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di Massimo Calandri

La Repubblica, 4 novembre 2022

Ex giocatrice in Serie A, genovese di origine peruviana, una volta a settimana entra nella prigione di Marassi: “Erano diffidenti, ma li ho conquistati: il loro entusiasmo è simile a quello dei bambini che faccio giocare”.

Giura che tra bambini e detenuti non ci sia differenza. “Lo stesso sorriso. Lo sguardo che si illumina, quando cominciano a giocare”. Rocìo Ruiz è un’educatrice genovese di origine peruviana: 47 anni, un passato da atleta e un presente ancora su un campo da rugby, accanto a una banda di piccoli - dai 18 mesi ai 4 anni e mezzo - che tutti i pomeriggi della settimana si rincorrono squittendo felici. Tranne il venerdì. Perché quel giorno Rocìo supera una dopo l’altra 5 porte blindate, cercando di ignorare il rumore freddo dei chiavistelli, gli sguardi curiosi attraverso le sbarre. Si ritrova nel cortile del carcere di Marassi. Con 12 cerchi di plastica, una muta di maglie, 8 palloni ovali. E 24 uomini dai 20 ai 50 anni che stanno finendo di scontare condanne per reati comuni, quasi tutti con problemi di tossicodipendenza alle spalle. I cerchi, sistemati a terra, servono a indicare la posizione di ciascuno. “Mettetevi in riga: dovete passarvi la palla dal primo all’ultimo, nel più breve tempo possibile”. Venti secondi. “Troppo lenti. Trovate un accordo, lavorate insieme. Ognuno scelga il ruolo più adatto alle sue caratteristiche, non dimenticate che siete una squadra”. Sedici. Al terzo tentativo sono già scesi a 13. Quando finalmente abbattono il muro dei 10 secondi, scoppiano in urlo liberatorio. Esultano anche alcuni reclusi che fanno il tifo dalle finestre, sui tre piani degli edifici intorno. “Bravi”, dice Rocìo. “Ora giochiamo sul serio. Mi raccomando: le regole, prima di tutto”.

Sono 15 anni che il rugby è stato introdotto in diverse prigioni italiane, nella speranza di contribuire al riscatto dei detenuti. È la disciplina sportiva che più di tutte celebra la solidarietà, il sostegno, il rispetto. Anche e soprattutto nei confronti dell’avversario. Si avanza e ci si difende insieme, senza scorciatoie. Era cominciato, come racconta Antonio Falda nel libro Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre, nell’istituto penale per minori di Nisida, 2007. Poi le carceri di Torino, Bologna, Frosinone, Bollate, Porto Azzurro, Monza, Terni, Firenze, Livorno. Ragazzi, uomini che grazie anche a una palla ovale sono cambiati. Ma è la prima volta che ad allenarli è una donna. Rocìo ha giocato in mischia in serie A, nelle Vespe di Cogoleto: sa cosa vuol dire placcare, battersi senza paura. “Però quando per la prima volta sono entrata nell’istituto ho provato un senso di angoscia. Le porte che si chiudevano alle tue spalle, un silenzio impressionante, i discorsi degli agenti della polizia penitenziaria - non guardare nelle celle, non parlare con nessuno, se qualcuno si comporta in maniera aggressiva fatti subito da parte e interveniamo noi: sembrava di essere in un altro mondo”. Fino a quel cortile, dove la stavano aspettando ma non erano per niente convinti. “La prima volta qualcuno si è acceso una sigaretta, c’era chi brontolava, altri ha cominciato a calciare con violenza e senza motivo i palloni: uno è addirittura finito al di là del tetto”.

Li ha trattati come i suoi bimbi del mini-rugby: con pazienza, attenzione. “Poco alla volta si sono avvicinati. Hanno ascoltato. C’era la stessa voglia di stare all’aria aperta, di giocare, comunicare. A quelli che avevano voglia di fumare ho detto: va bene, nessun problema. Però lo facciamo nel “terzo tempo”, alla fine dell’allenamento”. Il venerdì successivo erano di nuovo lì. Questa volta scalpitanti. “Con un entusiasmo commovente, contagioso”.

Rocìo è accompagnata da Federico Ghiglione, presidente dell’associazione che durante la settimana si occupa dei piccolissimi e di quelli più grandicelli della Superba Genova. Insieme a loro un responsabile della cooperativa Biscione, che con la Asl 3 ha avviato un programma educativo-terapeutico per usufruire delle misure alternative.

“Al termine del secondo appuntamento c’è stata la consegna delle maglie: una alla volta, con una stretta di mano. Chi ha ringraziato, chi si è messo a piangere per l’emozione. Chi ha promesso: le cose che sto imparando le voglio portare con me quando uscirò di qui”. L’altro giorno, poi. “Un agente chiama un ragazzo: “È arrivata la lettera della Procura, puoi andartene”. Quello risponde: “Dopo. Ora lasciatemi giocare”. Il sorriso. “Lo stesso dei miei bambini. Felicità”. Le dispiace solo una cosa: “Non abbiamo il permesso di lasciare i palloni da gioco. Così ogni volta ce li portiamo via. Però prima glieli facciamo firmare: è un modo per custodire un po’ della loro allegria, e speranza”.