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di Bruno Felice Duina

labarcaeilmare.it, 27 ottobre 2026

Roberto Mozzi, attraverso il racconto di esperienze vissute come cappellano presso il carcere di San Vittore, getta uno sguardo profondo nella drammatica realtà del sistema carcerario denunciando il fallimento di un sistema che anziché offrire strumenti di recupero del reo troppo spesso lo abbandona in un doloroso labirinto. Una carissima amica, insegnante di lettere in pensione e da quasi vent’anni volontaria presso la sezione femminile del carcere di San Vittore, mi ha regalato un libro dal titolo quanto mai efficace e incisivo: “Fuori Legge. Quando la pena tradisce la giustizia”, Milano: In dialogo, 2026, p. 149, di Roberto Mozzi, Prefazione di Mario Delpini, in nota finale ampi riferimenti bibliografici e statistici per approfondire il tema. L’autore, classe 1973, dal 2014 al 2024 cappellano presso il carcere milanese, attraverso brevi racconti (per spiegare certe situazioni non servono molti particolari) condivide con il lettore dolorose esperienze personali vissute nel drammatico mondo carcerario.

“Ho scritto perché chi è in carcere non ha voce” dichiara a chiusura dell’opera Roberto Mozzi. L’autore affronta innanzitutto il tema dei carcerati con problemi mentali: le statistiche evidenziano la gravità del problema: il 12% dei carcerati (ossia più di 6.000 persone in Italia) è affetto da patologia psichiatrica grave, spesso accompagnata da passato di tossicodipendenza, percentuale destinata a crescere notevolmente presso San Vittore secondo studi condotti dalla Clinica Legale dell’Università degli Studi di Milano.

La gestione di tale popolazione risulta estremamente problematica (altissimi gli episodi di autolesionismo anche grave, noto l’alto tasso di suicidio tra i carcerati) soprattutto considerando i livelli di sovrappopolamento delle carceri che da un lato costringe a convivenze forzose estremamente critiche, mentre dall’altro dimezza i servizi disponibili in termini di livelli di igiene, assistenza psichiatrica, scuola, formazione, lavoro, anche i tempi burocratici per evadere le più diverse richieste risultano moltiplicati. Il risultato è che spesso il detenuto con patologie psichiatriche rimane abbandonato a sé stesso, scivolando in un labirinto, un castello kafkiano, da cui è difficile uscirne.

La Repubblica fondata sul lavoro - Il carcerato purtroppo è troppo spesso costretto ad una forzosa inattività che aggrava la situazione personale. Solo il 34% dei detenuti, infatti, svolge una qualche attività lavorativa: ciò significa che oltre 40.000 in Italia detenuti sono inattivi. Il lavoro è forse l’unica speranza per un momento di realizzazione oltre che di un piccolo guadagno destinato peraltro all’acquisto di generi di prima necessità o di supporto alla famiglia molto spesso in condizioni di grave disagio economico. Si tratta di lavori prevalentemente interni come addetto alle pulizie, al facchinaggio, alla manutenzione, alla cucina, ma anche alla biblioteca. Tuttavia, i lavori sono spesso malpagati, aleatori, senza una condizione contrattuale e normativa definita, di fatto privi di effettiva tutela sindacale. Ecco allora che anche i pochi “fortunati” ammessi al lavoro sono spesso privati di quella dignità che il lavoro, come strumento di rieducazione e formazione, dovrebbe offrire ma che qui si smarrisce.

La violenza burocratica - Una certa “pesantezza” burocratica appare ineludibile per gestire l’organizzazione della vita carceraria, soprattutto in considerazione dei controlli e delle limitazioni rese necessarie per i casi di reati particolarmente gravi o di affiliati ad organizzazioni criminali. Tuttavia, di fatto troppo spesso si traduce in iter che trasformano anche una “banale” richiesta (come ottenere il permesso di telefonare ai propri familiari) in un percorso ad ostacoli, in un tunnel assurdo, angoscioso, paradossale, specialmente per i detenuti che non parlano italiano per i quali anche la semplice compilazione di un modulo può risultare un ostacolo insormontabile, aumentando il senso di frustrazione, di rabbia e di isolamento.

Sintesi di un fallimento - L’autore affronta il tema delle cause di quello che viene definito un fallimento del sistema carcerario che, come impone la Costituzione, dovrebbe essere finalizzato alla rieducazione del condannato in vista del suo reinserimento sociale e in cui la pena non sia solo afflittiva, punitiva, ma comunque sempre nel rispetto della legge e soprattutto della dignità umana. Cause strutturali, come la sovrappopolazione, l’inadeguatezza delle strutture e dei servizi, la mancanza di fondi e personale, ma anche di una legislazione inapplicata e non aggiornata alle esigenze dei tempi, una frammentazione delle responsabilità, si aggiungono a cause contingenti come la singola struttura carceraria o il personale che può essere o non essere adeguatamente formato e motivato, o la attivazione di progetti mirati. Attraverso le storie dei carcerati, l’autore mostra il dolore insopportabile, insensato, che sfigura il volto dell’uomo rinchiuso nell’istituto di pena.

Un seme di speranza - Non manca nel libro il pacato riconoscimento per tanti operatori carceri, volontari, esperti di varie discipline, che con professionalità e dedizione offrono il loro straordinario quotidiano servizio, spesso senza adeguato riconoscimento e tra mille difficoltà. Sono essi che spesso offrono uno spiraglio di luce e speranza a chi si trova solo e senza futuro.