sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 20 maggio 2026

Dai podcast ai canali YouTube, il true crime on line che si salda con i mezzi tradizionali condiziona procure, devasta famiglie e produce mostri. “Andrè, te vedo male”. La frase viene urlata da un passante tra i binari della stazione Termini a Roma. Andrea Sempio cammina a testa bassa, “scortato” dalla sua avvocata Angela Taccia. Non è ancora imputato in senso pieno. È un indagato, l'unico nel procedimento bis aperto dalla Procura di Pavia per l'omicidio di Chiara Poggi. Ma il verdetto, fuori dall'aula, è già stato emesso. Lo hanno emesso migliaia di canali YouTube, centinaia di podcast, decine di dirette notturne, gruppi Telegram dove si scandagliano atti processuali, ci si diletta a interpretare immagini, espressioni, audio e si instillano sospetti anche nei confronti della famiglia Poggi. È la giustizia parallela del true crime italiano, che non si celebra nelle aule ma sugli schermi degli smartphone. Con l'aggravante che tutto ciò si salda con le trasmissioni televisive tradizionali.

Il caso Garlasco ha funzionato da catalizzatore. Quando la Procura di Pavia ha riaperto le indagini nel 2025, la macchina si è rimessa in moto con una velocità impressionante. Decine di content creator hanno ripescato atti vecchi, audio privati, consulenze parziali. Uno degli episodi più rivelatori riguarda un biglietto scritto a mano con la parola “assassino”, trovato nell'immondizia e sbandierato online come indizio di colpevolezza. Peccato che, come ha rivelato un audio trasmesso dal programma “Dentro la Notizia”, quel foglio fosse semplicemente la scaletta che Sempio aveva preparato per rispondere a un'intervista del giornalista Gianluigi Nuzzi. Ogni segmento di scritti e dialoghi intercettati viene passato al setaccio e reinterpretato. Nascono piste, sospetti, e tutto poi si riversa nel mainstream. Tutto ciò ingolfa sia gli inquirenti che i legali stessi.

I coniugi Poggi, esausti, hanno presentato decine di querele per diffamazione e atti persecutori contro questo mercato delle teorie online che macina visualizzazioni sulla loro pelle. L'intercettazione ambientale dello sfogo di Marco Poggi ai genitori dice qualcosa sulla confusione totale che si è creata: “Sempio lo hanno tirato dentro loro stessi e loro stessi continuano a tirarlo dentro”. Ma intanto il circo continua. Ogni nuovo dettaglio, ogni perizia, ogni testimonianza viene amplificato e decontestualizzato.

Il rimbalzo televisivo e i misteri di Stato - Sarebbe comodo pensare che il problema riguardi solo il web. Non è così. La televisione nostrana ha costruito, decenni fa, il modello che i creator digitali oggi replicano in scala. Il plastico di Garlasco nel salotto di “Porta a Porta” di Vespa è l'immagine-simbolo di questa storia: il caso trasformato in spettacolo, il criminologo che emette sentenze davanti alle telecamere, il pubblico a casa che si convince di qualcosa prima che i giudici abbiano aperto un fascicolo. Trasmissioni come Le Iene esercitano da anni una pressione sui procedimenti che il Codice di procedura penale vorrebbe invece formarsi nell'aula. Il digitale ha solo tolto il filtro minimo di una redazione. Il circuito tra web e televisione è diventato perverso: le teorie nate online vengono assorbite dai talk di prima serata, gli audio rubati circolano nei programmi generalisti, le intercettazioni prive di rilevanza penale diventano contenuto televisivo. E i tribunali non ne sono indenni. Di fatto, quando si crea un determinato fronte nell'opinione pubblica, il giudice deve avere una capacità mentale tale da essere libero di decidere. Siamo alla degenerazione, perché quando decide, di fatto, è come dire da che parte sta: se sta a favore dell'opinione pubblica o contro. Ciò è molto pericoloso.

Quando il true crime si avvicina alla storia patria, il salto verso la dietrologia è quasi automatico. Fanpage, con il format “Confidential”, ha dedicato una serie alla strage di Capaci. Le ricostruzioni evocano l'uso di esplosivo militare Semtex, mettono in dubbio che sia stato Giovanni Brusca a premere il telecomando e ipotizzano specialisti esterni legati a Gladio o all'eversione nera. Ricostruzioni che nascono da teoremi e piste inconsistenti riciclate da Report in prima serata. La tesi di fondo è affidata a una citazione: “Non posso pensare che degli ignoranti come Totò Riina possano aver organizzato un attentato così sofisticato... ci volevano persone in giacca e cravatta”. Peccato che la verità storica e giudiziaria dica l'esatto contrario: una Cosa Nostra strutturata militarmente, capace di sfidare lo Stato, con una ricostruzione dell'attentato talmente precisa che gli atti processuali documentano persino l'esitazione di Brusca nel premere il pulsante a causa della velocità ridotta del corteo. Il complottismo digitale preferisce sempre il mistero permanente alla fatica dei fatti.

Tutto ciò influenza e ingolfa le procure. Tornando al format di Fanpage, hanno recentemente tirato fuori Fabio Piselli per Capaci. Un personaggio “sui generis” che già in passato aveva qualcosa da dire su tutto: dal mostro di Firenze al Moby Prince. Ora anche le stragi di mafia. E la procura di Caltanissetta lo ha dovuto sentire. Attenzione, ci sono anche podcast di qualità. Alcuni mantengono un approccio prudente. Stefano Nazzi de Il Post, con il podcast “Indagini”, è un esempio di narrazione documentata e senza tesi precostituite.

La fabbrica americana del sospetto - Gli Stati Uniti hanno vissuto questo fenomeno prima di noi, e le sue degenerazioni sono già documentate. C'è la storia di “Serial”, il podcast di Sarah Koenig del 2014, scaricato più di cento milioni di volte, che ha sollevato dubbi fondati sul processo ad Adnan Syed e contribuito alla sua scarcerazione dopo ventitré anni. È il lato utile del genere: il giornalismo che legge le trascrizioni, intervista i testimoni e porta in superficie errori investigativi reali. Ma c'è anche la storia di Ashley Guillard, una tiktoker che nel 2022, dopo il quadruplice omicidio di quattro studenti dell'Università dell'Idaho, ha accusato in oltre cento video la professoressa Rebecca Scofield di aver commissionato la strage per una presunta relazione segreta con una delle vittime. Scofield non si trovava nemmeno nell'Idaho al momento dei fatti, non aveva mai conosciuto le vittime. Il vero killer, Bryan Kohberger, si è poi dichiarato colpevole. Lo scorso febbraio una giuria federale dell'Idaho ha condannato la tiktoker a pagare dieci milioni di dollari di risarcimento.

Un ecosistema che quindi ha generato anche mostri. Persone trasformate in sospetti senza prove, campagne online contro familiari delle vittime, raccolte fondi opache, ricostruzioni manipolate per aumentare visualizzazioni e abbonamenti. Negli Stati Uniti esiste ormai una letteratura accademica sul rischio di radicalizzazione algoritmica di YouTube: più il contenuto è estremo, più viene premiato dalla piattaforma. Il modello che alimenta il lato oscuro di questo ecosistema è semplice: dirette infinite, abbonamenti, donazioni, gruppi privati, “rivelazioni” a puntate. Più il mistero resta aperto, più gli incassi continuano. Il pubblico viene convinto che esista sempre un segreto ulteriore da scoprire, e chi dubita diventa automaticamente parte del sistema che nasconde la verità. La morbosità viene venduta come ricerca della giustizia.

La pressione sulle procure è reale: quando una teoria domina per mesi, quando milioni di visualizzazioni convincono l'opinione pubblica che esista una pista ignorata, gli investigatori ne sentono il peso. Non lo ammetterà mai nessun magistrato. Ma la pressione c'è. Il segreto istruttorio si sgretola un leak alla volta, un audio alla volta, una perizia decontestualizzata alla volta. Il ministro Nordio, l'Unione delle Camere Penali e il CSM stanno cercando di correre ai ripari con nuove regole sulla gogna mediatica. Ma non basterà perché siamo di fronte a un fenomeno nuovo che si salda con quello “vecchio”.