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di Alessandra Ballerini


La Repubblica, 14 settembre 2020

 

Obbedendo inconsciamente all'imperativo morale di Calamandrei "bisogna vedere" siamo tornati a "vedere" il carcere di Marassi con il consigliere Pastorino e il dott. Campus. Bisogna "vedere" e bisognerebbe capire. Per questo la lettura dell'ultima relazione al Parlamento del Garante dei diritti delle persone private della libertà è un ottimo strumento di comprensione anche per chi non ha la possibilità di visitare il carcere.

Mauro Palma, il garante nazionale, durante la presentazione della relazione ha pronunciato una frase che è rimbombata nella testa di ogni ascoltatore, compresi i più distratti: si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti. Il carcere, la privazione della libertà e dunque la mortificazione della dignità scippata della responsabilità personale, è già la pena, di per sé terribile. Non occorre e soprattutto non è giusto né legittimo, aggiungerne altre.

Visitando le labirintiche sezioni del carcere genovese, scambiando gli sguardi con quelli attenti e angosciati delle persone ristrette, parlando con la direttrice e la vicecomandante, si ha la chiara sensazione che chi entra in carcere sia già stato punito e non solo dal giudice. Chi ci accompagna con pazienza e competenza in questo viaggio, ci racconta le storie di tutti questi volti nascosti dalle grate e di ciascuno ricorda i nomi.

Sono storie in cui la "pena" è iniziata ben prima della carcerazione. Sono storie di povertà, migrazioni forzate, disagio sociale, dipendenza, disturbi mentali, tragedie o conflitti familiari. Sono storie di sfortune e inciampi nelle quali è mancata una mano tesa di aiuto e la caduta alla fine si è rivelata rovinosa e senza rete di protezione. Queste persone stanno rinchiuse qui dentro non solo e non tanto per gli errori commessi ma perché non si sa dove altro metterli e perché nessuno se ne è potuto o voluto prendere cura.

Il carcere non è evidentemente la soluzione, ma solo un nascondiglio. Come mettere la polvere sotto il tappeto. In assenza di un numero adeguato di assistenti sociali e psicologi, come lamenta la direttrice, queste creature non vedranno che accrescere i loro disagi e la loro rabbia. Chi il carcere lo vede, chi lo capisce, chi ci lavora, sa perfettamente che nella maggior parte dei casi la prigionia, la punizione fine a se stessa, il dolore e l'emarginazione che comporta, non solo è totalmente inutile ma quasi sempre dannosa e talvolta fatale (il sito Ristretti Orizzonti ci ricorda che nei primi 8 mesi del 2020 nelle carceri italiane sono morte 108 persone e di queste 41 si sono suicidate, ritenendo la morte più accettabile della reclusione).

A Marassi nello scorso ottobre due persone si sono impiccate. Al momento della nostra visita a fronte di una capienza massima di 546 uomini, le persone detenute sono 689. Tra loro molti hanno meno di 25 anni, a volte sono poco più che diciottenni, costretti condividere la pena con adulti. Oltre il 60% delle persone recluse sono straniere e circa un sesto dei ristretti ha problemi di tossicodipendenza.