di Maurizio Maggiani
La Stampa, 4 agosto 2025
Il finale appare chiaro: l’edificazione del regno dell’odio, preludio a un impero globale. Com’è possibile che il patrimonio della cultura ebraica si sia dissolto nella crudeltà? La mia sposa è più giovane di me, parecchio più giovane, e questo mi pone quotidianamente in svariate occasioni nella condizione di servile inferiorità, ma anche di godere di qualche signorile privilegio. Ma che dico, un unico, solo privilegio, quello di avere più ricordi. Le mie memorie si perdono nella notte dei tempi, e per pura, semplice e non di rado stolida esperienza, so più cose di lei. Capita spesso, lei è la regina delle interrogazioni, che si ponga domande circa le pregresse ragioni soggiacenti all’oggi senza potersi rispondere, non tutto è nella montagna di pagine che ha letto e studiato, e invece ecco che io qualcosa di utilizzabile per una risposta sensata riesco a trovarlo, in questo modo giustificando la mia presenza in questa nostra casa così piena di libri e ingombra di domande.
È bello quando scopro di avere qualcosa da dirle, quando mi ascolta e ci pensa un attimo prima di riprendermi e puntualizzare, è bello che succeda a cena, come fosse il nostro telegiornale antagonista, e si vada avanti finché non ci decidiamo a sparecchiare. È bello poter pensare, ecco ci stiamo dando una mano a preservare la dignità di esseri pensanti ancorché dolenti, perché questo è il tempo disadorno della dolenza e il nostro dovere è di non esserne sopraffatti. Oh, sì, è bello quando funziona, ma proprio adesso, quando ne stiamo sentendo impellente il bisogno, non sta funzionando. Non so niente di più di quanto ne sappia lei, non ho nessuna esperienza, nessuna memoria buona da spendere quando lei si chiede, puntando il suo sguardo così fermo e indomito sul mio che si sfarina nell’incertezza, come è possibile? Lei sta pensando alla Palestina, e io non so rispondere. Io non so come il tutto con dentro la Palestina sia davvero possibile, qui, ora, intorno a noi, alla nostra tavola dove giacciono ancora tiepide delle magnifiche triglie alla livornese.
I lunghi anni della mia epoca fiorenti di tragedie non sono bastati ad addestrarmi per comprendere e vivere su questo baratro di disumanità, nonostante tutto sono stati anni in cui era pur lecita qualche speranza, il gran finale non era stato ancora scritto da nessuno, nemmeno dal più prepotente tra i potenti, e questa era la certezza morale che sorreggeva ogni speranza. Oggi, e domani e dopodomani, c’è qualcuno al mondo che esercitando ragione e volontà possa nutrire una qualche speranza per la Palestina? E dico Palestina per indicare ora la parte più cocente per il tutto. No, nessuno; tutto è stato pensato e fatto, si sta facendo e pensando perché il finale appaia ben chiaro, ineluttabile e insindacabile, l’edificazione del regno dell’odio, un regno preludio a un impero globale.
Come è possibile? Non lo so, non riesco a farmene una ragione di come si siano potuti rompere tutti gli argini, alcuni al mio tempo poderosi, perché dilaghi l’indecenza, l’impunità, la menzogna, l’arbitrio. Dov’ero io intanto che accadeva? Se avessi fede avrei da proporre alla mia sposa almeno la certezza di una buona ragione, la morte di Dio. È già successo e non una sola volta, e questa potrebbe anche non essere l’ultima, dipenderà da quanto sapremo sopravvivere a noi stessi, alla spoliazione di ciò che chiamiamo umanità, Dio muore ogni volta che muore l’umano.
È un’idea antica quella dell’umanità, fratello è una delle parole più remote che si conoscano nel bacino linguistico indoeuropeo, un’idea che ha maturato il sapiens come rimedio al terrore che ha di se stesso, di quello che la sua dominanza lo rende capace di compiere in qualità di specie sterminatrice. L’Umanità è un’illazione, una costruzione intellettuale, un genere di conforto, una medicina, madre feconda di molto pensiero di struggente bellezza e di molto agire di inestimabile valore, ma l’umanità non ha mai cessato di cogliere ogni buona occasione per farsi disumana, che sia in nome di Dio, in nome della Ragione o in nome di se stessa. Gli exempla fateveli da voi, ce ne sono più di quanti ne sappiate contare. Uno ve lo voglio offrire io, perché mi preme ricordare che non c’è nessuna inevitabile relazione tra disumanità e ignoranza.
È una storia vecchia di sedici secoli, una piccola storia, piccola come altre migliaia che hanno fatto la storia grande; attiene a Aurelio Ambrogio, santo delle chiese cattoliche d’Occidente e d’Oriente, dottore della chiesa romana, grande intellettuale, grande politico, consigliere personale dell’imperatore Teodosio, amatissimo, come si sa, nella città di Milano a cui la sua finezza di mediatore di ampia disponibilità risparmiò il sacco barbarico. Ebbene, il santo Ambrogio scrive al suo imperatore una lettera rimproverandolo aspramente di aver sancito come reato l’incendio delle sinagoghe da parte dei cristiani radicalizzati; il dottore della chiesa finemente argomentava di non potersi considerare crimine, bensì “atto glorioso” perché “non può esistere un luogo dove Dio è negato”, del resto nei suoi scritti e nelle sue azioni appare chiaro come non possono considerarsi pienamente umani coloro che negano Dio, e quindi gli ebrei, gli ariani, i pagani, ragion per cui la loro eliminazione non può considerarsi omicidio.
Basterebbe anche un solo sant’Ambrogio per spingere Dio alla fuga dall’uomo e l’uomo dalla sua umanità, ma se ne contano sterminati precursori e emulatori lungo tutta la storia conosciuta. Io, che un Dio non ce l’ho né da far vivere né da far morire, io che ho ancora forte a premermi sul cuore l’imperativo di credere a un’umanità redenta dalla sua disumanità e sperare che questo possa accadere nel corso della sua storia, io non lo so come sia possibile, ancora la parte più cocente per il tutto, ciò che accade in Palestina per mano di una nazione nata dai pochi salvi dalla disumanità, una nazione che si è voluta edificare su un’utopia e ora si mostra al mondo con il volto ghignante dei suoi ministri che si stanno godendo lo spettacolo di un annientamento ordinato al fiore della sua gioventù. Come è possibile che l’immenso patrimonio di saggezza, di tolleranza, di cosmopolita empatia, di sapienza, della cultura ebraica, proprio là dove dovrebbe essere custodito con la massima cura possa essersi dissolto nella pia ferinità così cara a sant’Ambrogio?
Infine è la mia sposa che trova modi di rispondere. Lei svolge attività di insegnamento volontario in un grande carcere del Nord; l’altra settimana, intanto che aspettava l’espletamento della tiritera burocratica per radunare i suoi alunni, ha sorpreso un agente di custodia in atteggiamento piuttosto sospetto, stava leggendo un libro. E che libro, I Fratelli Karamazov. Visto che la convocazione degli alunni continuava ad andare per le lunghe, in carcere tutto ciò che ha un senso va per le lunghe o non va per niente mentre tutto ciò che è privo di senso viaggia senza freno alcuno, ha avuto modo di conversare con l’agente e ha scoperto che non solo era un lettore, ma lo era fortissimamente, infatti assieme ai Fratelli stava leggendo la Recherche, la monumentale opera memoriale di Marcel Proust, due classici che più classici non si può, testi che pongono al lettore interrogativi esistenziali e morali fondamentali. E così lei viene a sapere che l’agente avrebbe fatto volentieri studi superiori di letteratura, la sua passione e la sua missione, ma le contingenze materiali lo avevano sospinto fin lì, a svolgere un lavoro massacrante e alienante.
E alla ovvia domanda su come potesse conciliare le due cose. L’agente ha risposto con sincero candore, bisogna solo sospendere la coscienza. E gli credo, credo che nel sistema carcerario italiano non resti praticamente nulla del dettato costituzionale, ridotto a un inferno lambito qua e là da sparute chiazze di purgatorio; un luogo di puro supplizio e alienazione dove l’unico modo di sopravvivere, indistintamente per detenuti e agenti di custodia, sia nella sospensione della coscienza. E allora tutto può procedere. E non è forse questo, la sospensione della coscienza, il massimo gesto possibile di libero arbitrio, che basta a fare della Palestina e del mondo intero, perché la Palestina è sempre e comunque la parte per il tutto, un immondo carcere in cui tutto può procedere? Con una certezza, la coscienza non ha un interruttore che si possa spegnere e riaccendere, non è un abito che si possa portare in lavanderia.











