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di Giacomo Puletti

Il Dubbio, 23 maggio 2026

Si è parlato di garantismo e legge elettorale, di integrazione europea e scenari politici, ma anche di referendum, di cosa ha portato alla sconfitta del Sì e dell’eterno ritorno, da Tangentopoli in poi, del giustizialismo nel nostro Paese. È stato l’ex parlamentare Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti a riunire coloro che si erano ritrovati nella “Sinistra per il Sì” durante la campagna referendaria e che ora si prodigano affinché quelle istanze, anche e soprattutto attraverso l’associazione LibertàEguale di cui Ceccanti è vicepresidente, non vengano perdute e anzi siano al centro dei programmi elettorali delle coalizioni, specialmente di quella progressista che si va formando.

La location è quella dell’Istituto Sturzo, a pochi passi da Camera e Senato. Fuori il clima è caldo, dentro il dibattito è acceso soprattutto sugli scenari futuri in base a quale legge elettorale uscirà dall’attuale discussione tra maggioranza e opposizione. Ma l’orizzonte è più ampio, e le linee guida le detta lo stesso Ceccanti con la propria relazione introduttiva.

“Il referendum ha dimostrato che le riforme costituzionali votate in Parlamento solo dalla maggioranza non sono fattibili giacché la maggioranza parlamentare è spesso sovrarappresentata dai sistemi elettorali e nel referendum finale tendono a sommarsi tutti i gruppi di opposizione spostando l’oggetto ad un voto pro-contro Governo in cui la somma delle opposizioni parte in vantaggio, a prescindere dal merito - spiega il costituzionalista. Eppure riforme condivise servirebbero, c’è un’effettiva esigenza di aggiornamento istituzionale che dava ad esempio per pacifica la Tesi 1 dell’Ulivo del 1996 che si intitolava “Un patto da riscrivere insieme”, e bisognerebbe avere la capacità di distinguere nettamente questo terreno da quelle delle scelte politiche relative al programma del Governo e a quelli alternativi delle opposizioni su cui la collocazione alternativa è appunto la norma. Se non sono auspicabili o comunque se non sono possibili riforme a maggioranza, dato che l’esigenza di aggiornamento è reale, c’è quindi un dovere di dialogo su di esse”.

Subito dopo fari puntati sul garantismo, sul “prendere sul serio l’equilibrio interno all’ordine giudiziario, tra le due parti di chi accusa e di chi difende, nella consapevolezza che la mentalità del processo inquisitorio è dura a morire e che si perpetua in tante norme e in tante mentalità”.

Al centro della relazione anche la legge elettorale, concluso il ciclo di audizioni in Parlamento. “Esiste una ragione oggettiva di evitare scenari di incertezza con un Parlamento senza maggioranza o con maggioranze debolissime, che rischiano di portare o a elezioni ripetute o ad assetti non comprensibili per gli elettori subito dopo il voto, facendone avvertire l’irrilevanza e stimolando l’astensione o il voto a forze estreme escluse - ragiona Ceccanti - Nel contesto dato, in questa fase, in cui non si dibatte su un sistema astrattamente preferibile ma sul testo base della maggioranza, ciò comporta un sì a un premio di maggioranza nazionale in entrambe le Camere secondo le chiare indicazioni della giurisprudenza costituzionale: soglia non inferiore al 40% (ma volendo anche più vicina al 50 con ballottaggio in caso di mancato raggiungimento), premio con tetto massimo intorno al 55% per tenere al riparo le istituzioni di garanzia (leggermente più alto al Senato per tenere conto dei senatori a vita), coordinamento dei risultati tra Camera e Senato. Sulla scelta dei rappresentanti scegliere l’uninominale-proporzionale che è ben compatibile col premio come nella legge provinciale del 1993, sfuggendo all’alternativa tra liste bloccate e preferenze”.

Tra gli interventi anche quello del vicepresidente Fai Vittorio Minervini, che rimarcando come il Cnf sin dai momenti successivi all’esito del referendum ha voluto porre al centro dell’agenda politica l’urgenza della questione giustizia, ha condiviso l’analisi di Ceccanti sottolineando poi come sia necessario “rimettere al centro del dibattito sia l’architettura carceraria, affinché non si parli più di edilizia penitenziaria” sia l’integrazione europea, “perché in un mondo sempre più complesso si arrivi a un’Europa veramente federale”.

Incisivo anche il punto di vista di Alessandro Barbano, che ha ricordato i casi Cavallotti e Femìa oltre ai mille arrestati l’anno ingiustamente, molti dei quali spesso non ottengono nemmeno un risarcimento. “Occorre costruire un’architettura di garanzia - ha detto - per cui al cittadino era data possibilità di invocare giustizia di fronte a un giudice terzo”.