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di Erica Manna

La Repubblica, 8 luglio 2025

Per riuscire a sopravvivere, dentro, è necessario attutire. Smorzare il volume, affievolire le sensazioni: per sopportare meglio il tempo che non scorre, le attese per telefonare a casa o all’avvocato che possono dilatarsi anche per settimane. E quel rumore costante, che non smette mai. Nemmeno di notte. Nel linguaggio del carcere si chiama “la terapia”. Un termine che si traduce in pillole: benzodiazepine, per lo più. Ansiolitici: come Xanax, Valium. A farne uso, a Marassi, sono il 95 per cento dei detenuti: praticamente tutti. Il Lyrica, invece, lo hanno vietato. Perché i detenuti usavano il farmaco - prescritto per il dolore neuropatico e l’ansia - come crack: lo fumavano. La tossicodipendenza dentro è un’altra malattia endemica.

Nel carcere di Marassi ci sono 659 detenuti (per 554 posti). Di questi, 240 sono in carico al Serd, il Servizio per le dipendenze. Un numero abnorme: e tra questi, oltre 80 sono sottoposti alla terapia da metadone. Perché il carcere è patogeno: un luogo che ammala. Dove chi ha problemi di dipendenze finisce per aggravarsi. “È il campo di concentramento di tutte le patologie - sintetizza Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno tocchi Caino, che nei giorni scorsi ha visitato Pontedecimo e Marassi nell’ambito della campagna “La fine della pena” -è diventato un lazzaretto, un manicomio, una comunità terapeutica per tossicodipendenti, ma è il luogo meno adatto. Non solo: è anche la più grande piazza di spaccio che esista”. Inizia da qui, la seconda puntata dell’inchiesta di Repubblica sulle carceri liguri. Dal bene più prezioso, che la reclusione mette a rischio: la salute.

Il Sai, dove i posti non bastano - Nella casa circondariale di Marassi c’è una sezione denominata Sai, ovvero “Sezione ad assistenza integrata”, su tre piani, con la Asl ad avere un ruolo gestionale. “Nel modello disegnato dalla Regione si configura come hub ligure - spiega Doriano Saracino, garante regionale delle persone private della libertà, che ha sollevato la questione salute come prioritaria nel suo ultimo rapporto - questo comporta spesso il trasferimento a Marassi per motivi di salute sia di persone provenienti da istituti del distretto, sia di detenuti da altre regioni. Il fenomeno si è ulteriormente accentuato dal momento che spesso appartenenti al circuito Alta sicurezza sono stati assegnati a Marassi, in quanto la sezione risulta annessa al centro clinico”. D’Elia ha visitato nei giorni scorsi l’Alta sicurezza.

“Il Sai - spiega - è diventato uno specchietto per le allodole per il trattamento di detenuti, ma i posti non bastano. Così i detenuti con patologie vengono trasferiti a Marassi in attesa di entrare nel Sai: ma siccome non c’è posto vengono sistemati nelle altre sezioni. Anche chi ha problemi di salute mentale. E poi, cardiopatici, diabetici, persone con malattie oculistiche”. Il garante Doriano Saracino ha chiesto di aumentare i posti nel Sai e ha ottenuto una prima vittoria: che il secondo piano dedicato alle persone affette da Hiv modificasse l’etichetta stigmatizzante “Reparto Hiv livello intermedio”. Che - alla faccia della privacy - appariva persino sulle schede degli acquisti del sopravvitto, visionabile anche da operatori di ditte esterne. Altra questione impellente, il trattamento delle persone con malattie psichiatriche: “A Marassi sono una ventina con patologie mentali severe - rimarca D’Elia - il carcere non è adatto”.

Lo spaccio dentro - A Marassi, nella terza sezione, due piani sono appositamente dedicati a detenuti tossicodipendenti in regime di custodia attenuata: l’obiettivo è la riabilitazione e il reinserimento. Ma le attività - nonostante gli sforzi e l’impegno degli operatori - scarseggiano, soprattutto in estate. E - denuncia Saracino - “la grande circolazione di sostanze e la non effettiva separazione fisica tra custodia attenuata e altri detenuti rende più complessa l’astinenza da stupefacenti”.

La settimana scorsa, un gruppo di consiglieri comunali e regionali ha partecipato alla visita a Pontedecimo e Marassi con Nessuno tocchi Caino, per discutere poi di carcere durante un’assemblea a Palazzo Tursi con l’assessora alla Sicurezza del Comune Arianna Viscogliosi, il presidente della Camera penale Fabiana Cilio, il garante Doriano Saracino, Sergio D’Elia e - tra gli altri - i consiglieri comunali Donatella Alfonso, Filippo Bruzzone e Francesca Ghio, Cristina Lodi e Davide Patrone, i deputati Alberto Pandolfo, Valentina Ghio e Luca Pastorino, i consiglieri regionali Gianni Pastorino, Simone D’Angelo e Armando Sanna.

“Un detenuto mi raccontava che ha un figlio che non vede da un anno e mezzo - racconta la consigliera Pd Donatella Alfonso - quando è nato non ha potuto riconoscerlo perché era già dentro. Non è vita, con il minestrone bollente servito alle 5 del pomeriggio con 40 gradi, le ore all’esterno in un cortiletto bollente, la carenza di personale di polizia, la burocrazia che annienta i progetti di recupero. Inutile poi stupirsi di cronache che parlano di violenze, di abbandono, di droga”.