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di Daniela Preziosi

Il Domani, 17 luglio 2026

L’ex capo della Polizia: “Quel 2001 non iniziò a luglio, ma a marzo con gli scontri di Napoli, e c’era un governo di sinistra. Che usò poi una modalità autoassolutoria. Noi cercammo di trarne degli insegnamenti. A Nettuno fu istituita una scuola per l’ordine pubblico. Un’innegabile presa di coscienza di quel disastro, e anche la volontà di cambiare pagina”. “Lo schieramento democratico ha un rapporto timido con la sicurezza, perché alla fine lo considera una declinazione di una modalità securitaria. Ma chi vuole candidarsi al governo del Paese questo rapporto lo deve riannodare” Franco Gabrielli è il classico poliziotto buono dell’hard boiled.

Quello che chiunque si augura di avere davanti se si trova nei guai, e di cui i più scafati invece sempre diffidano. Per parlare di “sicurezza democratica”, è lui a iniziare dal 2001. L’anno del G8, di Carlo Giuliani, della macelleria messicana. Dell’11 settembre. Venticinque anni fa, dice, praticamente “un Giubileo”.

Gabrielli ha un curriculum stellare: è stato direttore del Sisde e dell’Aisi, prefetto dell’Aquila e di Roma, capo della Protezione civile, capo della polizia, sottosegretario del governo Draghi e Autorità delegata per la sicurezza. Sui fatti di Genova, da neocapo della polizia, nel 2017 a Repubblica rilasciò un’intervista che ha fatto storia. Titolo: “Il G8 di Genova fu una catastrofe”, sommario: “Al posto di De Gennaro (allora capo della polizia, fino al 2007, ndr) mi sarei dimesso”. Oggi, con Carlo Bonini di Repubblica, ha scritto “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica” (Feltrinelli). Tema cruciale, da cui i leader del campo largo svicolano.

Sta partendo una campagna elettorale in cui la destra soffierà sul tasto della sicurezza, anzi dell’insicurezza?

Innanzitutto bisogna sfatare alcuni cavalli di battaglia. La nostra premier dice che prima di lei c’era la pacchia, “adesso siamo arrivati noi”. Bene, in questi 25 anni chi ha governato la politica della sicurezza interna in questo paese? È andata così: dal 2001 al 2026 l’Italia ha avuto dieci ministri dell’Interno, tre di Forza Italia, che hanno governato per otto anni, tre della Lega, per nove anni. I partiti del centrosinistra ne hanno avuto due per tre anni e mezzo. Ci sono stati due tecnici, Annamaria Cancellieri e Luciana Lamorgese, per quattro anni e mezzo. Il che significa che su 25 anni, per 17 hanno governato ministri dell’attuale maggioranza.

Dunque di qualsiasi cosa si lamentino, la responsabilità è loro?

I dati sono inequivoci. Detto questo, da noi il ministro dell’Interno è un San Sebastiano. Sulla carta è autorità nazionale di pubblica sicurezza, ma di fatto governa una sola forza di polizia. Il resto è governato dagli apparati. Comunque negli ultimi quattro anni c’è stata una maggioranza solida. La dimostrazione lampante che fanno propaganda è che le cose che oggi Vannacci propugna sono le stesse di cui erano propugnatori quelli che oggi governano.

Quindi ha ragione Vannacci, dal suo punto di vista?

Certo, rispetto ai loro criteri, la sicurezza del Paese non è migliorata. Parlavano di blocco navale, ma è irrealizzabile. Oggi Vannacci parla di remigrazione, che è lo stesso uno slogan. Le ricette per le quali oggi si vanta la diminuzione degli sbarchi sono quelle del 2017. Le condizioni che contano però sono quelle dei Paesi di partenza. Il 2023 è stato un anno orribile, con oltre 150 mila sbarchi, perché la Tunisia era al collasso. Ora la Tunisia si è rimessa in sesto, in Libia gli equilibri fra le milizie sono meno effervescenti, e i numeri sono cambiati. Ma il linguaggio di verità dovrebbe essere la base per non turlupinare i cittadini. Secondo un’indagine del Censis la percezione di insicurezza riguarda oltre il 50 per cento dei giovani. Sarebbe importante fornire risposte reali.

Il governo ha appena varato il sesto decreto sicurezza...

È quantomeno la certificazione che i decreti precedenti non hanno dato risultati. E poi qualcuno sa quali sono stati gli effetti dei cinque precedenti? Delle due l’una: o hai iniziato il percorso non avendo presente la complessità della materia, oppure questa coazione a ripetere è un approccio emotivo. Ma la politica è elaborazione di strategie, non un follower. Inseguire le emozioni è una spirale, le emozioni sono sempre più compulsive. Tralascio il fatto che ogni decreto ha un trigger, rave, Cutro, Caivano, e da ultimo “maranza”, modalità barbara di definire un soggetto con la connotazione più razzista e razziale possibile.

In Italia è immaginabile un’Ice?

Penso di no, perché per quanto possano essere condizionanti certe suggestioni, noi abbiamo un forte sistema valoriale. Ma se i pozzi si continueranno a avvelenare, una deriva così non può essere esclusa.

Che rapporto ha lo schieramento democratico con la sicurezza?

Un rapporto timido, quasi evita il rapporto, perché alla fine lo considera una declinazione di una modalità securitaria. Questo ha consentito al campo avverso di impadronirsene con le proprie ricette. Il tema di una sicurezza democratica dovrebbe essere pacifico, la sicurezza è un bene comune, la precondizione di tutte le libertà e di tutti i diritti. Ovviamente cambiano le ricette. C’è chi pensa di lavorare solo sugli effetti dei fenomeni con l’utilizzo parossistico delle norme penali, ovvero tutto è repressione. La sinistra dovrebbe avere un approccio strabico, un occhio che guarda ad oggi, che dia risposte soprattutto a quella parte di cittadinanza più debole, più impaurita, e uno che guarda in prospettiva.

Parla dell’immigrazione?

Certo l’immigrazione è un tema emblematico. Penso all’ipocrisia in base alla quale si fanno decreti flussi per 450 mila persone, ma non si intraprende il minimo processo di integrazione. E questo non è un approccio solo della destra. A parte il piccolo settore dei razzisti, c’è una maggioranza silenziosa che ritiene gli stranieri come un male necessario. Perché certi lavori non li facciamo più. Ma il retropensiero è neoschiavista. Queste persone vanno bene fino alle 18, poi si dovrebbero dissolvere. Nel nostro Paese sono stati censiti oltre 150 ghetti. Il ghetto favorisce la sicurezza? No. E se queste situazioni non sono governate sotto il profilo dell’integrazione, è chiaro che la condizione di marginalità sarà l’anticamera dell’illegalità e l’illegalità della criminalità. Queste sono cose di cui, al massimo la sinistra parla. Parla solo intendo. Pensi alla riforma Bossi-Fini. Molti a parole hanno detto di volerla abolire, tranne non farlo quando c’è stata la possibilità. All’epoca avevo convinto anche il presidente Draghi della necessità di un livello centrale che governi il fenomeno dell’immigrazione. Un ministero con portafoglio, o un’agenzia con potere di spesa, non un altro stipendificio, ma che governi i flussi, i rimpatri e l’integrazione.

Torniamo al drammatico G8. Nel suo libro scrive che la sinistra non colse l’occasione di affrontare il tema del modello di sicurezza, e fu “un errore esiziale, che avrebbe consegnato la pancia degli apparati a quella dimensione di rancore e solitudine in cui le parole d’ordine della destra avrebbero facilmente attecchito”. All’epoca la sinistra fu parte lesa...

Quel 2001 non iniziò a luglio, iniziò a marzo con gli scontri di Napoli, e c’era un governo di sinistra. Che usò poi una modalità autoassolutoria. Invece le forze di polizia, soprattutto la polizia di Stato, anche con la visione di Antonio Manganelli, cercarono di trarne degli insegnamenti. A Nettuno fu istituita una scuola per l’ordine pubblico. Un’innegabile presa di coscienza di quel disastro, e anche la volontà di cambiare pagina.

Nel 2008, sette lunghi anni dopo…

Sì, quando Manganelli arrivò a fare il capo della polizia, prima c’era il capo della polizia che aveva gestito i fatti di Genova (Gianni De Gennaro, ndr). Le cose vanno interpretate con riferimento alle persone e non soltanto con il calendario.

Le fu contestato che anche quando lei era capo della polizia i pochi agenti condannati non sono stati colpiti da provvedimenti disciplinari...

Una fandonia. Nel periodo in cui sono stato capo della polizia nessuna di quelle persone è stata promossa, al contrario di quello che è avvenuto successivamente alla mia gestione. I provvedimenti disciplinari furono assunti dall’autorità giudiziaria come misure all’esito delle pene scontate, quindi l’amministrazione non poteva più intervenire. Ma le dirò di più: in quella vicenda ci sono molte persone che hanno pagato più rispetto alle loro reali responsabilità, e altre che non hanno pagato per le responsabilità che avevano.

Quella “macelleria messicana” oggi si può ripetere?

Non c’è mai un punto di non ritorno. La democrazia si costruisce ogni giorno e le libertà e i diritti si garantiscono ogni giorno. Quindi non mi sento di escluderlo con certezza.

Dopo quell’occasione mancata, la sinistra che oggi si candida a governare ha gli strumenti per un nuovo dialogo con le forze di Polizia?

Ha l’obbligo, non so se ne ha la volontà. Ma chi vuole candidarsi al governo del Paese questo rapporto lo deve riannodare. Avere assecondato questa modalità di chiusura su sé stessi degli apparati è stata una scelta infelice. Perché sono stati consegnati alle sirene di una narrazione che spesso li utilizza come bandiere, ma non sempre ne cura gli interessi. E anche perché la Polizia di Stato nasce nel 1981, con la legge 121, una legge visionaria frutto di un forte movimento democratico dei suoi appartenenti. Che oggi rischiamo di vanificare, tradire. Quegli uomini rischiarono la galera, anzi molti furono incarcerati. Ed io le posso dire che molti di loro, con cui parlo spesso, non si riconoscono in quello che succede oggi.