di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 15 giugno 2026
Intervista a Massimo Panarari, professore associato di Sociologia della comunicazione all’Università di Modena e Reggio Emilia. Dal caso Montesi, fino a Garlasco e ai podcast sul True Crime cambiano i supporti, cambiano i media, cambia tutto ma l’interesse quasi morboso del pubblico per questo tipo di vicende rimane. Professor? C’è una molteplicità di motivi per i quali il crimine sta al centro dell’attenzione. Uno ha a che fare direttamente con la società, nel senso che nei momenti di maggiore crisi, tensione sociale, disordine, disincanto, quando si ha l’impressione che i fondamenti dello stesso ordine sociale scivolino via, ecco che improvvisamente la dimensione del crimine diventa decisiva per una serie di ragioni.
Una è che vedere il crimine consente a ciascuno di noi di percepirci come normali, come portatori di sanità, come persone inserite all’interno di un contesto che invece viene perturbato e disequilibrato da qualcuno che è al di fuori dell’ordinamento. E allora ecco che quando lo stesso ordinamento entra in crisi, questa sensazione di vedere il mostro, l’altro da noi, il responsabile di un crimine, in qualche modo ci conforta. L’altro elemento ha a che fare con una capacità, e questo invece è più specifico della nostra epoca, di serializzazione del crimine che è perfettamente confacente alla trasformazione mediale.
Nel senso che una delle grandi spinte della medialità, o per meglio dire della cross e della transmedialità contemporanea, è la trasformazione dei contenuti in serialità. È un meccanismo, quello delle serie televisive, dei serial, della riproposizione dei contenuti all’interno del film. Pensiamo a quanto vengono spremuti i limoni dei delle storie supereroistiche. Ecco, la stessa cosa vale per il crime, nel senso che diventa possibile alla ricerca di un nuovo elemento, di un nuovo testimone, di un cambiamento della scena del crimine, di un’indagine tecnico scientifica in più, allungare enormemente la storia.
Parliamo di Garlasco. Si può dire che con Garlasco si sia arrivati a un altro livello, che ci sia un qualcosa di diverso dalla morbosità passata. Sembra quasi che questa serialità che piace nelle piattaforme di streaming sia stata proiettata anche sulle storie vere, o su un vecchio fatto di cronaca?
Questo salto di qualità, per così dire, ha davvero una ragione narrativa, nel senso che Garlasco è una specie di impressionante patchwork di elementi narrativi, non soltanto del crime. La teoria cospirativa è un impressionante contenuto all’interno del quale si dipanano storie che hanno a che fare con una possibile presenza di massoneria, con eventuali riti satanici, con la critica delle istituzioni che vanno dalla Chiesa alla magistratura, naturalmente. È una storia di errori giudiziari che all’interno delle narrazioni naturalmente ha una sua particolare forza in un momento e in un paese, come diciamo il dubbio sa perfettamente, in cui il tema del rapporto tra politica, magistratura, società civile è un tema irrisolto sostanzialmente e che prolunga la guerra dei trent’anni, per esempio, tra politica e magistratura. È una perfetta storia populista, nel senso che c’è un’opinione pubblica, diciamo così, chiede la verità, o per meglio dire chi è non colpevole, che è stato offerto istantaneamente ed immediatamente e che oggi si ritrova, anche in relazione ad una serie di approfondimenti, a vedere tutto l’impianto giudiziario, la narrazione precedente che viene completamente smontata, il che naturalmente dà adito all’idea che ci sia qualcosa di profondo che non viene raccontato. E questa idea del “ci nascondono la verità” di nuovo è un’altra grande narrazione. Che sta nel cospirazionismo, ma sta anche all’interno, che sta anche all’interno di una postmodernità particolare. Ecco, se noi volessimo ragionare in termini narrativi sulla tragedia, naturalmente di Garlasco, è una specie di romanzo postmoderno all’italiana
Forse la specificità di Garlasco è proprio questa: mutuare dei meccanismi, dei processi narrativi, della serialità contemporanea di Netflix...
Esattamente: è un intreccio di più linee narrative in cui, come diceva lei, proprio sulla base di una logica di serialità, cioè evidentemente sulla base dell’idea, non è una novità, naturalmente, che, soprattutto in certi momenti dell’anno, la storia di Crime sia un perfetto riempitivo da dosare all’insegna di climax, colpi di scena, discontinuità narrative che servono a tenere appassionato e a tenere agganciato il lettore. Ma dall’altro c’è la piattaformizzazione, nel senso che Garlasco è una sorta di true crime piattaformizzato, perché per la prima volta noi vediamo entrare all’interno della scena con un ruolo proattivo gli influencer, ovvero il cambiamento della narrazione intorno a Garlasco è dovuta al lavoro di indagine, scavo, all’inserimento narrativo di figure che sono tipiche del panorama ideale contemporaneo: indagatori autoeletti, divulgatori, soprattutto divulgatrici, che si pongono secondo lo schema del non ce la raccontano giusta.
Abbiamo anche un altro elemento a questo punto: l’interattività, C’è addirittura la capacità di andare su un menù on demand e decidere cosa preferire, cosa volere. Siamo addirittura a questo...
Siamo in una dimensione di, diciamo, comunità di pari o di comunità digitale che si è trasferita anche al racconto del true crime, nel senso che la grande novità della comunicazione postmoderna, l’idea dell’autocomunicazione di massa. In questo caso va oltre la dimensione del fatto che ciascuno di noi comunica, cioè ciascuno di noi può lasciare il suo messaggio nella bottiglia all’interno del della grande rete, disarticolando il broadcasting, ovvero l’idea verticale della comunicazione, quella per cui degli intermediari gestiscono il flusso comunicativo ad una marea di destinatari al pubblico, in questo caso il pubblico interveniente, ovvero. L’attore che può, attraverso i social, dire la propria, è cresciuto così tanto in termini di intensità e soprattutto ha costruito quella dimensione parallela per cui all’interno della rete si discute, a prescindere di quello che succede all’interno dei teatri ufficiali del discorso pubblico, da diventare una massa critica, una massa di manovra a cui tutti i decisori sono attenti e attenta la politica, ma attenta anche la magistratura, sono attente anche le forze dell’ordine. A questo punto, ed ecco che la narrazione può cambiare.










