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di Annalisa Rimassa

Il Secolo XIX, 3 febbraio 2026

“Non è con i metal detector che si aggiusta la scuola”. “La mafia ha paura di chi pensa e ragiona”, fa inoltre notare Marina Lomunno autrice con frate Giuseppe Giunti del libro che evoca nel titolo l’opera di don Milani. Del libro “E mail a una professoressa” di Lomunno e Montanari si parlerà, dopo l’incontro nelle scuole di Genova Firpo e Meucci, il 3 febbraio alle 16.30, Sala Camino di palazzo Ducale in piazza Matteotti. Con la presentazione, partono gli appuntamenti del progetto “Fame di verità e giustizia di Libera Genova per l’anno sociale 2025/2026”. 

“Tutto comincia da una esclamazione elementare e sorprendente al contempo: “se non aggiustate la scuola la camorra vincerà sempre perché la camorra ha paura della scuola: la camorra vive nel silenzio, la scuola insegna le parole”. Il tutto per Marina Lomunno, giornalista, coordinatore redazionale - La Voce e il Tempo, settimanale della diocesi di Torino, è quel libro scritto con frate Giuseppe Giunti che, rivolto in particolare a studenti, insegnanti ed educatori potrebbe avere come titolo “E-mail a una professoressa” richiamando la “Lettera alla professoressa” del priore di Barbania, don Milani, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita.

Dell’opera di Lomunno e Giunti si parlerà, dopo l’incontro nelle scuole di Genova Firpo e Meucci, il 3 febbraio alle 16.30, Sala Camino di palazzo Ducale in piazza Matteotti. Con la presentazione, partono gli appuntamenti del progetto “Fame di verità e giustizia di Libera Genova per l’anno sociale 2025/2026”. Introducono l’incontro Ernestina Tolomei e Roberto Bellotti di Libera Genova. Intervengono Giuseppe Giunti e Marina Lomunno, modera Federica Storace docente scuola secondaria di primo grado IC San Fruttuoso.

Il libro - Il testo raccoglie le lettere di detenuti, collaboratori di giustizia, testimonianze raccolte da fra Giuseppe Giunti, dei Frati Minori Conventuali, autore di “Padre Nostro che sei in galera. I carcerati commentano la preghiera di Gesù” e “Donne che guardano in faccia. Il coraggio delle mogli dei detenuti” (Messaggero Padova), ‘ formatore itinerante delle cooperative sociali Coompany& e Coompany2, nel carcere San Michele di Alessandria dove accompagna da anni uomini in carcere che hanno deciso di fornire il loro contributo per la lotta al crimine organizzato, i collaboratori di giustizia) e radunate da Lomunno autrice de “Il cortile dietro le sbarre” (Elledici) libro-intervista a don Domenico Ricca, cappellano dell’Istituto penale minorile “Ferrante Aporti di Torino” e della voce “Carcere” ne “Il Vocabolario di Papa Francesco” (Elledici).

Marina Lomunno, in collaborazione con Monica Cristina Gallo, Garante dei Detenuti del Comune di Torino e con Arianna Balma Tivola, responsabile dell’Area Trattamentale del Penitenziario, cura per “La Voce e il tempo”, la rubrica “La Voce Dentro” sui temi della detenzione...

La “Voce dentro” è un esperimento unico in Italia… il fatto che sia unico non è un buon indizio se si pensa alle condizioni delle carceri italiane…

“L’idea di dedicare una rubrica fissa ai temi della detenzione in cui ospitiamo lettere di persone detenute, recensioni di libri sul carcere, iniziative di volontariato è nata nel 2019 con il sostegno del garante dei detenuti, della direzione del carcere e ispirata dal vescovo di allora monsignor Cesare Nosiglia che, durante una messa con di Natale con i ristretti, invitò tutti a considerare le carceri cittadine come parrocchie della diocesi torinese. E poiché il nostro è il settimanale della chiesa di Torino abbiamo attivato un abbonamento alla Biblioteca centrale del penitenziario in modo che più reclusi, ma anche quanti lavorano “dietro le sbarre”, potessero leggere il giornale. Abbiamo poi lanciato la campagna “abbona un detenuto” e le risposte dei lettori non si sono fatte attendere: ad oggi sono 50 i lettori che ogni anno sottoscrivono un abbonamento a 50 sezioni e i riscontri che abbiamo da detenuti, cappellani e volontari sono di apprezzamento per l’unico giornale che entra nelle celle e parla del mondo dietro le sbarre spesso dimenticato”.

Delle carceri si parla soprattutto nella cosiddetta “cronaca nera”...

“Anche fisicamente le carceri nel nostro Paese sono nelle periferie delle città e i media trattano di questioni carcerarie solo negli spazi della cronaca nera. Se l’opinione pubblica conoscesse la realtà del carcere e quanto poco - a causa della drammatica situazione detentiva in Italia - dietro le sbarre viene applicato il dettato costituzionale per cui il tempo della pena deve essere rieducativo, forse qualcosa potrebbe cambiare, o perlomeno le galere potrebbero venire considerate non solo luoghi dove chi ha commesso un reato deve marcire in una cella e le chiavi fatte sparire”.

Ma se le cattive compagnie sono a scuola come preparare i ragazzi? Unendo famiglia e scuola per uno scopo comune?

“Le cattive compagnie sono fuori e dentro la scuola. Se nascono dentro la scuola è perché la scuola non è educativa soprattutto nelle periferie delle grandi città dove i problemi di convivenza e povertà sono componenti del tessuto sociale. E per educazione scolastica non intendo “coercizione” ma un luogo dove con l’aiuto delle famiglie e della società civile - cioè una scuola che non si limita alle ore di lezione - si impara a diventare cittadini, parte ci una società civile in cui tutti fin da piccoli siamo chiamati a lavorare per il bene comune fin dai piccoli gesti, dal rispettare i compagni a non imbrattare i muri”.

Che cosa direbbe don Milani della scuola di oggi?

La scuola è l’ultimo presidio educativo laddove le famiglie non hanno la possibilità - perché disfunzionali, disgregate o in difficoltà economica - di assicurare ai figli un futuro migliore. L’incipit del libro “Lettera ad una professoressa” del prete di Barbiana a cui ci siamo ispirati, già nel 1967 evidenziava come i ragazzi delle classi più svantaggiate per diventare “onesti cittadini” hanno bisogno di una scuola più giusta, inclusiva e attenta alle esigenze di tutti. “Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti” scrive un ragazzo di Barbiana alla professoressa - “Io invece ho pensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che respingete”.

Le scuole oggi cosa offrono per quanto riguarda la convivenza sociale?

“Nelle nostre città - e succede a Torino come a Genova - le scuole ormai sono multiculturali e se non si crea un sistema dove il primo obiettivo è educare i ragazzi al rispetto reciproco, alla ricchezza dello scambio fra culture ad acquistare fiducia in se stessi, a scoprire i propri talenti molti di loro verranno respinti ai margini e all’illegalità. L’I care di don Milani, (mi importi, mi stai a cuore), è ciò che fa la differenza a scuola: se tu ragazzino fragile sai che ogni mattina in classe ti aspetta un adulto che ti vuole bene ed è lì perché possa tirar fuori il meglio di te senz’altro non diventerai un neet”.

“Mafia” è un modo di comportarsi; come far capire agli studenti che le strade apparentemente più facili sono le più insidiose?

“Cercando fin da bambini ad insegnare loro che nulla nella vita si ottiene senza faticare, che non si può sempre vincere nel gioco, nelle interrogazioni e così via. E che le piccole e grandi sconfitte devono essere uno stimolo per fare meglio la prossima volta. La strada semplice del volere tutto subito perché è un nostro diritto porta necessariamente alla devianza. Non posso permettermi quelle scarpe di marca e allora le rubo, non ho voglia di studiare e allora copio dal mio compagno tanto i miei genitori vanno dalla professoressa a protestare se ho preso un voto più basso di quello che meritavo, quella ragazza che mi piace non mi considera allora molesto il suo fidanzatino o peggio mi faccio del male per costringerla a stare con me o le faccio del male per vendicarmi dei suoi no”.

“La scuola insegna le parole” dicono i detenuti intervistati nel vostro libro. Che cosa intendono?

“La scuola - e ci sono tantissimi insegnanti che si spendono per cercare di seguire e integrare gli alunni più fragili anche al di là del loro orario di lavoro e delle loro mansioni - nei contesti dove le mafie attingono manovalanza dei più giovani combattono la scuola e fanno in modo che i ragazzi abbandonino lo studio arruolandoli nello spaccio e nelle attività illegali. La parola e lo studio insegnano a riflettere sulle proprie azioni, insegnano il rispetto e a capire i propri diritti e doveri, a sentirsi un cittadino. La mafia ha paura di chi pensa e ragiona, ha bisogno di burattini che obbediscano senza farsi domande”.

Rileggendo le opinioni di Debernardi e Ruzzon sull’importanza dell’ambiente fisico, viene da pensare che sia la scuola che le carceri, soprattutto le carceri, siano spesso inadatte al loro scopo educativo originario...

“L’usurata frase di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo” per l’edilizia scolastica e carceraria come evidenzia l’architetto Ruzzon è assolutamente centrata: scuole e carceri che sembrano garage, costruite con materiali poveri e che danno la sensazione di vivere in capannoni grigi senza luce e con suppellettili di recupero non fanno altro che far sentire studenti e peggio detenuti abbandonati a se stessi, dove la vita in spazi così anonimi e freddi non può che essere deprimente. Come fa uno studente a appassionarsi alla letteratura, alla poesia, all’arte in una classe che non accoglie? Così è per le celle o i luoghi dei colloqui spazi anonimi, crepati, sdruciti. L’unico desiderio è poter uscire al più presto da un luogo che non è paragonabile nemmeno ad una tana”.

Avete lavorato con i detenuti a Genova? È la prima Casa circondariale italiana ad avere un teatro dentro alle mura...

“Purtroppo non siamo ancora stati nella casa circondariale di Genova ma abbiamo avuto esperienza di teatro nella casa circondariale di Torino dove spesso di organizzano rappresentazioni teatrali con i detenuti e nell’istituto penale minorile Ferrante Aporti dove recentemente sono stati promossi laboratori con artisti torinesi che hanno aiutato i giovani ristretti a tirare fuori con la pittura e il colore stati d’animo e ricordi che con il supporto di psicologi ed educatori hanno sciolto nodi antichi…Teatro e arte sono esperienze che in carcere aiutano spesso i ristretti a liberarsi dal fardello del passato e a ripensare come voltare pagina”.

Aggiustare la scuola come dice un detenuto a frate Peppe: grande concetto...

“Come dicevamo prima e come molti dei collaboratori di giustizia che abbiamo incontrato hanno evidenziato, la scuola soprattutto in certi contesti in cui mafia e camorra dettano legge è l’ultimo presidio per combattere l’illegalità. Molti ristretti sono ragazzino che sono stati bocciati e hanno abbandonato la scuola perché la famiglia non li seguiva o addirittura valutava che studiare era tempo sottratto alle attività più redditizie rapine, spaccio e così via “Aggiustare la scuola” significa fare in modo che lo stato investa di più sull’istruzione, sulla formazione e gratificazione degli insegnanti che spesso si trovano in solitudine senza appoggio di servizi sociali per affrontare situazione di degrado ed emarginazione degli allievi. Non è con i metal detector e presidiando le scuole con le forze dell’ordine come il ministero ha proposto dopo i tragici fatti della Spezia che si aggiusta la scuola”.

In quel caso della Spezia, che nulla c’entra con le mafie ma i sintomi di una tragedia li ha avvertiti per primo un docente: la scuola è stata lasciata sola?

“La scuola si aggiusta con risorse e personale qualificato e motivato a fare in modo che gli studenti - e soprattutto quelli più disagiati - possano trovare un ambiente dove oltre che istruiti vengano ascoltati, accolti e aiutati a superare i motivi della loro emarginazione. In un Paese dove scuola, sanità e carceri sono nelle situazioni di degrado come in Italia non ci può essere crescita e le sacche di povertà e quindi di illegalità si moltiplicheranno”.

Fame, povertà, solitudine, violenza… da qui parte la delinquenza…

“La mia esperienza di carcere ormai ventennale, soprattutto in ambito minorile mi ha convinta, come diceva don Domenico Ricca, storico cappellano dell’Ipm Ferrante Aporti che spesso dietro le sbarre - senza ovviamente essere buonisti perché chi delinque è giusto che paghi il conto con la giustizia - finisce chi è nato “nella culla sbagliata”. Proviamo un attimo a domandarci: se fossi nato in una famiglia di camorristi, in un campo Rom, in un paese africano dove non sono sicuro di mangiare tutti i giorni e l’unica speranza è raggiungere l’Occidente con un barcone, cosa sarei diventato? Vero è che tutti noi abbiamo la facoltà di scegliere tra il bene e il male ma è più complicato, perché come diceva don Bosco, santo sociale torinese che ha inventato gli oratori per togliere dalla strada i ragazzi a rischio della Torino dell’800, se diventi “discolo e pericolante” è perché non hai avuto famiglia e nessun punto di riferimento adulto “sano”.

Hai scritto che il fascino trasgressivo delle devianze cala se sono oggetto di riflessione comune…cosa significa?

“Penso che parlare di carcere, far entrare in carcere la città magari organizzando spettacoli teatrali con i detenuti aperti al pubblico, organizzare dibattiti e incontri cittadini e nelle scuola dove si spiega ai ragazzi cosa significa perdere la libertà perché attratti dal fascino trasgressivo dell’avere il cellulare che hanno ‘i ricchi’ e non mi posso permettere possa far capire il rischio della devianza…Ma anche far cadere i pregiudizi nell’opinione pubblica perché ripeto non è merito nostro “essere nati nella culla giusta”.