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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 7 giugno 2025

Gli agenti ignari di tutto per giorni. Chi ha protestato potrebbe essere punito per “rivolta”. È ancora sedato e giace, agli arresti domiciliari, nel suo letto d’ospedale al San Martino di Genova, il ragazzo di appena 18 anni seviziato e stuprato ripetutamente per due giorni e mezzo dai suoi compagni di cella nel carcere di Marassi, dove era entrato da poco tempo ed era in attesa di giudizio per una rapina di scarso conto, proveniente da una comunità per tossicodipendenti. Mercoledì, a seguito della diffusione della notizia e contro la supposta inerzia degli agenti di polizia penitenziaria dell’istituto genovese che dicono di non essersi accorti di nulla, nel carcere sono divampate “violente” proteste, secondo i sindacati di Pol Pen, rientrate però dopo solo un’ora con il trasferimento di 13 detenuti e altri 22 messi in isolamento.

La giudice Angela Nutini ha accolto la richiesta dell’avvocata Celeste Pallini, difensore della vittima, e ha disposto i domiciliari in ospedale con la scorta, per il giovane che verrà trasferito in una struttura sanitaria adeguata dopo le dimissioni. Ieri il ragazzo è stato ascoltato dagli inquirenti che indagano su due fronti diversi: la pm Silvia Saracino, che si occupa delle sevizie e dello stupro, potrebbe configurare il reato di tortura per i quattro detenuti adulti (due italiani e due stranieri, tutti intorno ai 30 anni, che in carcere vuol dire molto) che dividevano la cella con il diciottenne. Mentre il pm Andrea Ranalli, che indaga sulle proteste scoppiate nell’istituto, starebbe valutando addirittura la possibilità di configurare anche il reato di rivolta penitenziaria introdotto dal decreto Sicurezza (fino a 8 anni di reclusione), oltre al danneggiamento aggravato, alla resistenza e alle lesioni aggravate a pubblico ufficiale (un agente avrebbe perso la falange di un dito, poi ricostruita all’ospedale San Martino).

Eppure in questa storia è evidente la responsabilità dell’istituzione carceraria. Se non altro perché, come spiegava ieri il garante dei detenuti della Liguria, Doriano Saracino, “non è normale non accorgersi di nulla, o meglio lo può diventare nel momento in cui la polizia penitenziaria non ha il controllo della situazione”. E infatti un altro filone di indagine è stato avviato sulle responsabilità del personale. Anche il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (sotto il controllo del ministero di Giustizia) starebbe verificando il ruolo degli agenti e della dirigenza del carcere che non si sarebbe accorta degli stupri di gruppo, delle sevizie (il ragazzo è stato tatuato in volto dai suoi aguzzini) e del sequestro durato da domenica pomeriggio a martedì mattina.

Va sottolineato che il ragazzo avrebbe compiuto il reato di cui è accusato appena dopo i 18 anni. Motivo per il quale non poteva essere recluso in un Istituto per minorenni. Ma, in ogni caso, come sottolinea Saracino, “avrebbe dovuto essere seguito quotidianamente”. Perché non si può buttare un ragazzino in una cella e dimenticarselo.

Avs chiede al ministro Nordio di attivare per il giovane detenuto abusato la richiesta di grazia al presidente della Repubblica, mentre la sindaca di Genova Silvia Salis ha sottolineato la mancanza di agenti che affligge le carceri del Paese. Altri, da più parti, puntano il dito contro il “sovraffollamento” che rende “impossibile gestire l’ordine e la sicurezza all’interno delle carceri”, come afferma Nessuno tocchi Caino che però chiede per i rei con problemi di dipendenza - come in “almeno il 30% dei carcerati” - il trasferimento in “centri per il recupero dalla dipendenza di sostanze (quasi tutte private, ndr), dove dovrebbero essere seguiti da psicologi, psichiatri e psicoterapeuti”. Operatori e sanitari che invece mancano proprio nelle carceri, quelle dello Stato.

Il “sovraffollamento ha raggiunto livelli intollerabili” e va ridotto subito. Per questo si è levata addirittura la voce congiunta dei magistrati dell’Anm, degli avvocati penalisti dell’Ucpi e dei giuristi universitari. Chiedono “misure volte a ridurre il numero dei reclusi e a porre fine alla violazione dei diritti fondamentali dei detenuti, in quanto naturalmente i diritti umani vanno tutelati senza distinzione alcuna”, come impone “la Costituzione e la civiltà del nostro Paese”. Le “soluzioni tecniche esistono - affermano - o comunque possono essere studiate: sta alla politica individuarle, se vorrà, con l’aiuto dell’accademia, dell’avvocatura e della magistratura”.

Qualche tempo fa, l’Anm si espresse anche contro il dl Sicurezza, spiegando che il testo introduce “nuovi reati per sanzionare in modo sproporzionato condotte che sono spesso frutto di marginalità sociale”. Ora però si potrebbe ipotizzare il nuovo reato di rivolta in carcere per chi ha partecipato ai disordini violenti dei Marassi, compresi però anche coloro che - se i fatti venissero confermati tutti - avrebbero solo reagito alla mancanza di sicurezza di cui pure i detenuti hanno diritto.