di Lorenzo Vita
Avvenire, 20 ottobre 2025
Il ritorno nella Striscia per i prigionieri è stato traumatico: molti hanno trovato solo una tenda. Sono tornati in pullman mentre Israele festeggiava il rientro degli ostaggi. Portati nella Striscia di Gaza dal carcere di Ketziot, nel deserto del Negev, da quello di Sde Teiman o dalla prigione di Ofer. Un viaggio che per qualcuno è stato atteso anche più di un anno e mezzo: perché tutti loro, in migliaia, erano stati arrestati dalle forze israeliane subito dopo l’inizio della guerra. Per mesi sono stati tenuti all’oscuro di tutto, isolati dal mondo. C’è chi ha raccontato di abusi fisici, torture psicologiche, maltrattamenti.
Ma quando sono tornati a casa, tra Khan Younis, Rafah e la stessa Gaza, la realtà davanti ai loro occhi è stata molto diversa da quella che si aspettavano. Perché i detenuti palestinesi, rilasciati in base all’accordo con Hamas, si sono trovati davanti una Striscia quasi del tutto rasa al suolo. E per molti di loro, il ritorno a casa si è tradotto anche in un altro dramma: quello di capire che della propria vita, quella precedente all’arresto, non era rimasto più nulla. Fratelli uccisi, figli e mogli rimaste sepolte sotto le macerie. Genitori anziani e malati che sono morti senza che i detenuti sapessero nulla. Case rase al suolo. Famiglie costrette a spostarsi in continuazione e vivere da sfollate senza che ci fosse un padre o un marito a prendersene cura. I prigionieri palestinesi sapevano quello che accadeva a Gaza nel periodo del loro arresto, e sapevano che non si sarebbe fermato nei giorni precedenti. Ma per molti di loro, il ritorno si è trasformato in un vero e proprio incubo.
“Non è rimasto più nulla, sono arrivato e mi sono resto conto di avere perso tutto” ha raccontato Khalid, rilasciato la scorsa settimana dopo mesi di prigionia. E il sentimento è comune a molti gazawi che hanno rimesso piede nella Striscia dal valico di Kerem Shalom. “Ne ho visto qualcuno - racconta Mohammad - e si vede che hanno sofferto molto. Molti di loro hanno scoperto che avevano perso figli o parenti”. Una dramma nel dramma. Storie che affiorano man mano che passa il tempo, che i detenuti si rendono conto di ciò che è successo e che trovano il coraggio di riferire ciò che provano. Il Washington Post ha raccontato la storia di Samara, arrestato dalle forze israeliane con l’accusa di essere un membro di un’organizzazione terroristica. Il prigioniero ha affermato di non avere mai potuto contattare la sua famiglia, di avere subito una condanna senza alcun processo e di essere stato ammanettato e bendato per lunghi periodi di detenzione. Altri, tra i 1700 che sono stati liberati dalle carceri israeliane, hanno descritto invece un altro tipo di tortura psicologica: quella per cui ad alcuni detenuto è stato fatto credere che le proprie famiglie fossero state uccise nei bombardamenti. E tra chi ha scoperto che era falso e chi invece si è dovuto confrontare con l’amara verità della morte dei propri cari, gli esperti pensano che per molti di loro sarà necessario un lungo percorso di riabilitazione mentale. Un qualcosa che a Gaza, in questo momento, è praticamente inesistente.
Le ferite, del resto, sono profonde. Tra il trauma dell’arresto, della detenzione, l’avere subito maltrattamenti o essere tornati in libertà e avere scoperto di essere soli o senza una casa o rendersi conto di quanto hanno sofferto le proprie famiglie, in molti appaiono ancora sotto shock. E l’ambiente in cui sono tornati non è certo utile al loro recupero. Tutti temono che la guerra possa riprendere da un momento all’altro. Molti di loro sono tornati nella Striscia e sono costretti a vivere in tenda in altre zone della regione. Non c’è lavoro e i soldi sono sempre di meno o del tutto inesistenti. E per centinaia di queste persone, e tantomeno per le loro famiglie, non ci sarà alcuno spazio per una riabilitazione fisica o mentale.











