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di Erica Manna

La Repubblica, 1 aprile 2026

La proposta di passare davanti all’ingresso invece che all’interno è stata respinta dal parroco. Il cappellano don Gatti: “È in atto un giro di vite su tutto”. Le porte del carcere di Marassi sono “sempre più chiuse”. A renderlo evidente non c’è solo l’episodio “sgradevole e mortificante” della via crucis negata all’interno delle mura, per la prima volta in ventiquattro anni. Ma molti altri “giri di vite” da parte dell’amministrazione penitenziaria: attività trattamentali per il reinserimento e il recupero sociale ostacolate da “sempre crescenti difficoltà, limitazioni, pastoie burocratiche”. Tali da rendere più tortuosa persino “l’organizzazione dei pranzi di Natale della Comunità di Sant’Egidio” e “l’attività religiosa, stretta tra limitazioni e burocrazie”. Sono parole dure quelle di don Paolo Gatti, cappellano del carcere di Marassi da oltre vent’anni. Spiega di non aver ricevuto alcuna comunicazione dalla direttrice della casa circondariale Tullia Ardito sulla mancata sosta della processione all’interno delle mura.

E, attraverso Repubblica, lancia un appello: “Operatori interni ed esterni cercano con fatica opportunità di lavoro per questo o quel detenuto. Ma a che serve se poi si ha paura nel farlo uscire attraverso i meccanismi di legge, e se la decisione viene continuamente rimandata in un rimpallo di responsabilità? Operare in carcere non è mai stato facile ma sta diventando frustrante”. Sulla vicenda la direttrice Tullia Ardito - più volte contattata senza ottenere risposta - ha affidato la sua replica a una nota, indirizzata al consiglio direttivo della Camera penale regionale “Ernesto Monteverde” (che era intervenuto condannando il mancato passaggio della via crucis) e, per conoscenza, al garante comunale delle persone private della libertà Marco Cafiero. Nel documento Ardito si dice “ben consapevole dell’alto e profondo significato morale rappresentato dal tradizionale passaggio della solenne processione” nell’intercinta dell’istituto penitenziario. Sottolinea di “non aver negato lo svolgimento dell’evento”, ma menziona “imprescindibili e prevalenti ragioni di sicurezza, anche alla luce della collocazione geografica dell’istituto” e il “particolare momento di allerta in atto”, per cui lo ha consentito in una diversa modalità.

Quale? Ingresso negato e stazione della via crucis “dinanzi all’ingresso principale” dell’istituto, alla presenza della polizia penitenziaria e del cappellano. Che - è la stoccata di Ardito - “hanno atteso invano il passaggio” della processione che “senza nessuna comunicazione ha modificato il tragitto”. Un pasticcio di comunicazione, dunque, secondo la versione della direttrice. Un implicito atto di protesta, secondo il cappellano don Gatti. Che evidenzia anche un altro dettaglio: il portone di legno è rimasto chiuso. E lo sarebbe rimasto anche al passaggio della via crucis (che ha poi scelto un altro percorso) se due agenti non si fossero resi disponibili a tenerlo aperto. Quanto alle progressive restrizioni, c’è un punto di partenza: la circolare a firma di Ernesto Napolillo, a capo della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Documento che prevede autorizzazioni agli “eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo” per gli istituti che ospitano sezioni di alta sicurezza.