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di Fulvia Caprara

 

La Stampa, 26 dicembre 2020

 

Il regista ha raccontato il primo lockdown con il progetto collettivo "Fuori era primavera". Adesso, alla fine di un anno pieno di prime volte, di scoperte, lavoro, riflessioni, Gabriele Salvatores sta cercando di ritrovare la speranza. E forse, anche per lui che si è ammalato di Covid ed è guarito, che, nei giorni del primo lockdown, ha fatto amicizia con "una quercia e un leccio", in un bosco vicino Lucca, che si è sentito solo e depresso senza il cinema da fare ogni giorno, che si è arrabbiato sentendo parlare di cenoni "quando c'è un sacco di gente che dorme per strada sotto una coperta", non è impresa semplice: "La mia speranza è che tutto questo ci aiuti a capire le vere priorità. La parola crisi viene dal greco e significa discernere, cioè capire cosa c'è di buono e cosa di cattivo. Un momento così dovrebbe produrre un cambiamento, sia nel rapporto con il nostro pianeta, sia nel sociale. Il gap tra ricchi e poveri diventa sempre più grande e così non si può più andare avanti, altrimenti finiremo come in Jocker o Parasite".

La ragione per cui quel filo di fiducia sta diventando sempre più sottile è nel panorama che ci circonda: "Vedo tanto menefreghismo, tanti negazionisti, tanto egoismo. Se vogliamo trovare la luce in fondo al tunnel, dobbiamo ricordare che abbiamo bisogno degli altri e allora non è giusto pensare solo a sé stessi. Abbiamo privilegiato i soldi e il guadagno esagerato, convincendoci che l'economia sia la base di tutto, ma è davvero così? In fondo Natale è la festa di un poverello nato in una stalla tra un asino e un bue, uno che, a prescindere dalla fede, era venuto sulla Terra per cambiare il mondo".

Il senso di unità e fratellanza aveva segnato il clima del primo lockdown, quello descritto in Fuori era primavera, che Salvatores ha tratto dai video degli italiani reclusi: "Speravo, in quella fase, che la pandemia potesse servire per far capire, a noi e ai governi, in cosa avevamo sbagliato, ma non è stato così".

Oggi si fanno strada sensazioni diverse: "Non siamo un popolo disciplinato, tendiamo all'individualismo, però è anche vero che siamo bravi a ubbidire e, se necessario, a stringere i denti, sentendo di far parte di una cosa sola. In quel primo periodo ha prevalso la tensione a resistere, pensavamo "passerà", eravamo più positivi. Adesso vedo, invece, molta rabbia sociale, molta insofferenza, mentre dovremmo capire che nessuno si salva da solo".

A fine estate, Salvatores è tornato sul set per girare, a Trieste, Comedians, basato sulla pièce teatrale del 1975, di Trevor Griffths: "Il mio film più radicale, si svolge tutto in una scuola serale per aspiranti attori comici. Lo avevo messo in scena al teatro dell'Elfo, con Paolo Rossi, Claudio Bisio, Antonio Catania, prima che diventassero famosi, e aveva avuto un grandissimo successo.

È un racconto che, partendo dalla comicità, si allarga all'intero contesto sociale, si riferisce alle nostre paure, apre il quesito su se è possibile ridere di tutto oppure no, quindi parla della fedeltà alle proprie idee. Uno degli interpreti è Christian De Sica, bravissimo, sarà un film dolceamaro, a volte si ride, altre si pensa".

A fine riprese Salvatores ha incontrato il suo Covid: "Mi è andata molto bene. Durante la lavorazione non era successo niente, eravamo tutti attenti e seguivamo il protocollo, poi, al montaggio, io e il mio assistente siamo risultati positivi. Ho avuto due giorni di febbre alta, sono andato al distaccamento Covid del San Raffaele e lì mi hanno rivoltato come un calzino, ho fatto tutti gli esami e, per fortuna, il polmone era stato toccato appena. Non ho avuto bisogno di terapia e sono tornato a casa, il problema è che non riuscivo più a negativizzarmi". La paura vera è arrivata in un preciso attimo: "All'inizio ero asintomatico, poi si è alzata la febbre e allora mi sono spaventato. Ho preparato la mia valigetta, non sapevo ancora se mi avrebbero ricoverato o meno, ecco, quello non è stato un bel momento".

Rimanere a casa, da solo, si è rivelato istruttivo: "Noi che facciamo i film viviamo in un mondo a parte, io senza il cinema divento pazzo, mi sono accorto che, purtroppo, la normalità della vita non mi appartiene e questo non è affatto giusto. Succede che poi, quando devi andare a fare la spesa, sembri un deficiente. In quei giorni ho imparato a passare l'aspirapolvere, a fare la lavatrice e la lavastoviglie, a preparami da mangiare. La cosa più noiosa è levare la polvere. Insomma, ho avuto un'immersione nella normalità ed è stata utile anche quella".

Le altre scoperte legate a malattia e lockdown riguardano la creatività: "L'inizio è stato difficile, ho avvertito un po' di depressione, ho capito che dovevo darmi delle regole, come i monaci e i samurai, e che era importante trovare un'idea. Così è venuto fuori il progetto di Fuori era primavera". Eppure stare fermi e chiusi significa perdere la fonte di tutto: "Pensavo di usare il tempo per lavorare e invece, come diceva Zavattini ai suoi allievi "per scrivere belle sceneggiature bisogna prendere il tram". L'inconscio, che è il nostro mondo interiore, va nutrito dal confronto con la realtà, è importante andare in strada, è lì che incontri le persone e sono loro che ti raccontano le cose".

Quei racconti finiscono al cinema e adesso c'è anche il dubbio sul dove e sul come saranno visti: "Anche se il sistema delle sale era già in crisi, non credo morirà. C'è qualcosa, in noi esseri umani, che continua a chiedere di chiuderci in una caverna buia per ascoltare qualcuno che ci racconti una storia. È un modo per entrare in un altro regno, per sottrarsi a un'epoca totalmente interattiva in cui, se tu non dici la tua, è come se non fossi vivo". E invece, osserva Salvatores, con la sua maniera lieve e profonda "è meraviglioso potersi abbandonare, assorbire le visioni di un'altra persona, usare solo il cuore e la mente che, in fondo, dovrebbero essere sempre al centro di tutto".