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di Francesco Li Noce

genovatoday.it, 26 marzo 2026

Amir Dhuioui, 21 anni, era in grande sorveglianza custodiale: tra l’ultimo controllo e il ritrovamento del corpo passarono 50 minuti. 50 minuti. È il tempo trascorso tra un controllo e l’altro nella cella di Amir Dhuioui, un detenuto, in teoria sorvegliato speciale nel carcere di Marassi, in pratica lasciato agire mentre tentava, fino a riuscirci, di impiccarsi, ponendo così, ad appena 21 anni, fine alla propria vita all’interno del penitenziario. Per la sua morte, avvenuta il 4 dicembre 2024, la pm Gabriella Dotto ha chiesto il processo nei confronti due agenti della Polizia penitenziaria, l’udienza si terrà davanti alla gip Carla Pastorini il 7 maggio.

I due agenti sono addetti alla vigilanza del primo piano detentivo del reparto quarto nella sezione “Sostegno Integrato”, che ospita detenuti con rilevanti problematiche di tipo psichiatrico. Il giovane era sottoposto a regime di “Grande Sorveglianza Custodiale”, la consegna era infatti quella di sorvegliarlo con controlli ogni 15 minuti, a causa dei ripetuti gesti autolesionistici dei giorni precedenti e per lo stato di agitazione psicomotoria del detenuto che dopo l’udienza di convalida, in seguito al suo arresto, aveva spaccato il vetro di un’aula del tribunale con una testata. Un detenuto a rischio, insomma, ma che secondo la pm non sarebbe stato adeguatamente sorvegliato dai due agenti, assistiti dagli avvocati Eleonora Rocca, Mario Iavicoli e Sergio Musacchio, quest’ultimo del Foro di Milano.

Quel giorno, infatti, secondo la ricostruzione dell’accusa, l’ultimo controllo nella sua cella avvenne alle 16.11, cinquanta minuti prima del ritrovamento del cadavere. Mancati controlli, sia in presenza, che da remoto, nonostante fossero stati raccomandanti, anche perché una delle due telecamere, quella che riprendeva la cella del giovane, non funzionava. L’estremo gesto è stato tuttavia compiuto in bagno, dove era presente una telecamera funzionante, ma il 21enne ha avuto il tempo di tentare una prima volta di impiccarsi alle 16.11, quindi poco dopo l’ultimo controllo, poi di riprovarci, questa volta riuscendoci, alle 16.13, con ultimi movimenti registrati alle 16.18 e il ritrovamento del corpo alle 17.01. Troppo tardi.

Subito dopo la morte di Amir, la famiglia, sostenuta dagli avvocati Umberto Pruzzo e Lina Armonia, ha chiesto giustizia, presentando un esposto, proprio contro la mancata osservanza del giovane, detenuto ad alto rischio, all’interno del carcere. “All’udienza di convalida ci sono voluti cinque agenti per tenerlo fermo e nonostante questo era riuscito a rompere il vetro. Durante l’udienza era stato necessario mettergli le manette anche alle gambe per contenerlo”, aveva dichiarato l’avvocata Armonia a GenovaToday nei giorni successivi al suicidio.

L’apertura delle indagini aveva suscitato scalpore negli ambienti della polizia penitenziaria. Il segretario della Uilpa Fabio Pagani aveva detto che la notizia “ripropone il tema della tutela di quanti vivono e lavorano in carcere”. A sostegno dei due agenti era stata lanciata una raccolta fondi su GoFoundme per permettergli di sostenere le spese legali.