ambientali.
“Quando i ragazzi arrivano, spesso dal nord, hanno l’aria un po’ smarrita - osserva Pasquale Corvino, presidente della cooperativa Agropoli di San Cipriano, mentre di fronte al computer è intento a preparare gli ultimi dettagli logistici per l’arrivo dei nuovi campisti - Certo, il viaggio un po’ stanca e la sensazione di straniamento si fa strada con prepotenza. La nostra risposta, immediata, è: siete atterrati in un luogo fuori dalle rotte commerciali turistiche tradizionali per trascorrere una settimana in un territorio disastrato, ma ricco di fatti che possono aiutarvi a capire un fenomeno che coinvolge anche i vostri territori”.
A pochi chilometri, a Casapesenna, anche Elisabetta Reccia, presidente della cooperativa Artespressa, è pronta ad accogliere i giovanissimi volontari all’interno di una villa confiscata dove un tempo si selezionavano potenziali malavitosi osservandoli giocare a biliardino. Oggi qui, oltre ai progetti educativi, c’è un caffè letterario con pasticceria artigianale in cui si promuove l’inserimento lavorativo. “Il contesto in cui siamo immersi inizialmente è stato molto ostile alla nostra presenza”, spiega Elisabetta mentre appoggia sul bancone due tazzine di caffè.
Nel frattempo, in questa battaglia collettiva per le nuove generazioni, c’è chi - undici anni fa - ha denunciato le autorità italiane alla Corte Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per non aver preso le dovute misure, pur conoscendo la situazione, per tutelare la vita dei quasi tre milioni di abitanti della Terra dei fuochi. A gennaio scorso la Cedu ha emesso la condanna all’Italia per violazione dell’articolo 2 sul diritto alla vita, riconoscendo un rischio “sufficientemente grave, reale e accertabile”. Nei mesi scorsi il governo italiano, che ha due anni di tempo per prendere provvedimenti, ha nominato Giuseppe Vadalà come Commissario unico nazionale per la bonifica. Proprio in queste settimane è stato approvato il Decreto legge che inasprisce le pene per i reati ambientali e prevede un budget da 15 milioni di euro.
Tra le 5 associazioni e i 41 cittadini firmatari del ricorso alla Corte Europea c’è Vincenzo Tosti, portavoce della rete Stop Biocidio: “Non ho grande fiducia nelle autorità - dice con gli occhi improvvisamente inumiditi - ma all’indifferenza si è sostituita una lenta consapevolezza dei cittadini. Sono cresciuto a Caivano e ho la leucemia, ma non ho mai voluto andare via da queste terre. Non vedrò il cambiamento, spero lo vedranno i miei nipoti”.
anche Marzia, la mamma di Antonio, è firmataria del ricorso alla Cedu e con la sua associazione entra spesso nelle scuole: “Gli studenti ci riempiono di domande - aggiunge, mentre l’auto arriva a destinazione, una pizzeria a Casal di Principe per una cena tra operatori sociali - Saranno loro gli amministratori dello Stato, le forze dell’ordine, saranno medici, politici. Devono sapere che qui abbiamo smaltito i rifiuti di tutta Italia, e anche dell’estero, e allo stesso tempo non avevamo i soldi per curarci. Sappiamo che questa è la nostra ultima opportunità: se le cose non verranno fatte nel modo più giusto noi moriremo ancora. Ma io devo rimanere speranzosa, proprio per i figli di domani”.











