di Emilio Gioventù
Italia Oggi, 10 agosto 2026
Il capogruppo di Fratelli d’Italia, accusa ingiustamente l’ex Presidente della Repubblica di decisioni prese invece dall’allora ministro della Giustizia. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, nel pieno della furia dibattimentale in aula durante lo scontro tra maggioranza e opposizione sull’uso delle chat dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro - poi negate ai giudici che indagano sulla vita criminale del suo socio di bistecca - compie in rapida successione una serie di inciampi ed errori storici e procedurali accompagnati addirittura da abbondanti dosi di sgarbo istituzionale. Dunque, durante le dichiarazioni di voto sulla richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle chat di Delmastro, Bignami cita l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, accusandolo di aver liberato 30 mafiosi. Liberato, addirittura. Primo svarione: tra i poteri del Capo dello Stato, la nostra Costituzione non prevede affatto quello di poter liberare chicchessia se non con provvedimenti di grazia.
Il riferimento di Bignami è alla decisione di non rinnovare 334 decreti di applicazione del 41-bis, ovvero il regime di carcere duro, applicato all’epoca soprattutto per gli appartenenti alle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Decisione che non poteva, non può e non potrà mai venire dal Colle (a meno che non si stravolga la Costituzione) come detto, e infatti giunse dall’allora ministro Giovanni Conso. Di fatto agli inizi degli anni Novanta, nessun criminale lasciò anticipatamente le patrie galere, come sostenuto da Bignami, bensì quel che accadde fu semplicemente che i detenuti rimasero in carcere a scontare le loro pene ma non più in regime di carcere duro.
Le stragi del 1992 e la risposta dello Stato - Che cosa accade realmente in quegli anni? È bene tenere a mente la data. Siamo nel 1993, l’Italia ancora trema, scossa dalle stragi di mafia: quella del 23 maggio 1992 a Capaci nella quale perdono la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta; quella del 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo in cui muoiono il giudice nonché amico fraterno di Falcone, Paolo Borsellino e 5 agenti della scorta. La risposta dello Stato è dura e si manifesta soprattutto con la riforma del 41-bis introdotta con il Decreto-Legge n. 356. Il Parlamento converte in legge il decreto “Scotti-Martelli” che, oltre alle norme sul regime carcerario, rende definitive le modifiche al codice di procedura penale per il potenziamento dell’attività di indagine. Non soltanto, all’indomani della strage di via D’Amelio, l’allora Guardasigilli, Claudio Martelli, emette 325 provvedimenti di applicazione del 41 bis con scadenza annuale. Si giunge quasi a un isolamento totale dei detenuti di associazioni malavitose di stampo mafioso: limitazione drastica dei colloqui, limitazione del tempo da trascorrere all’aperto con conseguente aumento delle ore di permanenza nelle celle in sezioni separate dal resto della struttura penitenziaria. E si riaprono i penitenziari di Pianosa e dell’Asinara che nella notte del 19 luglio 1992 accolgono così i più pericolosi capi di “cosa nostra” in regime di “carcere duro”.
La presunta trattativa e le relazioni antimafia - La condizione a un certo punto diventa insopportabile tanto da dare il via alla pressione che i familiari dei detenuti cominciano a fare nei confronti dello Stato. Sono i tempi che il futuro ricorderà come la cosiddetta “trattativa Stato-mafia”. Un abbraccio infernale che trova spazio, però, soltanto nelle ricostruzioni giudiziarie e nei carteggi che organi di stampa come Il Fatto Quotidiano e un giornalista come Gianluigi Nuzzi nel libro “Gli Intoccabili” hanno ricostruito. Ma a guidare nei tempi della ricostruzione storica viene in aiuto soprattutto la relazione sulle stragi del biennio 1992-1993 svolta nel gennaio 2013, da Beppe Pisanu in qualità di presidente della Commissione parlamentare antimafia che di fatto esclude l’esistenza di una vera e propria “trattativa” istituzionale sostenendo piuttosto la tesi di una tacita intesa tra singoli.
C’è la storia delle lettere che i parenti dei detenuti cominciano a indirizzare allo Stato, ai giornalisti, fino al Papa. Le risposte dello Stato non arrivano, arrivano però altre bombe in via Palestro a Milano, via dei Georgofili a Firenze, e San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Tra i mosaici del puzzle, si ricorda - lo fa il Fatto Quotidiano - una lettera dell’allora direttore del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Adalberto Capriotti e indirizzato al Capo di Gabinetto del Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso nel quale si consigliava in pratica di non inasprire la vita all’interno delle carceri richiamando inoltre questioni di sovraffollamento carcerario. Tra chi nega carteggi, chi li scova tra documenti secretati, tra smentite e mezze verità, di fatto il Guardasigilli decide di non firmare il decreto di proroga del 41bis per 334 detenuti, fra questi diversi esponenti di vertice di Cosa nostra. Questo il riferimento sul quale inciampa in Aula Bignami. Fu Conso, dunque, e non Scalfaro a firmare il mancato rinnovo del 41-bis. È bene ricordarlo: il Presidente non ha questo potere.










