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di Laura Cesaretti

Il Giornale, 31 maggio 2022

Il ministro spinge i quesiti: “La riforma Cartabia è soltanto un piccolo passo, in maggioranza ci sono troppi forcaioli”. “Lo sa che da quel giorno, sette anni fa, io mi sveglio tutte le mattine alle 4.35 precise e non mi riaddormento più? È come se da allora il mio orologio biologico fosse andato in tilt. A dimostrazione di quanto il sistema giudiziario possa incidere sulla vita, la psiche e il corpo delle persone”.

Sette anni fa, il 19 ottobre 2015, Massimo Garavaglia (oggi ministro del Turismo per la Lega nel governo Draghi, all’epoca assessore all’Economia della Regione Lombardia) era a Roma. “Avevo appuntamento a Palazzo Chigi con l’allora premier Matteo Renzi, come rappresentante della Regione. Ma mi squillò il cellulare: “molla tutto e torna a Milano, sei indagato”. Né io né il mio staff avevamo idea di quale fosse l’accusa. In verità ancora non lo ho capito, per quanto era surreale. Ma nel frattempo, il fascicolo giudiziario che mi riguardava veniva praticamente volantinato ai cronisti fuori dal Palazzo di Giustizia: in pochi minuti, i social ne sapevano più di me”.

Ministro Garavaglia, da quella vicenda lei è uscito benissimo: assolto con formula piena in primo e in secondo grado. Quindi il sistema funziona?

“No, non funziona. Io ho passato sette anni da incubo, e ne sono uscito grazie al sostegno eccezionale della mia famiglia. Ma quanti, meno fortunati di me, vengono stritolati, anche se innocenti, da vicende giudiziarie? È urgente e indispensabile una riforma profonda e seria della giustizia”.

I cinque referendum del 12 giugno vanno in questa direzione?

“Certo: andare al seggio e votare cinque sì sarà un segnale importantissimo. Il paese ha estremo bisogno di ripristinare un clima di fiducia nel sistema giudiziario da parte dei cittadini. Basta dare un’occhiata ai sondaggi, che da anni registrano un progressivo crollo della fiducia nella magistratura per capire quanto sia drammatico il problema”.

A giudicare dalle cifre della partecipazione allo sciopero indetto dall’Anm contro le riforme, nella stessa categoria dei magistrati non ci si fida poi troppo dei propri rappresentanti...

“È così: il clamoroso flop di quello sciopero è un chiaro segnale di scollamento anche interno. Molti magistrati sono consapevoli che la credibilità persa dalla categoria va riconquistata: troppi errori giudiziari, troppe persone ingiustamente perseguite, troppe inchieste-spettacolo che poi finiscono nel nulla. E chi pensa tanto a me non può capitare sbaglia: può capitare a chiunque, come è successo a me. E, quando poi ci si incappa, ci si rende conto dell’impatto devastante che un simile choc ha sulla vita reale di una persona. E io in fondo ho subito solo lo sputtanamento mediatico di accuse infamanti cui non puoi reagire: la tua foto nei tg, i sorrisetti quando vai a messa la domenica, l’impatto sui figli. Figurarsi chi finisce pure in galera e si fa mesi e mesi ingiustamente”.

Molti avversari dei referendum obiettano che la materia è troppo complessa per lasciar decidere i cittadini, e che il Parlamento sta già votando la riforma Cartabia...

“La riforma del Guardasigilli migliora diversi aspetti del sistema, ma è solo un piccolo passo avanti. E non poteva essere che così, visto il peso di alcuni partiti forcaioli e manettari in questa maggioranza. Fare una riforma profonda avendo a che fare con i giustizialisti è impossibile: per questo, i cinque referendum sono lo strumento indispensabile per completarla e fare scelte che questo Parlamento, con le sue resistenze interne, non è in grado di fare”.

Il Pd si è schierato per il no. Se lo aspettava?

“Sinceramente non me lo aspettavo, anche perché molti dem sono a favore dei quesiti. Ci sono questioni oggettive, come quello della valutazione dei magistrati, su cui la contrarietà del Pd mi lascia senza parole: le analisi più serie di organismi internazionali dicono che le performance dei magistrati italiani hanno standard bassissimi, e questo è un enorme problema per la credibilità del paese, con pesanti ripercussioni economiche. Purtroppo è prevalsa l’ansia di strizzare l’occhio all’elettorato più giustizialista, anziché la volontà di affrontare e risolvere i problemi del sistema”.

I nemici dei referendum scommettono sull’astensionismo...

“È una pessima tendenza che si è affermata da anni: invece di fare una battaglia a viso aperto sul merito, difendendo le ragioni del sì o del no, si usa strumentalmente il quorum per boicottare lo strumento referendario. In modo ipocrita, anche grazie all’ostruzionismo mediatico e informativo. I media hanno avuto un’enorme responsabilità nel distorcere il sistema giustizia: negli ultimi decenni, l’avviso di garanzia si è trasformato in condanna, il processo di primo grado in ergastolo. Poi nel 90% dei casi il procedimento finisce nel nulla, nel silenzio totale. Spero che in queste ultime due settimane si riesca a far capire ai cittadini l’importanza di andare a votare per i cinque referendum: ce la possiamo fare”.

Ministro Garavaglia, ai tempi di Tangentopoli la Lega sventolava il cappio in Parlamento mentre tanti politici finivano in ceppi. È pentito?

“Sì. Me ne sono pentito e me ne vergogno. È stato un grave errore”.

“Non c’è rassegnazione, l’Anm ha il dovere di ricostruire l’unità”

di Valentina Stella

Il Dubbio, 31 maggio 2022

A due giorni dalla riunione del Comitato Direttivo Centrale dell’Anm che si è riunito anche per riflettere sull’esito dello sciopero del 16 maggio, facciamo il punto con la vicepresidente dell’Anm Alessandra Maddalena, esponente di Unicost.

Il presidente Santalucia ha detto: “È fortemente ingeneroso definire lo sciopero dei magistrati un flop”. Lei come lo definirebbe?

I numeri dell’adesione all’astensione meritano una riflessione seria che non può risolversi in una definizione slogan. Circa quattromila colleghi hanno condiviso la forma di protesta deliberata dall’assemblea generale dell’Anm. Le percentuali più alte si sono registrate nei piccoli tribunali di frontiera, dove evidentemente è stata più avvertita la preoccupazione per la deriva burocratica e verticistica cui rischia di condurre questa riforma, con l’effetto di minare l’indipendenza dei magistrati e la qualità delle loro decisioni. L’altra metà degli iscritti ha fatto una valutazione di tipo diverso sulle forme di protesta, anche se la maggior parte non ha ritenuto di esprimere le ragioni del dissenso in assemblea. Su questo occorre certamente interrogarsi, anche per trovare nuovi modi di coinvolgere e far riscoprire a tutti i colleghi le ragioni e le radici di un impegno forte e condiviso nell’associazionismo giudiziario. E in fondo, in parte, la via è stata già tracciata. Pensi alle assemblee che in pochissimi giorni le giunte locali sono riuscite a organizzare in quasi tutta Italia per la giornata del 16 maggio, tra l’altro anche con la partecipazione di avvocati, giornalisti ed esponenti dell’accademia. Certo, c’è ancora molto da fare ed è per questo che il Cdc all’ultima riunione ha deliberato di convocare alcune sedute in altri distretti, a cominciare da quelli in cui si è registrata la minore partecipazione allo sciopero, o di indire consultazioni aperte affinché gli iscritti possano segnalare temi ritenuti prioritari.

Andrea Reale dei 101 chiede le dimissioni di tutti dopo quanto accaduto...

La richiesta mi ha sorpreso e non ne ho compreso fino in fondo le ragioni. Il collega sa bene che la decisione di proclamare l’astensione è stata assunta dall’organo sovrano dell’associazione, cioè l’assemblea, ma sostiene che la volontà di quasi tutti i votanti sia stata influenzata dalla dirigenza attraverso il sistema delle deleghe, che ha definito drogate. Sarebbe bastato assistere alle assemblee locali che hanno preceduto quella generale per comprendere che le deleghe sono state rilasciate in modo del tutto consapevole, all’esito di approfonditi dibattiti. Mi sembra quasi offensivo sostenere il contrario e penso anche alle altre migliaia di colleghi che hanno aderito allo sciopero condividendo e rispettando la decisione dell’assemblea generale, pur non avendovi partecipato. Mi rattrista anche l’affermazione secondo cui i più giovani, che per primi avrebbero sentito l’urgenza di forme di protesta più incisive, sarebbero invece venuti ad intendimenti con la dirigenza, che ne avrebbe maliziosamente canalizzato la spinta propulsiva. Io credo molto nei giovani, sono loro il futuro, ed è soprattutto per loro che dobbiamo rimanere responsabilmente uniti, perché la magistratura possa avere ancora una rappresentanza forte e autorevole nei rapporti con le altre Istituzioni.

C’è preoccupazione per gli emendamenti depositati al Senato. Come pensate di intervenire?

Innanzitutto continuando a far sentire la nostra voce all’esterno, per evidenziare ancora una volta i pericoli di questa riforma, e ancor di più di alcuni degli emendamenti depositati al Senato, per la tenuta delle prerogative costituzionali poste a tutela della qualità della giurisdizione. Ed è per questo che dobbiamo impegnarci tutti per la salvaguardia dell’unità associativa, naturalmente nel pieno rispetto delle diversità di vedute. Indebolire sempre di più l’associazione, approfittando della crisi di credibilità che ci ha colpito per gli scandali degli anni scorsi e assecondando anche spinte provenienti dall’esterno, avrà il solo effetto di privare la magistratura di ogni capacità di essere ascoltata per rappresentare le serie ragioni di dissenso verso questa riforma.

Una mancata adesione del 50% allo sciopero non indebolisce molto l’Anm nei confronti del potere politico per una possibile trattativa o solo per far sentire la propria voce?

Non lo credo. Le valutazioni sui numeri dell’adesione le ho espresse prima. Non mi piace pensare a una trattativa. Mi piace credere che le nostre argomentazioni saranno ascoltate e attentamente valutate perché si tratta della tenuta di uno dei pilastri dello Stato di diritto.

Ai tempi di Berlusconi l’adesione alle astensioni era del 90%. Eravate un corpo solido, unito. In questi anni l’Anm è cambiata...

Sono cambiati il contesto storico e la società, c’è una generale spinta verso la disintermediazione. Assistiamo a un processo di individualizzazione sempre più spinto. Questo ha interessato anche la magistratura, ancor più dopo i noti scandali che hanno accresciuto in molti il senso di stanchezza e di disillusione. Per non parlare della tendenza di alcuni a trasferire il dibattito dalle sedi proprie - quelle fisiche ed istituzionali - ai luoghi di confronto esclusivamente virtuale, dalle mailing list, alle chat, che sembrano ampliare la partecipazione, ma rischiano invece, se mal gestite, di aumentare l’isolamento e l’autoreferenzialità, annullando lo spessore e la profondità del confronto, contribuendo in definitiva alla divisione.

Come si ritrova l’unità?

Oggi la sfida dell’associazionismo è proprio saper fare di nuovo unità: non significa omogeneità o identità di opinioni ma confronto e dibattito, anche avviando seri percorsi culturali. Fare associazione deve tornare a significare creare luoghi ed occasioni di aggregazione dove è possibile insieme costruire percorsi risolutivi ad interrogativi collettivi, ad esigenze di riscoperta delle ragioni dell’impegno quotidiano. Bisogna far sentire che siamo parte di un corpo unico la cui salute sta a cuore di tutti. Questa Anm si sta già impegnando tanto, ad esempio attraverso il lavoro della commissione dedicata alla educazione alla legalità. Educare ai valori della giustizia è pure compito di noi magistrati, per formare soprattutto i giovani alla cultura dello Stato e delle Istituzioni e al rispetto delle regole di convivenza.

Una campagna contro i referendum può rappresentare un momento di coesione e successivamente una vittoria da rivendicare, visto che sarà difficilissimo raggiungere il quorum?

Noi non facciamo campagna contro i referendum. Spieghiamo le ragioni per le quali riteniamo che gli interventi che si intendono realizzare siano rischiosi per la tenuta del modello costituzionale di magistrato e per la sicurezza dei cittadini.

Tra i quesiti, qual è a suo parere quello più criticabile?

Innanzitutto, la separazione delle “carriere”. Non abbiamo bisogno di “superpoliziotti” in cerca di brillanti operazioni ma di pubblici ministeri organi di giustizia, che continuino a svolgere un ruolo di controllo sulla legalità dell’operato della polizia giudiziaria con la consapevolezza dell’esigenza di raccolta delle prove in funzione del giudizio. Mi preoccupa molto anche il referendum sulle misure cautelari. Escludere il pericolo di reiterazione del reato dai presupposti generali di applicazione delle misure cautelari - tutte, anche quelle non detentive - significa nient’altro che abbassare il livello di sicurezza sociale, impedendo di prevenire in via cautelare condotte allarmanti come lo spaccio di droga, il furto in abitazione, lo stalking senza atti di violenza fisica e altri gravi reati.

Il Cdc “ritiene indispensabile avviare una interlocuzione con i colleghi e i dirigenti degli uffici, affinché segnalino le criticità emerse e indichino le proposte per la migliore operatività del nuovo modulo organizzativo”. Un altro modo per rinsaldare i legami all’interno dell’Anm?

È un tema molto serio. Il gruppo al quale appartengo aveva presentato un documento già alla fine dello scorso anno, chiedendo che se ne discutesse in Cdc. La prospettiva è stata condivisa da tutti, con il documento al quale ha fatto lei riferimento. Infatti, solo chi opera nei singoli territori è in grado di segnalare le problematiche di concreto impiego di questo modulo organizzativo. L’ufficio per il processo è certamente una grande opportunità e non va sprecata, ma non è accettabile collegare alla disponibilità di questo strumento la promessa all’Europa e ai nostri cittadini, di abbattimento delle pendenze e della durata dei procedimenti nei termini indicati dal governo, a meno di non voler spingere sempre di più verso una visione efficientista e impiegatizia della giustizia, a scapito della qualità delle decisioni.