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di Alessia Melcangi

La Stampa, 13 febbraio 2025

La notizia che la tregua a Gaza è a rischio non deve stupire: Netanyahu, in duetto coordinatissimo con Trump, minaccia di riprendere la guerra nella Striscia se, come affermato dal portavoce militare delle Brigate Al-Qassam di Hamas, Abu Obeida, il rilascio degli ostaggi il prossimo sabato verrà sospeso. In realtà, nemmeno un attimo, nemmeno all’inizio, abbiamo avuto la possibilità di nutrire la certezza sulla tenuta dell’accordo, basato principalmente su una evidente necessità umanitaria. Tuttavia, abbiamo deciso di crederci fino all’ultimo secondo. Ci hanno creduto i palestinesi che hanno visto con i loro occhi la Striscia di Gaza ridotta in macerie e migliaia di familiari e amici massacrati dalle bombe israeliane; ci hanno creduto le famiglie dei rapiti il 7 ottobre, brutalmente tenuti in ostaggio da Hamas; ci hanno creduto i mediatori di questa tregua, Egitto, Qatar e la precedente amministrazione americana; ci ha creduto la comunità internazionale che iniziava a interrogarsi sul cosiddetto “post-Gaza”, come se fosse a portata di mano.

Ma evidentemente non ci credeva abbastanza Netanyahu, il quale fin dalla firma del cessate il fuoco ha precisato, ripetendolo più volte, che Israele si sarebbe riservato il diritto di tornare ad imbracciare le armi in qualsiasi momento; e nemmeno il presidente Trump, tanto fondamentale per imprimere la spinta finale alla tregua quanto ora per farla franare con il disegno folle della ricostruzione di Gaza, nuova Riviera sul mare del Medio Oriente.

E, a guardare bene, ce ne saremmo dovuti accorgere anche noi che la tregua è sempre rimasta appesa a un filo sottilissimo, che in molti sono pronti a recidere. Secondo le accuse di Hamas rivolte al governo israeliano, reo di non aver rispettato i termini della tregua, e confermate da diverse fonti, le autorità di Tel Aviv avrebbe imposto restrizioni agli aiuti umanitari, conducendo, tra l’altro, diverse incursioni nelle zone di confine del Valico di Rafah, ritardando inoltre il ritorno dei palestinesi nella zona settentrionale della Striscia, come abbiamo visto, una fiumana umana vera e propria.

I segnali si susseguono: qualche giorno fa, il team negoziale israeliano inviato in Qatar, che avrebbe dovuto discutere sulla seconda fase del sospirato accordo di cessate il fuoco, si è limitato a dibattere ancora solo sullo scambio dei prigionieri. Nessun margine di trattativa e nessun mandato chiaro per la delegazione, anche se ormai siamo vicinissimi allo scadere dei quarantadue giorni previsti dalla prima fase. Gli show di Hamas per il rilascio degli ostaggi, montati ad arte per far saltare i nervi al governo di Tel Aviv e dimostrare di tenere in pugno l’amministrazione della Striscia, hanno di certo concorso a nutrire la propaganda di chi, in Israele, si era mostrato contrario fin da subito alla sospensione della guerra. In ultimo, il piano Trump per Gaza, che ha privato l’accordo di cessate il fuoco del suo scopo finale: il raggiungimento della pace e di una soluzione accettabile e realistica per il “giorno dopo”, per Gaza e la sua gente.

Adesso il governo israeliano, mentre richiama i riservisti e l’esercito raduna le forze dentro e intorno alla Striscia, adotta le affermazioni di Trump per rafforzarsi, normalizza l’idea di reinsediare all’estero la popolazione di Gaza, accontentando i membri della coalizione di ultra destra, conduce un’operazione aggressiva in Cisgiordania e, infine, incolpa i palestinesi di essere i responsabili unici e soli del crollo della tregua. E mentre cerchiamo di interpretare tutti questi segnali, sconcertati nell’apprendere che siamo di nuovo ad un passo da una guerra che potrebbe riprendere più efferata e sanguinosa di prima, rischiamo di perdere di vista il problema principale, ossia il boicottaggio costante e continuo dell’opzione tanto citata e altrettanto svuotata di significato di “due popoli due stati”. La soluzione di una convivenza pacifica tra questi due popoli vive ormai solo nell’immaginario ottimista di chi non guarda la realtà di un ipotetico territorio palestinese da comporre tra una Gaza distrutta e una Cisgiordania colonizzata nel tempo dall’espansione illegale delle colonie israeliane che nessuno in Israele vuole fermare. Ma la possibilità di “due popoli due stati” appare adesso come l’ultima frontiera prima del nulla, e noi abbiamo il dovere di non rassegnarci all’idea che i palestinesi siano un popolo sconfitto dalla storia.