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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 1 aprile 2026

Nel carcere di Marassi, a Genova, il Venerdì Santo non suonerà più come un giorno di confine aperto tra il mondo dei liberi e quello dei reclusi. Per la prima volta in ventiquattro anni, la direzione dell’istituto ha negato l’autorizzazione al passaggio della Via Crucis cittadina, quel rito che dal 2002 attraversava le mura del penitenziario trasformando il portone in una sorta di Porta Santa. Lo scorso anno l’arcivescovo Marco Tasca aveva partecipato di persona, dando all’evento un peso simbolico che andava ben oltre la preghiera. Quest’anno, per la Pasqua 2026, non ci sarà nemmeno la croce.

La notizia è venuta fuori grazie al sindacato Uilfp Polizia Penitenziaria, che ha denunciato pubblicamente il diniego con un comunicato dal tono durissimo. Il segretario regionale, Fabio Pagani, ha detto senza mezze misure che la gestione della direzione e del comando di Marassi è arrivata al capolinea. Ha ricordato la rivolta del 4 giugno scorso, i suicidi all’interno, il processo aperto a carico di due agenti per la morte avvenuta nel Centro Clinico, la sequenza di aggressioni ai danni degli operatori. In questo quadro, ha spiegato Pagani, negare la Via Crucis organizzata dal Vicariato di Marassi/Staglieno significa spezzare un legame costruito negli anni tra il carcere e la città, un appuntamento che non era solo preghiera ma teneva insieme detenuti, personale e comunità esterna.

La reazione non è rimasta circoscritta al sindacato. L’Osservatorio Carcere delle Camere Penali italiane ha diffuso un documento firmato dalla Giunta e dall’Osservatorio stesso in cui parla apertamente di sfregio alla Costituzione. Il diniego, si legge nel testo emanato ieri, è l’ennesimo segnale di irragionevole e incostituzionale isolamento del carcere rispetto alla società esterna. Le camere penali elencano una serie di tagli che si sono accumulati nel tempo: spettacoli senza pubblico esterno, progetti di libri rimasti senza lettori, cene comunitarie bloccate, laboratori universitari svuotati della presenza dei tutor. E adesso la Via Crucis. Per l’Osservatorio si tratta di un atto di ostruzionismo ideologico, una negazione diretta del principio rieducativo che la Costituzione pone al centro dell’esecuzione penale.

In diverse carceri, è calato il sipario - Antigone, l’associazione che da decenni monitora le condizioni di detenzione in Italia, ha parlato di fine del trattamento rieducativo. Il caso di Marassi non sta fuori dal tempo: si colloca dentro una stagione in cui il carcere si sta chiudendo progressivamente al territorio. Non è un fatto isolato, né uno scivolone locale. È il risultato visibile di qualcosa che viene da più lontano. Il 21 ottobre 2025 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva firmato una circolare, a cura del direttore generale dei detenuti e del trattamento Ernesto Napolillo, che cambiava radicalmente le regole per l’ingresso della comunità esterna nelle carceri. Fino a quel momento, la domanda per portare un’attività educativa, culturale o ricreativa in un istituto veniva presentata al direttore locale, che esprimeva il suo parere e la inoltrava al magistrato di sorveglianza per l’autorizzazione finale. Con la circolare Napolillo, questa catena viene spezzata: per tutti gli istituti che ospitano circuiti ad Alta sicurezza, collaboratori di giustizia o detenuti al 41 bis, ogni richiesta di attività trattamentale deve passare per Roma, per la Direzione generale dei detenuti e del trattamento. Anche se l’iniziativa riguarda solo i detenuti di media sicurezza presenti nello stesso carcere, il via libera deve arrivare dal centro. I direttori degli istituti, che conoscono il territorio e le persone ristrette, vengono di fatto svuotati di potere decisionale.

Gli effetti si sono visti subito. Gruppi di lettura organizzati da anni, come quello del carcere di Padova, si sono ritrovati con l’appuntamento cancellato senza preavviso, perché il nulla osta di Roma non era arrivato. Quello cancellato sarebbe stato il settimo appuntamento organizzato da detenuti dell’Alta sicurezza. L’associazione Nessuno tocchi Caino ha visto bloccato il proprio laboratorio a Parma per la prima volta in anni di attività ininterrotta. Compagnie teatrali che da decenni lavorano nelle carceri, parte di un coordinamento nazionale che conta ottanta gruppi, si sono ritrovate sospese nell’incertezza. Dal rugby alla lettura, dalla nonviolenza al teatro: le cancellazioni hanno toccato ogni tipo di attività. Un operatore con vent’anni di esperienza aveva detto che non era mai successo nulla di simile in tutto quel tempo. Non importava: la circolare era lì, e il meccanismo si era già messo in moto.

Il garante regionale del Lazio, Stefano Anastasia, aveva definito la situazione un salto indietro di quarant’anni, da celle chiuse a carceri chiuse. Il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti, Samuele Ciambriello, aveva parlato di una pietra tombale sulle iniziative di inclusione sociale, in particolare per il circuito dell’Alta sicurezza. Il Coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza aveva pubblicato un documento critico, esprimendo il timore che i direttori venissero esautorati dalla loro conoscenza diretta del territorio. La logica della centralizzazione, avevano scritto, rischiava di compromettere progetti costruiti in anni di collaborazione con cooperative, associazioni e terzo settore. E agli studenti, nel frattempo, era diventato di fatto impossibile entrare in carcere per i laboratori universitari.

Una leggera e inutile “correzione” - Il Dubbio aveva raccontato questa vicenda: a novembre la parziale marcia indietro, a dicembre la nuova circolare. Il Dap aveva sostituito la parola “autorizzazione” con “nulla osta”, aveva fissato tempi più precisi, sette giorni di anticipo per presentare la richiesta e quarantotto ore per la risposta da Roma. Un ritocco che qualcuno aveva salutato come un segnale positivo. Le Camere Penali avevano riconosciuto che i correttivi erano opportuni, e avevano chiesto di chiarire meglio i rapporti tra il nulla osta amministrativo e l’autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Ma il problema di fondo era rimasto intatto: la decisione continuava a stare a Roma, non negli istituti. E la pratica quotidiana nelle carceri stava dimostrando che cambiare la terminologia non cambiava la sostanza. Il cappellano del carcere di Piacenza aveva raccontato a gennaio 2026 che gli avevano chiesto di non celebrare la messa perché non potevano garantire la presenza della polizia. Un sacerdote tenuto fuori da un luogo di detenzione per ragioni organizzative. Si capisce così il clima che ha prodotto il no alla Via Crucis di Marassi.

La Costituzione, all’articolo 27, dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è un principio astratto: è la ragione per cui il teatro in carcere funziona, per cui i gruppi di lettura abbassano la recidiva, per cui il contatto con il mondo esterno spezza l’isolamento che alimenta la violenza. Bloccare la Via Crucis a Marassi non risponde a nessuna esigenza di sicurezza reale. Il periodo pasquale ha sempre avuto un significato particolare per il mondo penitenziario. Papa Francesco, in piena convalescenza, aveva scelto il carcere romano di Regina Coeli per la sua ultima uscita ufficiale, il Giovedì Santo del 2024. Il Giubileo aveva previsto l’apertura straordinaria della Porta Santa a Rebibbia. A Padova la Via Crucis con il carcere si è svolta regolarmente. Quest’anno, a Genova no. E il motivo non sta nella sicurezza. Sta in una visione del carcere come luogo di segregazione pura, dove ogni ponte con la società va tagliato. È quella visione, rientra anche in una circolare e applicata con rigidità nei singoli istituti, che ha prodotto il silenzio dentro i penitenziari. La risposta non può essere un aggiustamento tecnico: sette giorni invece di cinque, nulla osta invece di autorizzazione. La circolare Napolillo va semplicemente revocata.