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di Redazione Ristretti Marassi

Ristretti Orizzonti, 15 aprile 2025

La notizia dello spostamento del carcere provoca in noi un pensiero negativo che alimenta lo sconforto e crea un senso d’incertezza ulteriore. Quando i nostri familiari affrontano lunghi viaggi per venirci a trovare, proviamo sempre ansia e, se dovessero raggiungere un luogo non collegato con i mezzi pubblici e con una salita da fare a piedi, il disagio diventerebbe insostenibile.

Carcere, appello della direttrice di Marassi: “Meglio resti in centro, è più raggiungibile” (Il Secolo XIX, Silvia Pedemonte, 20.03.2025). “Il garante regionale dei detenuti Doriano Saracino contatterà il Ministero di Giustizia e il commissario per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio per chiedere ulteriori chiarimenti sull’ipotesi dello spostamento del carcere di Genova da Marassi alle aree ex Colisa: è questo che emerge dall’incontro tra il garante stesso, il suo omologo genovese Stefano Sambugaro e il sindaco facente funzioni Pietro Piciocchi, accompagnato dai tecnici del Comune. La competenza del progetto (che, è bene sottolinearlo, ancora non è partito: siamo nel campo delle ipotesi) è tutta del Ministero, mentre al Comune spetta il compito di indicare l’area, per cui i due enti sono ancora in fase di interlocuzione.” (di Riccardo Oliveri, 27.03.2025, Telenord.it)

“Una visita che ha fatto emergere le criticità di un carcere alle prese con le croniche mancanze di spazio, ma che nel panorama nazionale si distingue per la qualità dei servizi sanitari e delle attività sociali. Un dato che, secondo i deputati dem, è legato alla vicinanza con la città e le sue infrastrutture, cosa che lo rende peculiare: “Non va spostato, come vuole qualcuno, ma va migliorato, i margini ci sono tutti. Il sovraffollamento è dovuto soprattutto all’inasprimento delle pene voluto dai governi di destra, che hanno depotenziato le pene alternative” (Genova 24, 28.03.2025)

L’assessore al porto e patrimonio Maresca entra nel dibattito relativo allo spostamento del carcere di Marassi: “Il carcere di Marassi va spostato e dobbiamo trovare una collocazione fuori da Genova. L’area deve essere restituita alla città, bisogna fare una progettazione condivisa con la cittadinanza. Una condivisione che potrebbe ricomprendere uno spazio verde aperto ai cittadini, ai giovani e agli artisti.” (Genova 24, 29.03.2025)

La notizia dello spostamento del carcere provoca in noi un pensiero negativo che alimenta lo sconforto e crea un senso d’incertezza ulteriore. Quando i nostri familiari affrontano lunghi viaggi per venirci a trovare, proviamo sempre ansia e, se dovessero raggiungere un luogo non collegato con i mezzi pubblici e con una salita da fare a piedi, il disagio diventerebbe insostenibile.

I nostri congiunti arrivano portando grandi pacchi contenenti cibo e vestiario e non tutti possono permettersi di arrivare in macchina. Inoltre, tra i nostri cari ci sono genitori anziani, bambini e neonati, che subirebbero un grande disagio nel raggiungere un carcere fuori città, dislocato in periferia, in un’area poco accessibile, con fermate dell’autobus lontane e lunghe attese tra una corsa e l’altra.

Già siamo emarginati, ai confini, e un trasferimento significherebbe scomparire del tutto agli occhi della città. Essere collocati tra i palazzi del quartiere di Marassi ci fa sentire in qualche modo parte di qualcosa, inclusi. Dalle finestre vediamo le case del quartiere circostante, sentiamo il rumore delle macchine e i suoni della città che ci accompagnano scandendo i ritmi della notte e del giorno. Quando andiamo al campo del carcere a giocare a calcio il lunedì e il giovedì, possiamo sentire anche le voci delle altre persone che ci ricordano l’esistenza di una vita normale e in qualche modo ci motivano, facendoci pensare che, se i suoni della libertà sono così vicini, forse possiamo ancora raggiungerli.

La domenica il quartiere si risveglia con l’arrivo dei tifosi e i loro tamburi, le urla, i petardi ci richiamano al “fuori”, ai piccoli entusiasmi che fanno sentire vivi. I boati provenienti dallo stadio a ogni gol segnato ci riportano alla realtà: diventiamo partecipi e tifiamo insieme agli altri, anche se separati da poche centinaia di metri. Sentirci “vicini” alla vita della città ha per noi un peso psicologico non indifferente, che ci aiuta a resistere, a ripensarci, a desiderare di ricominciare.

Inoltre, siamo il primo carcere italiano ad aver ospitato un vero teatro al suo interno, nello spazio dell’”intercinta”, il cortile che separa le mura del carcere dalle aree detentive. Il Teatro dell’Arca, realizzato con la partecipazione dei detenuti dal 2013 al 2016 e gestito dall’associazione Teatro Necessario, ha permesso in questi anni alle persone detenute di cimentarsi in percorsi teatrali, sperimentando capacità e talenti che sarebbero rimasti sconosciuti, risvegliando emozioni e autodeterminazione altrimenti impensabili.

Non sono tanti i compagni che riescono a seguire questo percorso, ma per noi, per tutti gli altri, sapere che loro, gli “attori ristretti”, recitano davanti a un pubblico esterno portando la nostra “voce” ci fa sentire rappresentati, ci conferisce un valore sociale.

Al Teatro dell’Arca vengono messi in scena anche molti spettacoli di compagnie esterne e siamo convinti che, per i cittadini, venire al nostro teatro, entrare dentro le mura di cinta con il sorriso, “avvicinarsi” fisicamente all’istituto, alzare gli occhi e scorgere le finestre sbarrate possa accompagnare il loro pensiero verso il nostro stato detentivo e magari indurli a riflettere sul fatto che qui dentro ci sono persone viventi, senzienti, per lo più colpevoli, ma in grado di cambiare.

Tutto questo potrebbe essere barattato con un istituto nuovo, più funzionale, con più aree verdi e spazi strutturati. Chissà, forse costruirebbero finalmente le tanto agognate stanze dell’affettività... Ma perché non pensare a una riqualificazione del carcere esistente?

Nel 1902, quando ancora il concetto di reinserimento e risocializzazione era inconcepibile, il carcere di Marassi è stato costruito all’interno della città di Genova, come organismo pulsante della stessa. Oggi, con una coscienza sociale più evoluta e ormai consapevole che la devianza sia un prodotto della società e che chi la commette debba essere inserito in percorsi educativi, siamo convinti che il carcere debba far parte del pensiero collettivo. Non importa dove sia ubicato, in quale quartiere, a quale fermata di autobus, vorremmo solo che rimanesse “visibile” e non cadesse nell’oblio.