di Vittorio Pelligra
Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2025
Al cuore della nostra capacità di cooperare, di costruire istituzioni, di fidarci degli altri, c’è qualcosa che precede il diritto e la politica e che sostiene la vita sociale ed economica come una infrastruttura invisibile: è il nostro senso di giustizia. L’antropologo Christopher Boehm esplora l’origine di questa infrastruttura e delle nostre capacità morali nella parte finale del suo “Moral Origins. The Evolution of Virtue, Altruism, and Shame” (2012).
Alla base del suo resoconto sta l’idea secondo cui la morale non è solo un portato dei nostri geni, ma anche un prodotto culturale, frutto di un apprendimento continuo che si sviluppa nel tempo e nello spazio sociale e che viene passato alle generazioni successive attraverso vari meccanismi di trasmissione intergenerazionale. Boehm parte da una constatazione fondamentale: nelle piccole società di cacciatori-raccoglitori, la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di fare le cose insieme, di fidarsi gli uni degli altri, di cooperare.
Anche ad una scala ridotta, però, la cooperazione tra soggetti non geneticamente correlati è sempre fragile perché vulnerabile al problema dell’opportunismo. Basta infatti l’azione anche di pochi free-riders, di soggetti, cioè, che godono dei benefici degli sforzi degli altri membri del gruppo senza però fare la loro parte, a mettere in crisi la dinamica di cooperazione. Per ridurre tale rischio, le prime piccole società hanno iniziato a sviluppare meccanismi di controllo volti a scoraggiare i comportamenti antisociali, fondati sul biasimo e l’esclusione. Tuttavia, questi meccanismi non bastano da soli se la loro funzione non viene interiorizzata attraverso l’adesione ad un codice morale. L’apprendimento morale era essenziale per mantenere la coesione del gruppo e reprimere i comportamenti egoistici. Un apprendimento che si basava e si basa ancora oggi non solo sui processi cognitivi, ma anche su quelli emotivi. Associare certi comportamenti a certe emozioni è ciò che rende possibile l’apprendimento e l’interiorizzazione delle norme morali, fin da bambini.
Uno degli aspetti più affascinanti del resoconto di Boehm è la sua analisi del ruolo delle narrazioni orali nella trasmissione dei valori. Le storie - miti, aneddoti, racconti di vita - non servono solo a intrattenere, ma aiutano a plasmare il comportamento dei più giovani. Attraverso le storie, infatti, i membri del gruppo imparano cosa è giusto e cosa è sbagliato, quali caratteristiche possiede un modello da seguire e quali invece un trasgressore. E questo avviene anche grazie all’anticipazione dei destini differenti che aspettano i personaggi delle storie: gli eroi verranno lodati, onorati e ricordati mentre i traditori verranno puniti, umiliati e presto dimenticati. “Il racconto è un mezzo potente- scrive ancora Boehm - per trasmettere le norme morali. Attraverso le storie, i bambini apprendono chi sono gli eroi e i malvagi, e le conseguenze dei comportamenti morali e immorali” (p. 230). A sostegno di questa tesi egli cita numerosi casi di popoli come gli Ju/’hoansi del Kalahari, i Mbuti del Congo e i Navajo, dove le storie di trasgressori puniti o di individui virtuosi premiati vengono usate per rafforzare l’efficacia delle norme condivise. In queste società, la narrazione non è un’attività marginale, ma un dispositivo pedagogico centrale nella vita della comunità e nell’educazione dei giovani. Un esempio emblematico è quello dei Kung, dove i racconti attorno al fuoco includono spesso episodi di “arroganza punita” o “generosità ricompensata”.
Questi racconti insegnano l’importanza del rispetto delle norme, ma lo fanno suscitando emozioni morali forti e vivide come l’indignazione e l’ammirazione, emozioni che facilitano l’apprendimento delle norme e la loro interiorizzazione.
La selezione sociale e l’evoluzione della coscienza - Ma quale meccanismo ha guidato lo sviluppo e la trasmissione intergenerazionale di certe norme e non di altre? Boehm propone una teoria originale, quella della “selezione sociale”. In ambienti dove la reputazione conta, essere percepiti come altruisti e cooperativi aumenta le probabilità di sopravvivenza. Al contrario, i free riders - coloro che approfittano senza contribuire - vengono puniti o esclusi. “La selezione sociale favoriva gli individui che interiorizzavano le norme del gruppo e di cui ci si poteva fidare affinché si comportassero in modo prosociale anche quando non osservati”, scrive l’antropologo. Questa pressione evolutiva ha portato all’emersione di una coscienza morale, alla capacità, cioè, di anticipare il giudizio altrui e di regolare il proprio comportamento in base a norme informali e condivise.
Scrive Adam Smith nella sua Teoria dei Sentimenti Morali, a proposito dell’interiorizzazione delle norme: “Come non possiamo sempre essere soddisfatti solo di essere ammirati, a meno che non siamo allo stesso tempo persuasi di essere a un certo grado degni di ammirazione, così non possiamo sempre esser soddisfatti solo di esser creduti, a meno che non siamo nello stesso tempo consapevoli di esser davvero degni di credito. Come il desiderio di lode e quello dell’esser degni di lode, per quanto molto simili, sono tuttavia due desideri distinti e separati, così il desiderio di esser creduti e quello di esser degni di credito, per quanto anch’essi molto simili, sono allo stesso modo desideri distinti e separati”. Non vogliamo solo essere lodati, noi vogliamo soprattutto, ci dice Smith, sapere di essere degni di quella lode.
La vergogna, in questo contesto, diventa un meccanismo adattivo. Scrive Boehm: “La vergogna è una sanzione interna particolarmente efficace, spesso più potente della punizione esterna nel regolare il comportamento” (p. 231). Non si tratta di una coscienza innata, ma sviluppata e rinforzata attraverso l’interazione sociale. È il risultato di un processo di apprendimento intergenerazionale, in cui le emozioni morali vengono coltivate e rafforzate nel tempo.
Il ruolo delle emozioni sociali - Le emozioni, lo dicevamo, giocano un ruolo centrale nell’apprendimento morale. Boehm distingue in particolare tra vergogna e colpa, sottolineando che nelle società egalitarie la vergogna è più rilevante, perché legata al giudizio del gruppo. La colpa, invece, è più individualizzata e tipica di società più complesse. “Nelle società di piccola scala [small scale societies], la vergogna è più funzionale socialmente rispetto al senso di colpa, perché riflette direttamente la disapprovazione del gruppo” (p. 232). L’apprendimento morale, dunque, non è solo cognitivo, ma profondamente affettivo.
I bambini imparano a comportarsi bene non solo perché capiscono il funzionamento delle regole, ma perché apprendono a sentire emotivamente le conseguenze del loro comportamento. Questo approccio è pienamente coerente con la psicologia evoluzionistica contemporanea, secondo cui molte emozioni umane si sono evolute per risolvere problemi ricorrenti nella vita sociale dei nostri antenati. Secondo Leda Cosmides e John Tooby (The Adapted Mind: Evolutionary Psychology and the Generation of Culture. Oxford University Press, 1992) per esempio, la vergogna si sarebbe evoluta come un meccanismo per minimizzare i danni reputazionali in caso di trasgressione.
Quando un individuo viola una norma, la vergogna lo induce a ritirarsi, a evitare lo sguardo altrui, a mostrarsi pentito: tutti segnali che servono a placare l’indignazione del gruppo e a prevenire l’esclusione sociale. Paul Gilbert ha descritto la vergogna come una “emozione di subordinazione”, utile per mantenere la coesione in gruppi gerarchici o egalitari (“What is shame? Some core issues and controversies”. In Gilber, P., Andrews, B., (eds.) Shame: Interpersonal behavior, psychopathology, and culture. Oxford University Press, 1998). Boehm, in linea con questa visione, osserva che nelle società di piccola scala la vergogna è spesso più efficace della punizione fisica, proprio perché agisce dall’interno
Il ruolo dell’orgoglio, nella sua forma “autentica”, distinta dall’arroganza, è stato analizzato tra gli altri da Jessica Tracy e Richard Robins come un’emozione che si è evoluta perché segnalare lo status acquisito attraverso comportamenti prosociali. In molte società tradizionali, come tra i Kung o i Hadza, l’orgoglio per la generosità o per la competenza nella caccia non è ostentato, ma riconosciuto dal gruppo attraverso narrazioni e rituali.
Nel loro recente reportage video “Sopravvivere nella savana con gli ultimi uomini della pietra” i ragazzi di “Progetto Happiness” Giuseppe Bertuccio d’Angelo, Nicola Guaita e Davide Fantuzzi seguono un gruppo di Hadza della Tanzania in una battuta di caccia al babbuino. Alla sera mentre intorno ad un fuoco arrostiscono e condividono la preda, discutono di cos’è per loro la felicità. “Proteggere le donne e i bambini significa proteggere il cuore del villaggio e mantenerne l’armonia - dice il membro più anziano del gruppo.
Se riusciamo a farlo allora possiamo dire di essere felici”. “La mia gioia più grande è vedere i giovani crescere forti, pronti a diventare cacciatori - afferma invece il cacciatore più esperto del gruppo - Questo è ciò che mi riempie di gioia” (https://youtu.be/igI9QKW0bQ8?). La felicità deriva dall’orgoglio di poter mantenere la pace e dare da che vivere agli altri membri del villaggio e allo stesso tempo dalla soddisfazione di poter tramandare conoscenze e competenze ai giovani che a loro volta dovranno fare lo stesso con le generazioni successive. Questo tipo di orgoglio rafforza la motivazione a rispettare le norme morali, perché porta a benefici reputazionali e relazionali. Come osserva Boehm, i cacciatori che condividono la carne non solo evitano la disapprovazione, ma diventano modelli morali per gli altri.
L’indignazione è l’emozione che si attiva quando osserviamo una violazione delle norme da parte di altri. Secondo Jonathan Haidt l’indignazione è una risposta intuitiva che serve a proteggere il tessuto morale della comunità. È ciò che sta alla base della cosiddetta “punizione altruistica”: l’atto di punire un trasgressore anche a costo personale pur non ottenendo nessun beneficio diretto, ma solo per affermare un principio di giustizia (“The emotional dog and its rational tail: A social intuitionist approach to moral judgment”. Psychological Review 108(4), pp. 814-834, 2001). Boehm descrive numerosi casi nei quali quando un individuo mette in pericolo la coesione del gruppo l’indignazione collettiva porta a forme di ostracismo, ridicolizzazione o persino esecuzioni rituali, come tra gli Aché del Paraguay o gli Yanomami dell’Amazonia.
Empatia: la base dell’apprendimento morale - Secondo alcuni scienziati evoluzionisti, tra cui il primatologo Frans de Waal (Primates and Philosophers: How Morality Evolved. Princeton University Press, 2006). e lo psicologo di Cambridge Simon Baron-Cohen (The Science of Evil: On Empathy and the Origins of Cruelty. Basic Books, 2011) il nostro senso di giustizia si è evoluto grazie all’esistenza di processi neurocognitivi specifici ed in particolare grazie alla nostra capacità di empatizzare con gli altri. La capacità di percepire e condividere le emozioni altrui è ciò che rende possibile la regolazione morale fin da un’età estremamente precoce. Boehm osserva che, in molte società tradizionali, i bambini apprendono le norme morali non attraverso punizioni, ma attraverso l’osservazione delle emozioni altrui e la partecipazione empatica alla vita comunitaria. Questo è coerente con gli studi di Michael Tomasello (Why We Cooperate. MIT Press, 2009) secondo cui l’apprendimento morale nei bambini umani si basa su interazioni cooperative e sulla cosiddetta “intenzionalità congiunta”.
Le intuizioni di Boehm sulla nascita e lo sviluppo del nostro senso morale e del desiderio di giustizia hanno implicazioni profonde per il presente. In un mondo globalizzato, dove le reti sociali sono frammentate e le istituzioni educative in crisi, l’apprendimento del comportamento morale e la sua trasmissione sono sempre più incerti. Chi educa oggi alla cooperazione, alla responsabilità, alla giustizia? Di quali esempi possono beneficiare i bambini e i giovani nella fase del loro sviluppo morale? Scrivevo qualche tempo fa che “Attraverso l’emulazione dei comportamenti di persone di grande esperienza e degne di ammirazione (vecchi e saggi) e, al contempo, disponibili alla condivisione di quanto appreso (gentili), i bambini acquisiscono importanti conoscenze su fatti e fenomeni anche senza averne fatto esperienza diretta. Queste stesse figure, poi, sono quelle che rafforzano l’adesione alle norme sociali - sii gentile, aiuta gli altri, non mentire - attraverso l’esercizio della loro approvazione che i bambini ricevono ogni qual volta si conformano a questi precetti. È in questo momento che iniziamo a costruire quel bene prezioso che ognuno di noi cerca di coltivare e difendere e che chiamiamo ‘reputazione’” (Altruismo ben temperato e razionalità del ‘noi’, Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2022). Dove sono oggi questi “Vecchi saggi gentili”? Trovare una risposta a questa esigenza è ormai diventato urgente perché quando l’apprendimento morale si interrompe, si sgretola anche il legame che ci tiene insieme come società.
In questo senso, la morale non è un lusso, ma una condizione di possibilità per la fiducia e la cooperazione, per quell’infrastruttura immateriale e invisibile su cui si fonda la nostra vita in comune. Una risorsa che non è data una volta per tutte, ma che continuamente sviluppiamo e rafforziamo in un processo di evoluzione collettiva. Il senso di giustizia non si eredita ma si insegna. In un tempo di crisi della fiducia e di polarizzazione sociale, riscoprire le radici evolutive e culturali della nostra morale può aiutarci a ricostruire quel tessuto invisibile che tiene insieme le società. Perché, come ci ricorda Boehm “getting by requires getting along”. Ce la faremo solo camminando insieme.











