di Claudio Paglieri
Il Secolo XIX, 8 ottobre 2026
Proiettato a Marassi il documentario di Cabona e Dellacasa girato nella casa circondariale di Chiavari. Non so se è corretto cominciare la recensione di un film raccontando quello che si è sognato la notte dopo. Comunque. Io ho sognato che ero in piscina, a fare un corso di nuoto, e l’istruttrice mi chiedeva a che livello ero, e io per impressionarla mettevo la testa sott’acqua e trattenevo il respiro, a lungo, molto a lungo, e quando finalmente ero arrivato al limite facevo per riemergere, ma senza accorgermene ero sprofondato molto più a fondo, così cominciavo a spingermi su, ma dopo una e due e tre bracciate il cielo non arrivava mai, alla fine ero costretto a respirare ma respiravo un’enorme quantità di acqua e capivo che sarei morto annegato. Mi sono svegliato di colpo. Poi, dopo un po’, mi sono riaddormentato. E ho sognato direttamente il carcere.
La sera prima avevo visto il film, in realtà un documentario, al Teatro dell’Arca nel carcere di Marassi. Si intitola “Il cielo in una stanza” e potrebbe sembrare una scelta facile, se non banale. In realtà è perfetta. Claudio Cabona, che lo ha scritto, spiega che “nella canzone di Gino Paoli c’è tutto quello che i detenuti non possono avere: amore, sesso, muri che cadono, libertà, cieli infiniti. E’ la canzone che, quando faccio i laboratori musicali nelle carceri, li colpisce di più”. La regia del documentario è di Yuri Dellacasa, la fotografia di Paolo Fossati, bravi a mantenere uno sguardo partecipe ma mai retorico, e a trasmettere le emozioni di questa esperienza molto particolare: “Girare in un carcere, nel nostro caso quello di Chiavari, comporta problemi tecnici ed emotivi. Come regista sono abituato a noleggiare un posto e muovermi in piena libertà, qui invece dovevamo rispettare le regole, e il posto” spiega Dellacasa che non era mai stato in un carcere: “Il primo giorno è stato davvero difficile”.
Anche la dignità dei detenuti è rispettata. Non vengono mai inquadrati a figura intera, se non in un caso di spalle. Vediamo solo occhi, nasi, mani, un tatuaggio. Sentiamo le loro voci, alcune hanno accenti stranieri, altre parlano con una proprietà di linguaggio sorprendente. Esprimono le loro emozioni, a parole o per iscritto, ed è una parte fondamentale di quel percorso di recupero che un carcere dovrebbe fornire “non come una concessione, ma come un’opportunità”, spiegano gli autori. Spesso è l’incapacità di esprimere le emozioni a portare a commettere un delitto. “Facevamo la guerra/ perché non sapevamo/ che la pace era bella”, prova a rappare un detenuto.
Il Teatro dell’Arca, nato nel 2014 per volontà di Sandro Baldacci e ora portato avanti da Mirella Cannata, è l’unico caso in Europa di teatro costruito e curato dai detenuti, con una stagione offerta alla città e uno spettacolo finale interpretato dai carcerati stessi.
Non abbiamo ancora parlato di Sayf, che è un po’ il protagonista del documentario e di questa operazione. A vederlo da vicino colpisce per la pelle liscia, lo sguardo da bambino, la gentilezza. Non ha niente del divo che ha sfiorato la vittoria a Sanremo, sembra un ragazzo che la mattina dopo deve andare a scuola. “Era la persona giusta - dice Cabona - per la sua sensibilità, perché è un grande fan di Gino Paoli, e anche per la sua multiculturalità: sappiamo che una parte importante della popolazione carceraria parla arabo, e lui poteva comunicare facilmente con loro”.
La telecamera lo segue ed è lui, Sayf, a condurci all’interno del carcere di Chiavari. Consegna gli anelli, i braccialetti, le chiavi di casa, il telefonino, procede attraverso le porte blindate, si siede sulla cattedra e ascolta musica insieme ai detenuti. Loro parlano, chiedono, c’è uno scambio semplice e profondo. Uno augura a Sayf di continuare ad avere questo successo, questa fortuna. Forse anche noi avevamo una chance, dice. Scelte sbagliate. Sfortuna. “I carcerati non sono una categoria di persone diverse da noi, il carcere è una fase nella vita di una persona” ricorda Cabona. Il documentario sottolinea che nelle carceri dove si fanno laboratori artistici, di pari passo a esperienze di lavoro, il tasso di recidiva cala fino al 6%. In generale, nelle nostre carceri, è del 65. “Il sovraffollamento è un problema di tutte le carceri italiane - ha ricordato la sindaca di Genova, Silvia Salis, presente alla proiezione che ha richiamato duecento persone, sala sold out - un problema annoso e molto urgente che non è mai stato risolto. L’arte e lo sport sono davvero fondamentali per abbassare il tasso di recidività”
Nel finale del documentario si riemerge dall’acqua e il respiro si allarga, su una collina alle spalle di Chiavari Sayf legge i fogli scritti dai detenuti. “Sono cambiato - scrive uno di loro - e come nella canzone di Tenco penso che anche quello che c’è intorno a me cambierà”. Sayf canta “Il cielo in una stanza”, concessa dalla famiglia di Gino Paoli presente in sala, quindi la sua tromba struggente chiude la storia.
“Vorrei che questo documentario aiutasse chi gestisce le carceri a fare altre iniziative di questo tipo - dice il cantante di Santa Margherita - andare in galera non è la fine della vita, ma un’occasione per imparare”. Una chiave importante, questa. Il famoso articolo 27 della Costituzione fa riferimento alla pena che deve tendere alla rieducazione. Non chiede di abolire il carcere, né le pene, ma di fare il possibile perché chi entra possa riflettere su se stesso, su cosa ha sbagliato, e ritorni nella società cambiato. Come Samuel, uno dei detenuti ripresi nel film, che ieri sera è salito, emozionato e orgoglioso, sul palco. Sentirsi protagonisti, capire di poter decidere la propria vita è il primo passo verso il recupero.
C’è voluto l’impegno di tantissime persone per arrivare a questi venti intensi minuti di girato, e tutte, prima della proiezione, sono salite sul palco per raccontare il loro grande o piccolo contributo. La direttrice di Marassi, Tullia Ardito, il personale del carcere di Chiavari, Nicoletta Viziano per la Compagnia di San Paolo, Anna Gremmo, che dopo la morte del figlio in un incidente ha fondato l’associazione “Il cuore di Federico”. Ma i protagonisti non sono loro, e neppure i detenuti, e neppure Sayf, spiega alla fine Cabona. “Vorrei che protagonisti fossero tutti quelli che vedranno “Il cielo in una stanza”. A me i laboratori in carcere hanno cambiato la vita, in meglio. Mi hanno insegnato a essere grato. Spero che anche gli spettatori traggano qualcosa da questo documentario, e possano diventare megafoni”. Ecco fatto, il passaparola è partito, andate sul canale youtube di Sayf, guardatelo. E fate dei bei sogni.









