di Danilo D’Anna
Il Secolo XIX, 17 novembre 2024
Tunisino, aveva un lavoro ed era in cura. Si è impiccato in cella a Marassi ed è morto in ospedale. Arrestato in stato confusionale, all’udienza richiesta una perizia psichiatrica mai eseguita. Gli amici non sapevano neppure che Moussa Ben Mahmoud, il tunisino di 28 anni morto venerdì nel reparto di rianimazione dell’ospedale San Martino, dove era stato portato dopo essersi impiccato alle sbarre della finestra della sua cella, si trovasse in carcere a Marassi. E non erano neppure a conoscenza dei problemi di salute che lo tormentavano: schizofrenia. Aveva le allucinazioni quando non prendeva le medicine, diceva che volevano ucciderlo.
Una patologia che lo aveva fatto finire in tribunale altre volte, difeso sempre dall’avvocato Piero Casciaro, e che gli era stata diagnosticata da uno specialista. “Quando assumeva i farmaci che gli avevano prescritto però era l’uomo più buono del mondo”, continua il legale. E difatti lavorava in una pizzeria di via Cairoli, a tempo indeterminato, ben voluto da titolari e colleghi. Ma sono diversi i locali genovesi che lo hanno visto alle loro dipendenze, e tutti hanno sempre fornito ottime referenze.
In carcere Ben Mahmoud è finito il 28 ottobre scorso, in seguito a un arresto scattato due giorni prima con l’accusa di rapina aggravata. La polizia lo aveva pure denunciato per lesioni personali, minacce e danneggiamento. Quella sera aveva cercato di entrare in un locale di via Sampierdarena e, quando gli era stato impedito, se l’era presa con i passanti e con la titolare, minacciandola di morte. Un connazionale si era avvicinato per calmarlo e lui, lo aveva accoltellato a una mano e alla gamba. Fuggito, invece di tornare a casa, si era presentato alla porta di un circolo, all’ennesimo accesso negato, aveva messo il piede di traverso bloccando la porta e aveva estratto di nuovo il coltello a serramanico, puntandolo all’addome del gestore e rapinandolo di una banconota da 5 euro. Era scappato ancora, ma le volanti lo avevano trovato e portato in camera di sicurezza. Era fuori controllo. Il suo stato confusionale si è manifestato anche davanti al giudice e al momento di scegliere l’avvocato. A difenderlo nell’udienza di convalida c’è un legale d’ufficio, che non conosce i suoi problemi. Perché Moussa non si ricorda di nominare Casciaro, legale di fiducia. Durante l’udienza poi proferisce una minaccia: “Appena esco uccido quel tizio (il gestore del circolo che aveva accoltellato)”. Il giudice non può che mandarlo in carcere, nonostante abbia una regolare residenza e un lavoro fìsso. Il magistrato chiede, però, una perizia psichiatrica, che non gli verrà fatta. Solo la normale visita medica, che tocca a tutti.
Il ventottenne, nato a Monastir, nella Casa circondariale di Marassi divide una cella con altri cinque compagni. Dà in escandescenza un paio di volte, rompendo oggetti. Sta male. Tanto che il fratello maggiore Youssef, anche lui recluso a Marassi ma in un’altra sezione, chiede di metterlo insieme a lui. Non si può. Martedì scorso alle 15, quando gli altri erano usciti per l’ora d’aria, ha annodato due lenzuola e le ha attaccate alle sbarre della finestra. Poi ha fatto una sorta di cappio e se lo è avvolto attorno al collo, lasciandosi cadere. Sarebbe morto se non si fosse accorto di lui un agente. Lo ha liberato dalla stretta. Era cianotico, ma l’intervento del dottore ha fatto ripartire il cuore. Credevano che ormai fosse salvo, invece il decesso è stato dichiarato 74 ore più tardi al policlinico. Alle 17 di venerdì.
Il sogno di andare in Francia insieme a Youssef e all’adorato nipotino svanisce, ma anche il piano B va in frantumi: Moussa sarebbe tornato anche a Monastir, dove era nato e dove aveva completato gli studi al Lycée Said Boubaker. Prima della schizofrenia e prima di quel lenzuolo annodato che gli ha strozzato il respiro.
L’appello: “Servono rapidi e urgenti provvedimenti” - “Questo ulteriore suicidio avvenuto nel carcere di Marassi, a Genova, deve far riflettere sulla condizione in cui vivono i detenuti e su quella in cui è costretto a operare il personale di polizia Penitenziaria”: lo dice Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, commentando il recente suicidio di un detenuto nella struttura di piazzale Marassi. “Spesso, questi eventi, oltre a costituire una sconfitta per lo Stato, segnano profondamente i nostri agenti che devono intervenire - prosegue Capece - Si tratta spesso di agenti giovani, lasciati da soli nelle sezioni detentive, per la mancanza di personale. Servirebbero anche più psicologi e psichiatri, vista l’alta presenza di malati con disagio psichiatrico.
Spesso, anche i detenuti, nel corso della detenzione, ricevono notizie che riguardano situazioni personali che possono indurli a gesti estremi. Siamo costernati ed affranti: un detenuto che si toglie la vita in carcere è una sconfitta per lo Stato e per tutti noi che lavoriamo in prima linea. Ma nessuno può sentirsi indifferente a queste morti. Il personale di Polizia Penitenziaria è sempre meno, anche a seguito di questi eventi oramai all’ordine del giorno. Stiamo vivendo un’estate di fuoco nelle carceri e servono immediatamente provvedimenti concreti e risolutivi: espulsioni detenuti stranieri, invio tossicodipendenti in Comunità di recupero e psichiatrici nelle Rems o strutture analoghe. Il personale di Polizia Penitenziaria è allo stremo e, pur lavorando più di 10/12 ore al giorno, non riesce più a garantire i livelli minimi di sicurezza. Fino a quando potrà reggere questa situazione?”.
Per questo, Capece ribadisce che si rendono sempre più necessari gli invocati interventi urgenti suggeriti dal Sappe per fronteggiare la costante situazione di tensione che si vive nelle carceri italiane: “Non è più rinviabile una riforma strutturale del sistema, anche ipotizzando eventualmente di ridurre il numero di reati per cui sia previsto il carcere e, conseguentemente, implementare delle pene alternative alla detenzione ed avviare una efficace struttura che consenta la loro gestione sul territorio. Il primo Sindacato della Polizia Penitenziaria non si fa prendere per il naso da chi oggi pensa di avere scoperto l’acqua calda e i problemi carcerari sollecitando improbabili indulti e leggi svuota carceri, mentre per mesi ed anni non hanno detto una parola sui provvedimenti delle varie maggioranze politiche di ogni colore al governo che, nel tempo, hanno destabilizzato il sistema e destrutturato la sicurezza nelle carceri”.











