di Maurizio Maggiani
La Stampa, 29 settembre 2025
Sono nati da una generazione picchiata, brutalizzata, torturata e sconfitta. Non hanno maestri, solo ispirazione. Sarà mai che il lupo abiterà con l’agnello e il leopardo giacerà col capretto? Per il leopardo non metterei la mano sul fuoco, tanto per cominciare di leopardi non ne ho mai visti e ne ho sentito parlare molto poco, riguardo al lupo invece ho una qualche attesa che il profeta Isaia possa non aver fatto solo che uno strano sogno. A questa ardita considerazione sono pervenuto di buon mattino, proprio mentre sui media fiammeggiava il memorabile discorso del presidente Trump all’assemblea generale delle Nazioni Unite.
Nessuna metafora, solo pura e insignificante coincidenza temporale. Già, quando Alfio, il vicino insonne che a buio è già al lavoro nel suo campo, mi porta dal lupo io non sto infliggendomi la lettura dei giornali, ma in giardino a godermi il dono di un mattino splendente. Qui da noi a Borgo Tulipano queste di fine settembre sono mattine benedette dalla grazia d’Iddio; limpide, ariose, fresche, promettenti mattine, il sole si disfa delle nubi aurorali e con grazia si leva sulle colline grato alle leggi della gravitazione universale, nelle vigne ancora da vendemmiare prende a spandersi l’afrore del grado zuccherino ormai saturo e nella luce radente turbina il nembo dei moscerini già mezzo ubriachi, le giuggiole sono belle mature e basta una carezza a un ramo per farne una manciata che darà un profumo in più alla colazione.
Nel mezzo di tutta questa beatitudine Alfio si palesa oltre il cancello, l’indice eretto sulla punta del naso per farmi tacere, muto mi ordina di gettare le giuggiole e di seguirlo. E me lo fa vedere, lo vedo il lupo anche se sono mezzo cieco, tra due filari della vigna a valle, languidamente disteso che pare anche lui beato come questo mattino, tra le zampe stringe qualcosa che sta lappando, potrebbe essere un grappolo di sangiovese o il sangue gocciante da un coniglio selvatico, non è dato sapere, è sottovento e rivolto alla valle, noi facciamo le scolte sioux in agguato, non ci sente, non ci odora e non ci vede, oppure ci sente, ci vede e ci odora e non gliene importa niente. Alfio sussurra che è un novello, io di lupi non ne so un granché, lui la sa lunga; tre anni fa i lupi sono arrivati alle nostre case e in una notte tenebrosa ad Alfio gli hanno pappato il vecchio Ciro, il suo capro lasciato alla catena, da allora se ne fa una passione.
Ecco cosa accade, che ci siamo noi e un lupo, così vicini che se quello si degnasse di fare il suo lavoro in tre secondi ce l’avremmo alla gola, e invece non succede niente, tutto è compreso nella beata immobilità dell’alba di uno splendido mattino di fine estate. E noi non scappiamo, non fiatiamo, non chiamiamo la guardia venatoria, la guardia nazionale, la guardia forestale, niente, le capre di Alfio sono al sicuro nell’ovile, loro l’odore del lupo dovrebbero sentirlo, la sua cupa presenza avvertirla, ma se ne stano zitte anche loro. Vuoi dire che magari stiamo tutti facendo lo stesso strano sogno? E il lupo novello si lecca una zampa e prende a trotterellare verso il boschetto della Cornacchia. Ma sogni di gruppo interspecifici non se ne fanno, e dunque è accaduto qualcosa di strano e se non sappiamo dirci cosa, non io e Alfio, che ce ne stiamo ancora lì un po’, ancora in posa sioux, in silenzio, nel silenzio di questo beato mattino che una sfacciata fagianella rompe con la sua pigra e grassa cabrata dal nido nella macchia di sambuco. Ma cosa potremmo mai dirci? Ci beviamo un caffè in cucina e ancora non sappiamo per cos’altro aprire bocca; e ci sorridiamo, questo sì, e nel suo sorrido vedo quello che spero veda nel mio, una cosa molto infantile, un segreto tra Tom e Huckleberry, ci è capitato di vivere un istante nella meraviglia.
Lo ripeto perché voglio essere chiaro, nessuna metafora, le cose sono andate così come le ho raccontate, e non è poi che sia successo quel granché. Ma ancora oggi qualcosa mi rimane di interdetto, qualcosa di meno di un pensiero compiuto, un interdetto con dentro un filo di sollievo. E se l’ordine delle cose potesse mutare, persino capovolgersi? Se infine qualcosa di inaspettato potesse ancora accadere? Mettiamo che la meraviglia non sia stata del tutto cancellata dalla faccia della Terra? E ancora più arditamente, se quello che ci appare la fine di tutto ciò che ci ha dato gioia e speranzosità e conforto e tenerezza e coraggio, in effetti la fine del mondo, almeno del mondo che volevamo abitare, non fosse il fine di tutto. Se nella natura del lupo fosse compreso anche il piacere di lapparsi un grappolo di sangiovese e in quella dell’uomo il piacere di starselo a guardare? C’è davvero qualcuno al mondo che possa vantare il potere di aver già scritto Il Gran Finale? Certo che c’è chi ci prova e lo proclama ai quattro venti, ma davvero è già tutto scritto da qui all’eternità?
Non sono tra quelli che vedono in ciò che accade nelle coscienze della nuova generazione che ovunque ormai, e capillarmente, si sta rifiutando di assistere inane a ciò che accade in Palestina, l’albeggiare della rivoluzione; probabilmente sono troppo orbo per vederla la rivoluzione, anche se ho pur sempre riconosciuto un lupo a una qualche distanza. Eppure qualcosa di inaspettato sta pur accadendo e chi lo fa accadere sono i più giovani, i ragazzi di cui ci siamo sbarazzati ficcandoli nell’angolo del poliforme disagio e dell’opportuna fragilità, o in quello di una peculiare propensione alla stolidità asociale. Curiamoli, mettiamoli in riga e poi vediamo se ci possono tornare di una qualche utilità; bonus psicologo, rinforzo delle strutture correzionali, riordino dottrinale del sistema scolastico, e poi via a lavorare senza la puzza al naso. Questi ragazzi stanno facendo proprio quello che dà più fastidio, agiscono, e lo fanno per una ragione più che fastidiosa, si sono dotati a nostra insaputa di una coscienza morale, proprio ciò che per almeno una generazione si è alacremente operato per sopprimere, pervertendola con disprezzo in un neologismo, il buonismo.
Una rivolta morale la loro? un afflato prepolitico? E per questo votati alla resa quando al manganello si aggiungerà la bocciatura a scuola, destinati alla delusione al primo sporco accordo stipulato sulla testa di un popolo? Non li conosco, posso solo osservarli e ascoltarli, ma quando vedo sfilare assieme gli scout delle parrocchie e i comunisti rivoluzionari, ho scoperto che esistono anche loro, giovanissimi agit-prop di un’idea talmente antica da non poter che apparire loro avvolta nel mistero, quando li vedo sfilare a migliaia a Genova, nella vecchia, stanca Genova, non posso che ricordarmi della mia giovinezza, e di come la mia rivolta fosse sorgiva come la loro, e morale, Dio è morto nei campi di sterminio, nelle auto prese a rate, nei miti falsi della patria e dell’eroe, nell’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai con il torto.
Ricordate anche voi? La politica è venuta dopo e è venuta perché c’è stato chi, nella generazione che mi ha preceduto, ha avuto la saggezza di parlare e scrivere perché io capissi, la pazienza di ragionarci sopra con me, di contestarmi e di farsi contestare. Vogliamo chiamarli maestri? Per tornare a Genova, io quei ragazzi non li conosco, ma so chi sono. Sono i figli della generazione del G8, i figli di un’altra rivolta morale, una rivolta globale nonviolenta che si è data appuntamento a Genova per essere picchiata, brutalizzata, torturata e sconfitta.
Confesso che ho avuto fino a ieri la certezza che è stata una sconfitta definitiva. Poi, inaspettati come non mai, eccoli i figli della sconfitta, cresciuti da madri e padri traumatizzati, educati nella paura, nella prudenza, nell’astensione, nell’inanità, eccoli essere e agire. Loro di maestri non ne hanno, la generazione che avrebbe questo compito, questo dovere, se lo è negato e ha provveduto ad autoassolversi; dovranno imparare da soli che la rivolta morale necessita di farsi politica per non dissolversi, e proprio non so come potranno fare. Mi auguro solo che ciascuno di loro abbia la fortuna di essere visitato, in un qualche splendido mattino, da un lupo novello e, illuminati dalla meraviglia, capire che nella natura del lupo non c’è la crudeltà ma la fame, e nella natura dell’umano non c’è la paura ma la vita, che a un lupo può anche piacere un grappolo d’uva e all’umano di restargli abbastanza vicino per riconoscerlo. E già questo potrebbe essere politica.










