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Genova. L’inchiesta sul 18enne torturato in cella: “Lo credevamo un pedofilo, volevamo punirlo”

di Tommaso Fregatti

La Stampa, 16 agosto 2025

Quello subito dal detenuto di 18 anni, seviziato e torturato da quattro compagni di cella a Marassi, è stato un accanimento del tutto ingiustificato, indicativo di uno spirito di crudeltà e di totale incapacità di autocontrollo. Per questo la procura di Genova la scorsa settimana ha chiesto e ottenuto l’arresto per il gruppo: si tratta di tre egiziani di 21, 23 e 26 anni, e di un italiano di 41 anni. Sono accusati di tortura e violenza sessuale di gruppo. L’ordinanza è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari Camilla Repetto ed eseguita giorni fa. I quattro, dopo le violenze che avevano anche provocato una dura rivolta nella casa circondariale, erano stati trasferiti in altre città. L’aggressione sarebbe iniziata l’1 giugno ed è andata avanti almeno fino al 2. Il 3 le condizioni del ragazzo sarebbero peggiorate così tanto che gli stessi aggressori avrebbero avvisato gli agenti dicendo che aveva fatto tutto da solo.

“Lo abbiamo marchiato sulla pelle perché questa è la legge del carcere. Non ha mai voluto spiegare le ragioni per cui si trovasse in cella e tra noi si è diffusa la convinzione che fosse un pedofilo. Volevamo vendicare le sue vittime”. Hanno raccontato gli aguzzini del giovane. “Non c’è stata alcuna violenza ma rapporti consenzienti, non con me, ma con altri due compagni di cella. E anche per questo avevo chiesto il trasferimento”. Ibrahim ha 25 anni, è di origine egiziana e ha precedenti per droga. È uno dei quattro detenuti (ri)arrestati venerdì scorso. Assistito dall’avvocato Piero Casciaro, Ibrahim parla per due ore e mezza davanti al presidente dell’Ufficio giudici indagini preliminari, Nicoletta Guerrero. È l’unico dei quattro che accetta di raccontare la sua verità - gli altri tre detenuti si avvalgono della facoltà di non rispondere - e al tempo stesso lancia anche accuse all’altro compagno di cella rimasto fuori dall’indagine e collaboratore della polizia in questa vicenda.

“Ha partecipato anche lui alle sevizie, non è vero quello che ha dichiarato negli interrogatori”, giura l’egiziano. Le sue dichiarazioni sono al vaglio del pubblico ministero Luca Scorza Azzarà che coordina l’inchiesta. Il giovane, insieme al suo legale, ha voluto anche aggiungere di “aver visto più volte di notte la giovane vittima appartarsi in bagno con i due detenuti. Era qualcosa che faceva volontariamente senza costrizione”. La vittima delle sevizie è ancora in ospedale (si trova ricoverato nel reparto grandi ustionati del pronto soccorso dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena) da più di due mesi e dovrà essere sottoposto ad un delicato intervento di chirurgia plastica per la rimozione dei gravi segni che i quattro gli hanno lasciato sulla pelle. La stessa vittima, assistita dall’avvocato Celeste Pallini, alla presenza del pubblico ministero aveva descritto le torture subite. “Bruciato e torturato con le sigarette accese e marchiato sulla pelle con timbro di metallo rudimentale realizzato nella cella”.

E ancora “seviziato con il manico di una scopa e appeso per il collo e massacrato di botte con una saponetta nascosta dentro l’asciugamano”. Sulla rivolta avvenuta nella casa circondariale di via del Piano emerge intanto che la Procura ha iscritto nel registro degli indagati un’ottantina di detenuti che nel frattempo sono stati tutti trasferiti dal carcere di Marassi.