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di Matteo Macor

La Repubblica, 14 novembre 2025

Misure alternative alla detenzione per chi ha meno di tre anni di pena da scontare. É la proposta che arriva da Antigone e Comunità di San Benedetto, alla luce dei dati di “Senza respiro”, il nuovo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione nel Paese, presentato con un evento congiunto a Genova, per chiedere a gran voce alla politica di occuparsi - sono le parole dei rispettivi responsabili - “della dignità umana e di collaborare per creare percorsi di cura, emancipazione e libertà”. I numeri del settore, del resto, parlano chiaro. Solo a Genova, nel carcere di Marassi risulta un sovraffollamento del 129 per cento, con 680 detenuti presenti su 553 posti disponibili. A Pontedecimo sono detenute 137 persone su 86 posti dichiarabili, per un sovraffollamento del 159 per cento.

In Italia, più del 51 per cento delle persone detenute con condanna definitiva (oltre 23.600) ha meno di tre anni da scontare, mentre circa 1.373 persone sono in carcere per una condanna minore di un anno. Spesso sono persone fragili, con dipendenza da sostanze, per le quali il carcere non ha alcuna funzione rieducativa, si fa notare da Antigone.

Una realtà che più o meno direttamente ha portato ai 91 suicidi contati nel Paese nel solo 2024, record storico, e al trend del 2025, che vede almeno 33 suicidi tra gennaio e maggio. Una tendenza che vede i casi più frequenti avvenire nelle case circondariali più grandi, direttamente correlati all’affollamento e alle chiusure delle sezioni.

“L’unica strada è tornare al principio della rieducazione, investendo nelle misure alternative - si legge su “Senza Respiro”, il rapporto di Antigone - ovvero riducendo l’uso della custodia cautelare in carcere, facilitando l’accesso alle misure alternative per chi ha pena residua breve e investendo in sanità mentale e risorse umane per contrastare la drammatica crescita dei suicidi e dell’autolesionismo. La metà dei suicidi avviene nei primi sei mesi di detenzione, mentre altri casi si verificano nel periodo vicino alla fine della pena, per l’ansia da rilascio”.

Il rischio di togliersi la vita in carcere, dicono le statistiche, è circa 25 volte superiore rispetto alla società esterna, e in Italia, nel 2022, il tasso dei suicidi nelle carceri era più del doppio della media europea (15 casi in Italia contro 7,2 della media UE).

Tra le proposte delle associazioni sul tema, - tra le tante - il potenziamento dell’accoglienza, “con servizi strutturati per i neo-detenuti e identificare prima i fattori di rischio”, e lavorare sulla preparazione al rilascio e abolire le forme di segregazione inique. “L’emergenza suicidi in carcere è indice del fallimento del sistema, ci vuole una chiara volontà politica per dare una risposta di salute e umanità”.

“La motivazione profonda è un tratto essenziale per intraprendere un percorso di cura - sottolinea Marco Malfatto, presidente della Comunità di San Benedetto al Porto - ed è una condizione dinamica e modificabile. Chi viene in Comunità non è detto che voglia necessariamente prendersi cura di sé, forse vuole solo giustamente uscire dal carcere: bisogna quindi iniziare sempre dalla persona, “danzando con lei” come ci ricorda Leopoldo Grosso, in base al passo che è capace di fare, all’opposto di un approccio che fissa un obiettivo e registra solo progressi e fallimenti”. “La nostra responsabilità oggi è difendere la cultura dell’accoglienza e dell’inclusione - aggiunge Marco Cafiero, garante comunale - è solo così che possiamo andare oltre la vendetta”.

“Il carcere è sempre più selettivo e di classe - interviene Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - ci vorrebbero uno, dieci, mille Don Gallo che comunichino all’esterno quel pezzo di mondo che è sempre più solo. Il carcere non deve essere una trincea di guerra ed è fondamentale ridefinire il senso comune della pena e garantire sempre la dignità umana”.