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di Danilo D'Anna


Il Secolo XIX, 13 giugno 2021

 

L'esame non ha evidenziato tracce di sangue ripulite e rilancia la tesi del suicidio. Ma i risultati delle analisi della scientifica, attesi a breve, potrebbero ribaltare tutto. L'esame del luminol non ha dato l'esito che si aspettavano gli inquirenti: nella cella dove è morto Emanuele Polizzi, l'artigiano recluso a Marassi per rapina, non sono state trovate tracce di sangue pulito frettolosamente per nascondere le prove di un omicidio volontario. È stato un suicidio, quindi? Difficile stabilirlo senza gli esiti delle analisi effettuate dalla polizia scientifica nei pochi metri quadrati che il quarantenne divideva con altre persone. Anche perché bisogna dare una spiegazione plausibile alla ferita alla testa riscontrata dal medico legale durante l'autopsia. Per questo motivo Procura e squadra mobile non mollano la pista dell'omicidio, per cui restano sempre sotto indagine i detenuti Mattia Romeo e Giovanni Genovese (separati e messi in isolamento).

Gli investigatori hanno ipotizzato il loro coinvolgimento per un debito di droga che la vittima non avrebbe onorato. Ma bisogna trovare le prove per dire che Polizzi è stato assassinato: mentre il primo sopralluogo effettuato dagli agenti del vice questore Stefano Signoretti, dal pm Giuseppe Longo e dal medico legale Sara Lo Pinto aveva dato indicazioni che sembravano confermare la tesi dell'accusa, il luminol ha smontato le certezze. Anche se la scientifica potrebbe ribaltare tutto non appena avrà terminato di esaminare i reperti che sono stati acquisiti nella cella. In particolare, i periti della polizia si sono concentrati nei pressi della branda della vittima, dove in teoria sarebbe cominciata l'aggressione. Romeo e Genovese - il primo difeso dagli avvocati Celeste Pallini e Fernando Barnaba, l'altro da Mauro Morabito - insistono nel dire che non c'entrano nulla con la morte del compagno di cella, e che quello dell'artigiano è stato un gesto volontario.

Interrogati, hanno spiegato che quando Polizzi si stava togliendo la vita loro dormivano e quindi non hanno sentito niente. Entrambi hanno fornito una spiegazione per quel gesto: Emanuele viveva un momento di grande depressione e sconforto dovuto alla lunga permanenza in carcere - da ottobre 2019 - e al fatto che se la sentenza di primo grado fosse stata confermata anche in appello avrebbe dovuto scontare dieci anni di reclusione. "Non riusciva più a sopportare il carcere", hanno fatto mettere nero su bianco. Il luminol è un punto a loro favore.