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di Francesca Paci

La Stampa, 16 luglio 2026

Sono passati 25 anni dal G8 degli orrori: i cortei, la morte di Carlo Giuliani e i diritti violati. Quando con gli ultimi lacrimogeni in corso d’Italia pareva essersi dissolto anche l’incubo vorticoso della violenza crescente ci siamo svegliati alla Diaz. Le calze di spugna sparse intorno agli zaini squarciati, i capelli sulla valvola di un termosifone, il sangue. Sono passati venticinque anni, è un giorno. Chi c’era non dimentica, non può. Le immagini sbiadiscono con gli atti pur duri dei processi ma la cronaca resta, bussola tra le meno emotive per raccontare quel G8 di Genova a cui Amnesty International attribuì “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della II guerra mondiale”.

Raccontare dunque per testimoniare, partendo dall’irruzione della polizia nella scuola dove dormivano i manifestanti stremati dalle cariche e riavvolgendo il nastro fino allo start, l’età più o meno dell’innocenza, giovedì 19 luglio 2001, la città che blinda i potenti della terra nella zona rossa protetta da 20 mila agenti e 50 mila “no global” che, con tante contraddizioni, sfilano paciosi per i diritti dei migranti armati di drappi arcobaleno e sound system con il tormentone di Manu Chao, “Clandestino....”.

I primi scontri con la polizia shakerano la mattina del 20, un venerdì rovente. La giornata è iniziata con il saluto di Giovanni Paolo II ai paladini dei poveri, un gol per gli organizzatori del Genoa Social Forum che hanno portato qui oltre mille associazioni di ogni nazionalità. Mentre i leader del G8 entrano a Palazzo Ducale, il movimento, figlio delle proteste di Seattle e della disobbedienza civile di Naomi Klein e Julia Butterfly Hill, ha già vinto: è riuscito a imporre i temi che entreranno poi nell’agenda dei grandi think tank, della Banca Mondiale, del Fmi: il clima, le diseguaglianze tra nord e sud, la politica svilita dalle multinazionali, la tassazione delle transazioni finanziare.

La città, militarizzata, trasuda adrenalina. La notte precedente Manu Chao è passato in rassegna degli attivisti accampati nello stadio Carlini, dove fanno bella mostra corazze di gommapiuma e scudi cartonati. Il corteo autorizzato, alla cui testa marciano le Tute Bianche, scende lungo via Tolemaide, l’obiettivo è violare la zona rossa ma pare ancora un gioco. I taccuini annotano slogan e tranquillità. Poi il passaparola cresce, la tensione s’incolla ai vestiti. Ci sono disordini in piazza Paolo da Novi, alla stazione Brignole i black block bruciano i bancomat e le auto più costose, lacrimogeni e manganelli piovono sui pacifisti della Rete Lilliput in piazza Manin. All’orizzonte di via Tolemaide spunta una trincea di blindati: un giovane Nicola Fratoianni invita alla calma con il megafono ma il fumo lattiginoso copre già tutto, chi corre, chi cade, chi tira sul volto il foulard. Mani distribuiscono cipolle e limoni, piedi pestano piedi, ogni vicolo può essere una trappola, non esistono gli smartphone e il panico disorienta. Piazza Alimonda dista pochi isolati e il punto di non ritorno meno di due ore. È sera quando il cielo cade, c’è un morto, è italiano, ha 23 anni. Hanno sparato a Carlo Giuliani. L’angolo in cui, rompendo l’assedio dei manifestanti, la camionetta della polizia l’ha poi travolto e calpestato è off limits ma i limiti ormai sono saltati.

La notte allo Starshotel President, l’albergo dei giornalisti, è agitata.

Chi discute, chi va a fotografare l’asfalto rosso in piazza Alimonda. Impossibile intuire la sospensione dello stato di diritto nella misura in cui poi emergerà, eppure ora il corteo di sabato fa paura. Ci si trova nel primo pomeriggio in corso Italia, il lungomare di Genova. Nel grande serpentone, mescolati a ragazzi e pensionati, si colgono passamontagna neri e modi nemici. Sebbene qualcuno chieda di annullare tutto, si sfila. Il portavoce del GSF Vittorio Agnoletto denuncia “la strategia della tensione” ma stima 300 mila persone dirette in piazzale Kennedy per il comizio finale, il “blocco rosa” mostra le mani dipinte di bianco ai poliziotti ostili, una delegazione di Madri di Plaza de Mayo ripete che, nonostante Carlo Giuliani, l’Italia non è l’Argentina di Videla e rispetta il dissenso.

Arduo dire quando e come partano le cariche ma il ricordo è un flash, i genovesi alle finestre dei palazzi e la spiaggia a pochi passi, estranea normalità estiva. Le sirene delle ambulanze sono la colonna sonora del film che in diretta tv fa il giro del mondo. Cassonetti rovesciati, segnali stradali divelti, fiamme che divorano le utilitarie e non più solo le vetture di lusso. Una giovane sanguina dalla bocca, il soccorso s’impone sul racconto perché urge e perché i ruoli sono saltati, il pass “stampa” non conta più nulla.

Il Viminale parlerà poi di agenti aggrediti e molotov nascoste tra i cespugli, la presunta ragione dell’irruzione alla Diaz, ma accasciati sui marciapiedi lastricati di vetri e riparati nei portoni ci sono donne e uomini disarmati, terrorizzati, attoniti. Persi. Sembra passata una vita quando, al crepuscolo, gli ospiti del GSF, da José Bové a don Andrea Gallo, salutano dal palco i reduci di una guerra per cui, a posteriori, si conteranno oltre 600 feriti, molti gravissimi, quasi 300 arresti compresi quelli nella caserma delle torture di Bolzaneto, danni da miliardi di lire. L’incubo pare svanito. E invece dietro l’angolo c’è la Diaz.

Il complesso Diaz, in via Cesare Battisti, comprende la scuola Pascoli, adibita al momento a media center del GSF, e la Pertini, nella cui palestra dormono i manifestanti, specie stranieri, rimasti senza alloggio. Qualsiasi cronista è passato di qua per le informazioni raccolte quotidianamente da Indymedia. Sabato sera però, c’è aria di smobilitazione. La violenza ha ucciso l’entusiasmo, nei video sui pc scorre lo sbandamento di una generazione, si fanno i bagagli. A mezzanotte chi fuma alla finestra scorge nell’oscurità l’inizio della fine, un plotone di agenti avanza bloccando la strada dai due lati. Nessuno capisce cosa accada ma si grida, si telefona alle redazioni già chiuse, si cercano amici. È tutto live. La polizia sfonda il cancello e dilaga nella palestra, è buio, urla laceranti implorano pietà. Qualcuno prende coraggio e sfida i caschi blu che scemano mascelle serrate e sguardi rabbiosi.

Negoziare è inutile. Un muro invisibile cinge per un tempo infinito la Pertini finché, ammanettati, escono i primi fantasmi, teste rotte, volti tumefatti, una barella che è quasi un sudario. Quando l’incubo si porta via i prigionieri - 93 arrestati di cui 83 feriti e altri 63 ricoverati d’urgenza - quel che resta della Diaz è la “macelleria messicana”, Italia 2001. Chi è entrato non dimentica. La puzza nauseabonda della paura, il sangue fresco su cui si scivola e le scie lasciate sulle scale da chi fuggiva, i libri oscenamente strappati. Avremmo poi saputo di umiliazioni e sevizie, di Bolzaneto, dell’orrore fuori scena per cui saranno incriminati 125 agenti più o meno graduati. La Diaz però è l’orologio che si ferma e resta.