di Andrea Galli
Corriere della Sera, 19 maggio 2025
Un genitore: “La fascinazione per lo stile di vita fatto di soldi facili, vestiti griffati e auto di lusso esiste eccome”. La nuova puntata dell’inchiesta del Corriere. Questa donna, giovane, dice d’arrivare dall’Albania, dalla zona a nord, quella delle montagne, verso il Kosovo; siede dentro una macchina giapponese con le mani sul volante e guardandosi nello specchietto retrovisore; è una macchina nuova, scura, pulita, sembra appena lavata, parcheggiata all’immediato principio di una strada laterale che hanno trasformato in una discarica abusiva, su ogni spiazzo d’asfalto all’angolo con gli alberi hanno appoggiato scarti industriali e di cantieri edili, materassi, sacchi neri.
Lei anche, e sono già due donne in pochi metri, viene dall’Albania, è meno giovane, la sua è una macchina grigia e sporca di terra e di polvere, vecchia, la donna sta fuori dall’abitacolo, troppo caldo forse, quasi si sdraia mentre fuma su di una seggiola da campeggio nell’unico pezzo d’ombra garantito da cespugli selvatici.
Ed è così - un’albanese che ha una macchina come base - pure per una terza signora, che si pulisce le mani con l’Amuchina, sullo sfondo si allontana un camion col cassone pieno di roba appena tirata fuori da una cantina da sgomberare, alla guida un tizio in canottiera bianca, in cima al cumulo di oggetti c’è uno sgabello di legno rovesciato con le gambe in su. Chissà se stanno indagando sugli aguzzini, gli schiavisti di queste donne, forse albanesi pure loro.
Serve una decina di minuti, tra le province confinanti di Milano e Pavia, sugli stradoni dove sostano in attesa le prostitute - con intorno, costante, l’umanità di quelli che frenano di colpo per accostare compresi ragazzini in due sugli scooter e ciclisti in tenuta aderente sulle biciclette costose - ecco serve una decina di minuti per spostarsi da Pieve Emanuele a Siziano. Ovvero i luoghi pacifici e curati dove due dei rapper amati dalla generazione dei maranza sono nati e cresciuti e hanno cominciato a sperimentare i propri indiscussi talenti musicali, quantomeno a sentire veri o presunti esperti di musica, magari un profano, con rispetto, qualche dubbio se lo tiene, nonché a leggere i progressivi fatturati: trattasi di Lorenzo Vinciguerra, 24 anni, da Pieve Emanuele, alias Papa V; e Matteo Di Falco, 25 anni il prossimo ottobre, alias Nerissima Serpe.
Il successo - Tra costoro, che sempre più realizzano album insieme registrando in Italia come fuori confine tipo a Tenerife, che vantano estimatori fra i super big del settore e collaborazioni di livello, c’è una solida alchimia, un’amicizia che viene definita profonda e sincera dai diretti interessati e da quelli che li conoscono e frequentano; una sintonia rara; in fondo entrambi si portano dietro parecchio studio, la fatica vera di provare e riprovare, le delusioni della gavetta, l’improvviso successo che non è mai scontato, al contrario, e anche, sì, senza dubbio, Papa V e Nerissima Serpe si portano dietro dei virgolettati come i seguenti, che hanno concesso all’attento magazine Rockol nell’ambito di una corposa intervista: “A me interessa fare musica per i ragazzi di strada, io non voglio frenarmi nel linguaggio” (parole di Papa V); “Non sono un educatore, non sono un politico, il mio compito non è educare” (parole di Nerissima Serpe).
La vecchia San Siro - Un esperto della musica rapper e trapper, uno che analizza, è il professor Silvestro Lecce, con il quale abbiamo concordato un lungo appuntamento per la prossima settimana, due ore sull’agenda in maniera tale da provare a porre più interrogativi possibili per avere risposte articolate; per intanto lui, che è uno psicologo clinico nato a San Siro dove ancora tiene uno dei due studi, quella San Siro popolare che è pura geografia privilegiata per studiare le migrazioni a Milano dal dopoguerra in avanti, dagli italiani ai nordafricani, dice che i testi delle canzoni che sono pieni di botte, droga, disperazione, mestizia profonda, degrado, terrore, devastazioni famigliari, orrori vari, nella stragrande maggioranza dei casi non caratterizzano le esistenze né dei musicisti né dei maranza che li ascoltano. Insomma non sono per niente uno specchio di vita reale, di frammenti di vita reale.
Ma giustappunto ci torneremo sopra. Per ora, nel ricordare che siamo giunti alla settima puntata del viaggio del Corriere attraverso i maranza, conviene riproporre la definizione: ebbene per la Treccani il maranza è un giovane che fa parte di comitive oppure gruppi di strada chiassosi caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga, riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente (con capi e accessori griffati, spesso contraffatti) e dal linguaggio volgare.
Contrariamente a un’opinione diffusa, non esiste una peculiarità per nazioni o continenti, i maranza non sono soltanto, come si crede e ripete, nati all’estero oppure figli di seconda generazione venuti al mondo in Italia da genitori per lo più di Marocco, Tunisia ed Egitto.
Niente di tutto questo.
“Denunciare? Anche no” - Contattandoli sui canali social dove macinano seguaci, abbiamo chiesto a Papa V e Nerissima Serpe di poterci sentire, se c’era modo per conversare, senza il filtro di uffici stampa, addetti alle pubbliche relazioni, portavoce, compagnia circense che bivacca e mangia sulle spalle degli artisti. Vedremo cosa si riuscirà a fare. Il nostro viaggio ha comunque tappe in rapida sequenza.
Sicché al McDonald’s di Binasco c’incontriamo con un carabiniere in congedo, che negli ultimi anni ha lavorato proprio sulla linea di confine tra le province di Milano e Pavia, dove aveva già la residenza: “In queste zone gli unici maranza, se vogliamo intenderli come ragazzini che delinquono, sono gli italiani. C’è bullismo più di quanto si legga sui giornali e si veda alla televisione. Le scuole tendono a tacere, insabbiare, lo dico per esperienza diretta, sai, non vogliono avere pubblicità negativa, attirarsi le paure dei genitori che intasano le chat di gruppo... Mi erano capitati genitori che non volevano denunciare per non dover spiegare a casa e in paese. Non un caso soltanto, ma più casi... Le dinamiche restano tali, in provincia: si ha paura del giudizio della gente, meglio tenersi i fatti propri anche se uno è vittima. Meglio subire, che alimentare il chiacchiericcio”.
A un tavolino esterno del medesimo McDonald’s, l’ultimo prima del parcheggio sotto al sole, con le macchine messe come capita poiché lo spazio è terminato, pranzano mamma, papà, due figli tra i dieci e i quattordici anni. I genitori attaccano a litigare con furia, si dicono cose orrende, una insulta e l’altro di più, la mamma va in monologo con ulteriori indicibili insulti, poi si mette il cappuccio della felpa in testa perché non vuol sentire più nulla, mette anche gli occhiali da sole; in tutto ciò, i figli guardano altrove, sconfortati più che rattristati, e non finiscono nemmeno le patatine fritte in versione large con cinque salse sopra, ognuna con soprapprezzo.
Poveri pendolari - Nella piazza della chiesa a Siziano, la prima che si incontra entrando in paese, due bimbi giocano a pallone, mamme e papà li lasciano in pace sorvegliando da lontano, i bambini calciano in aria, calciano vicino alla strada, calciano contro la facciata di un palazzo; un bullo in Ferrari sgasa, accelera, sgomma, sgasa ancora, sgomma, accelera, sparisce, un baccano atomico, un cafone, un maleducato che qui in coro dicono di non conoscere, ma chissà, forse lo proteggono, fracassa la pace della gente serena e contenta nel rito della colazione al bar, famiglie riunite, amiche che non si vedevano da tempo e parlano di un imminente matrimonio, quelli coi cani che discettano di zecche; i bar di Siziano sono ariosi, e ospitano torme di menagrami, a seconda dei punti di vista, per carità, i milanisti che augurano agli interisti di perdere ovunque, campionato e coppa, un maggio disastroso, di epocale fallimento.
Salutato il paese di Siziano, la stazione ferroviaria di Pieve Emanuele, visitata di domenica, è questa roba qui: le saracinesche abbassate, nessun negozio e nessun servizio, zero, la visuale ampia sulle campagne un po’ consola, è bella, piena di luce, non è affatto un brutto panorama; fra i presenti, dentro la stazione, ci sono tre amici sessantenni in pantaloni corti e maglietta sulla panchina che se la raccontano, gira un velo di fresco, tirano mezzogiorno, a una cert’ora uno dei tre riceve la telefonata della mamma, il pranzo è pronto, sorride al telefono, promette che si muoverà, allora la compagnia si scioglie; si scorge l’ennesimo cartello offensivo, in stazione, ce lo stavamo perdendo, sia mai: l’ascensore è guasto, il cartello annuncia la fine dei lavori nel 2025, in forma generica, se domani o Natale boh, nel dubbio questi non sono andati nel dettaglio, così, avranno pensato, con geniale intuizione, i pendolari non potranno mica contestarci. A causa dell’ascensore guasto, per forza bisogna affidarsi alle proprie forze, da sotto le scale si sentono maledizioni di anziani, malati, acciaccati, maledizioni contro le Ferrovie Nord, contro le Ferrovie dello Stato, contro tutti quanti insieme, poi in cima si regalano una sigaretta col fiatone, e dopo il primo tiro sputano.
Al bar - “Chiedi a un barista italiano qualunque, dirà che noi marocchini ce ne approfittiamo, ordiniamo un caffè e stiamo lì a parlare per ore. Ma ovvio, per noi arabi il caffè è un lungo momento, si gusta lentamente e in compagnia”. Sempre al McDonald’s ci siamo rivisti con questo signore che fa avanti e indietro dal Marocco, che ha casa a Pavia, che traffica in parecchi settori; l’avevamo conosciuto due anni a Béni Mellal, nella parte centrale e più povera del Marocco, la prima grande zona dell’emigrazione marocchina verso l’Italia, avevamo cominciato quelli che vendevano tappeti, dopodiché li hanno sostituiti (anche) quelli che vendevano droga.
Ci sono villaggi piccoli e isolati dove non prende il cellulare ma la maggioranza parla un buon italiano.
Con la droga questo signore non ha niente da spartire, muove tanti soldi, ma attraverso altri canali. Comunque sia, dice: “Mio figlio adesso ha la maturità, poi vuol fare medicina. Poi dopo la laurea andrà a lavorare in Germania, in America, non in Italia. I maranza? Li considera dei totali deficienti. La loro musica? Non mi pare la ascolti, non la ha mai ascoltata, preferisce uscire con le ragazze”.
Padri e figli - I maranza, i maranza... Su di essi ci ha scritto un lettore, italiano, che risiede nell’hinterland di Milano: “Sono papà di tre figli... La fascinazione di questo stile di vita (?) esiste, eccome se esiste! Marche alla moda, soldi facili, bella vita e macchinoni fanno scordare tutti gli aspetti deteriori anche ai miei ragazzi che crescono, lo dico senza false modestie, in un ambiente stimolante... Ma un po’ maranza, nel modo di vestire e nella gergalità, se non nei modi e nell’approccio alla vita, lo sono”.











