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di Erica Manna

La Repubblica, 10 agosto 2026

Nelle giornate da bollino rosso, la vita in un carcere sovraffollato. Il cappellano don Paolo Gatti: “Bisogna sperare che piova”. L’hanno ribattezzato Marassi Beach, il cortile rovente dei “passeggi”, perché qui non manca l’ironia: in estate ci si può restare un’ora in più, ma è un cubo di cemento dove il sole rimbalza e sembra di cuocere. Eppure anche questo può essere meglio che rimanere chiusi dentro a una cella in sei. Benvenuti alla casa circondariale di Marassi, 535 posti per 663 detenuti. Dove la quotidianità, a quaranta gradi, è l’acqua della doccia che scorre continuamente per tenerla fresca e farla così scrosciare sulle bottiglie di minerale conservate dentro a un secchio: un trucco per evitare che pure l’acqua da bere arrivi rapidamente a trenta gradi.

A “Marassi Beach”, infatti, non ci sono frigoriferi nelle celle: ci sono quelli comuni. A giugno c’è stato un problema con il congelatore usato dalla ditta che rifornisce la cucina per preparare il vitto: non andava sotto zero. Ma quello che fa più soffrire i detenuti non sono (solo) le temperature roventi dentro a celle sovraffollate, dove la notte si prova a fare corrente tenendo aperta la porta blindata: è la difficoltà a chiamare casa.

“C’è stato un guasto della linea Fastweb, esterno al carcere - racconta don Paolo Gatti, cappellano della casa circondariale di Marassi da vent’anni: anzi, il 5 settembre saranno ventuno - non se ne veniva a capo, ma il disguido è stato tamponato brillantemente dall’amministrazione trovando il sistema delle telefonate via whatsapp. I detenuti, infatti, hanno una dozzina di tablet a disposizione per i video-colloqui: così, vista la situazione, sono stati usati questi per far loro chiamare casa via whatsapp nell’ufficio dell’ispettore”. Ma - guasto a parte - la questione delle telefonate ai famigliari è un tema antico, e irrisolto, che si sintetizza più o meno così: se non puoi permettertelo la famiglia non la puoi sentire. “Tutti i detenuti - spiega don Gatti - hanno una scheda magnetica personale con il loro credito. Se non hanno soldi per caricare la scheda, chiedono a me: ma per poterlo fare devo caricare il denaro sul conto del detenuto. Un’operazione che va ripetuta uno per uno. Serve un biglietto da cinque euro per ciascuno, non è sempre facile trovarne e si perde un sacco di tempo”.

Così, un anno e mezzo fa, proprio da qui era partita una sperimentazione: “Avevamo costituito un fondo emergenze, sovvenzionato da me: versavo 150 euro al mese al carcere, e attingendo da quel fondo venivano caricate direttamente le schede dei reclusi che non potevano permettersi le telefonate”. Un metodo che stava funzionando bene. Poi, però, è intervenuto il Ministero. “Ci hanno bocciato l’iniziativa - spiega don Gatti - dicendo che non è possibile effettuare versamenti al carcere. Però questa impossibilità, che va avanti da qualche mese, crea ulteriori disagi ai detenuti. Per questo chiedo alla direzione di fare qualcosa. L’idea di usare i tablet nella situazione di emergenza dovuta al guasto dei giorni scorsi potrebbe essere estesa, in modo da consentire chiamate tramite whatsapp a un numero autorizzato: un meccanismo simile a quello per i colloqui video”.

Intanto a Marassi si prova a sopravvivere nei giorni di bollino rosso come si può. Anche i ventilatori sono a spese dei detenuti. “L’anno scorso ne ha donati un’ottantina la Cei - ripercorre don Gatti - ci avevano preso alla sprovvista perché nelle celle non c’erano attacchi. Adesso, invece, ci sono le prese nel muro”. Però mancano i ventilatori per tutti. “Persino la cappella dove dico messa è rovente, batte il sole tutto il giorno - continua il don - cosa augurarci? Che piova”.