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Gazzetta di Mantova, 18 febbraio 2026

Di giorno insegna Letteratura, di sera scrive romanzi. È Alfredo Vassalluzzo, autore per la casa editrice Sensibili alle Foglie di “Gargoyle”, romanzo pubblicato da pochissimo ma che sta riscuotendo interesse e accendendo dibattito. Un detenuto, se la merita un’altra possibilità? A pena scontata, si ritiene scontata anche la pena sociale? Sono solo alcune delle domande che impone “Gargoyle”, storia in chiaroscuro di un insegnante alle prese con detenuti di un carcere maschile di massima sicurezza, che verrà presentato a Frascati (Rm) il 27 febbraio. Alla presentazione interverrà Dario Di Cecca, presidente di Antigone Lazio, Fulvia Schiavetta, dirigente scolastico, l’Associazione “Verso il sole” di Roma, che si occupa di offrire qualche chance agli ex detenuti. A moderare l’incontro Stefano Pavan. Ovviamente ci sarà l’autore per rispondere alle domande del pubblico. 

Il protagonista, anch’egli di nome Alfredo, è alter ego dell’autore, insegnante precario che accetta una cattedra all’interno della “Bestia” che tutto appiattisce, anche le menti dei detenuti. Tra questi, spiccano figure che diventano archetipi: Ernesto il boss, Ling, il rom senza memoria, Damir, il russo ingenuo e scanzonato, Valerio, la grande delusione. Ognuno con le proprie caratteristiche, ognuno con la propria umanità compressa.

Il romanzo, che alterna toni allegri a toni drammatici in una modalità sorprendente, pone il lettore al cospetto di una realtà che vorrebbe mantenere lontana ma a cui finisce per legarsi. Questo il punto di forza del romanzo. Nessun pietismo, pregiudizi che vengono demoliti pagina dopo pagina e l’adesione alle storie dei detenuti che non sono mai semplificazioni della realtà. Il ladro, il trafficante, il rapinatore, non vengono raccontati per quello che hanno commesso ma per quello che sono: storie di nuda umanità compressa in uno stato di costrizione che, oltre che fisica, è anche e soprattutto mentale. 

La scrittura di Alfredo Vassalluzzo non si limita a narrare; essa incide. Con una prosa che fonde la precisione del cronista alla sensibilità del poeta, Vassalluzzo trasforma il perimetro asfittico del carcere in un palcoscenico universale di passioni umane. La sua è una scrittura materica: tra le righe si avverte il peso del cemento, la ruvidità del mattone rosso, il fruscio quasi sacro dei fogli di Damir.

Ciò che colpisce maggiormente è la sua capacità di gestire i chiaroscuri emotivi. Vassalluzzo rifugge la retorica facile, preferendo un linguaggio essenziale, fatto di ellissi e silenzi carichi di significato. La sua penna è uno strumento di scavo che non teme di esplorare le zone d’ombra dei suoi protagonisti, restituendoci dialoghi che vibrano di una verità nuda, a tratti brutale, ma sempre pervasa da una profonda umanità. Nelle pagine di Garfoyle, lo stile di Vassalluzzo diventa esso stesso metafora: una narrazione che, pur muovendosi tra confini angusti, riesce a trovare varchi di luce, dimostrando che la grande letteratura è quella capace di trasformare un’assenza in una presenza perenne.